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Big Pharma, caccia ai farmaci cinesi: Shanghai è il centro di valutazione più ricercato

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L’eccellenza nei cosiddetti “bio-better” progettati per affrontare bersagli biologici piuttosto che partire da nuove scoperte sul funzionamento di una malattia. Nelle sperimentazioni in Cina più facile reclutare pazienti che non hanno mai curato la propria patologia
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PECHINO - In tempi di tensioni geopolitiche, di dazi, di rappresaglie economiche che colpiscono settori come quello dei semiconduttori o dei veicoli elettrici, c’è una collaborazione tra Cina e Occidente che invece va alla grande: quella nel settore farmaceutico. “Le case farmaceutiche occidentali stanno concludendo un sempre maggior numero di accordi in Cina per accedere a trattamenti ‘bio-better’ per malattie che vanno dall'obesità al cancro, sfruttando i dati preliminari offerti dalle sperimentazioni più rapide e meno regolamentate del Paese”, scrive il Financial Times.“Negli ultimi due anni, grandi gruppi farmaceutici come GSK, Merck e AstraZeneca hanno firmato accordi da oltre 1 miliardo di dollari per acquistare i diritti di sviluppo e vendita di farmaci cinesi al di fuori del Paese. Nel frattempo, investitori come Forbion, Bain Life Sciences e General Atlantic hanno investito centinaia di milioni di dollari in nuove biotecnologie che svilupperanno prodotti cinesi per i mercati …

PECHINO - In tempi di tensioni geopolitiche, di dazi, di rappresaglie economiche che colpiscono settori come quello dei semiconduttori o dei veicoli elettrici, c’è una collaborazione tra Cina e Occidente che invece va alla grande: quella nel settore farmaceutico. “Le case farmaceutiche occidentali stanno concludendo un sempre maggior numero di accordi in Cina per accedere a trattamenti ‘bio-better’ per malattie che vanno dall'obesità al cancro, sfruttando i dati preliminari offerti dalle sperimentazioni più rapide e meno regolamentate del Paese”, scrive il Financial Times.“Negli ultimi due anni, grandi gruppi farmaceutici come GSK, Merck e AstraZeneca hanno firmato accordi da oltre 1 miliardo di dollari per acquistare i diritti di sviluppo e vendita di farmaci cinesi al di fuori del Paese. Nel frattempo, investitori come Forbion, Bain Life Sciences e General Atlantic hanno investito centinaia di milioni di dollari in nuove biotecnologie che svilupperanno prodotti cinesi per i mercati occidentali, nella speranza di essere acquistati dalle principali case farmaceutiche”.

“Shanghai è diventata il centro di ricerca e valutazione per tutte le aziende farmaceutiche mondiali”, dice una delle fonti sentite dal quotidiano britannico. Secondo la banca d'investimento Stifel, un terzo di tutti i composti di cui le grandi aziende farmaceutiche hanno acquistato i diritti l'anno scorso proveniva dalla Cina, +12% rispetto a due anni fa.

"I farmaci chiamati “biobetter” sono progettati per affrontare bersagli biologici noti piuttosto che partire da una nuova scoperta sul funzionamento di una malattia. Questi farmaci “super-me-too” sono quindi progettati per funzionare meglio di quelli attualmente disponibili”, scrive ancora Ft.

“La Cina ha un enorme vantaggio competitivo rispetto agli Stati Uniti”, spiega Brad Loncar, fondatore di BiotechTV. “È possibile avviare una sperimentazione in pochi mesi e scoprire se qualcosa funziona, mentre qui a volte ci vogliono anni”.

Gli acquirenti poi di solito effettuano le proprie sperimentazioni negli Stati Uniti o in Europa, ma la Cina è una “buona fonte di innovazione, se vi si accede per tempo” e “i primi dati di sperimentazione possono essere utili per capire come potrebbe funzionare un potenziale farmaco”, spiega sempre al Ft David Redfern di Gsk.

Per le sperimentazioni in Cina di solito si reclutano i pazienti più rapidamente che in Occidente, grazie all'ampio bacino di persone che non hanno ancora assunto farmaci per la loro patologia e che sono desiderose di partecipare, in parte perché ricevono i farmaci gratuitamente, prosegue il Financial Times. “Gran parte dell'aumento del numero di sperimentazioni proviene da studi condotti in ospedale (chiamate IIT): queste sperimentazioni, che sono meno strettamente regolamentate, sono passate da circa 2.500 nel 2018 a più di 8.000 lo scorso anno”.

“Una potenziale miniera d'oro per le aziende occidentali, dato che i dati cinesi diventano più affidabili”, scriveva il mese scorso il sito BioSpace.L’interessamento delle case farmaceutiche occidentali alla Cina non è un fenomeno nuovo. Già a novembre dello scorso anno il sito The Wire China scriveva che “la Cina è al secondo posto dopo gli Stati Uniti per numero di nuovi studi clinici condotti nel 2023. In alcune aree terapeutiche, come l'oncologia, le aziende cinesi sembrano addirittura essere in vantaggio”. E “un numero crescente di multinazionali ha siglato accordi di licenza con le biotecnologie cinesi, acquistando i diritti per sviluppare e commercializzare i loro farmaci all'estero. Ciò va a vantaggio anche dei cinesi, che spesso non dispongono dei fondi, delle competenze e della rete di vendita necessari per diventare globali e hanno bisogno di denaro per sostenere una ricerca ad alta intensità di capitale”.

In Cina gli studi clinici possono essere completati molto più rapidamente: questo è il vantaggio più grande, spiegava a The Wire China Ramon Valencia, responsabile dello sviluppo commerciale globale della Seacross Pharmaceuticals, una società controllata dalla Sichuan Huiyu Pharmaceutical con sede nel Regno Unito. “È anche più conveniente fare ricerca e sviluppo in Cina, poiché gli incentivi governativi e il sostegno all'innovazione biotecnologica compensano ulteriormente i costi di sviluppo, rendendo i prodotti cinesi più attraenti. Spesso il prezzo è la metà di quello di prodotti analoghi negli Stati Uniti e nell’Ue”.

Pure Bloomberg si era occupata della questione a dicembre scorso. “Tutti i responsabili di ricerca e sviluppo delle principali case farmaceutiche si sono recati in Cina almeno una volta nell'ultimo anno. Aziende come Roche Holding, Bayer ed Eli Lilly hanno aperto o apriranno incubatori per costruire relazioni con le startup in fase iniziale. Pfizer ha annunciato che investirà 1 miliardo di dollari in Cina nei prossimi cinque anni, in parte per lavorare con le aziende locali”.

“La Cina - proseguiva l’articolo di Bloomberg - ha una lunga storia come centro di outsourcing per le aziende farmaceutiche straniere e come produttore di farmaci “me too” che imitano quelli già presenti sul mercato. Ora sta diventando un terreno di caccia fondamentale per le terapie veramente innovative, in parte grazie a un'iniziativa del governo che ha sostenuto diverse industrie all’avanguardia”. Per Tim Opler, amministratore delegato di Stifel, “dieci anni fa le aziende cinesi stavano sviluppando imitazioni generiche e si temeva che non avessero nemmeno gli ingredienti giusti. Si poteva comprare un'aspirina cinese e non era un’aspirina. Ma da 10 anni a questa parte stanno sviluppando molecole molto buone, competitive con le migliori biotecnologie statunitensi”.

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