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La testimonianza da Gaza: “L’incubo della deportazione diventa realtà. Ma resisteremo”

(reuters)

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La studentessa palestinese Rita Baroud racconta come è stata accolta nella Striscia la minaccia del presidente Usa della gestione del territorio e della cacciata dei suoi abitanti
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Ci siamo svegliati con il suono di parole terrificanti, impensabili da ascoltare nel XXI secolo: per Trump gli Stati Uniti dovrebbero prendere il controllo di Gaza e noi - palestinesi – dovremmo andarcene. Come se Gaza, questa terra che viveva in noi prima ancora che nascessimo, fosse un bene da vendere, un terreno vuoto da evacuare e rimodellare a suo gusto.

Fin dall’inizio della tregua per noi la guerra non si è mai davvero fermata ma ha solo cambiato forma: i raid aerei sono diminuiti anche se il cielo è restato carico di paura perché si è insinuata in noi l’ansia dello sfollamento forzato. Non c’era ancora nessuna dichiarazione ufficiale ma il pensiero della deportazione era già presente in una pressione invisibile esercitata ogni giorno.

Poi ieri le parole di Trump hanno squarciato il muro dei sussurri trasformando i sospetti in realtà. Ma come è stato possibile? Per me gli Stati Uniti sono stati i principali facilitatori di questo genocidio, sostenendo la macchina da guerra…

Ci siamo svegliati con il suono di parole terrificanti, impensabili da ascoltare nel XXI secolo: per Trump gli Stati Uniti dovrebbero prendere il controllo di Gaza e noi - palestinesi – dovremmo andarcene. Come se Gaza, questa terra che viveva in noi prima ancora che nascessimo, fosse un bene da vendere, un terreno vuoto da evacuare e rimodellare a suo gusto.

Fin dall’inizio della tregua per noi la guerra non si è mai davvero fermata ma ha solo cambiato forma: i raid aerei sono diminuiti anche se il cielo è restato carico di paura perché si è insinuata in noi l’ansia dello sfollamento forzato. Non c’era ancora nessuna dichiarazione ufficiale ma il pensiero della deportazione era già presente in una pressione invisibile esercitata ogni giorno.

Poi ieri le parole di Trump hanno squarciato il muro dei sussurri trasformando i sospetti in realtà. Ma come è stato possibile? Per me gli Stati Uniti sono stati i principali facilitatori di questo genocidio, sostenendo la macchina da guerra, fornendo copertura politica e aiuti militari, e alimentando una narrazione che giustifica il crimine. Per quanto riguarda Israele, dal 7 ottobre ha messo in atto un piano sistematico per porre fine alla vita umana a Gaza con bombardamenti mirati su case, ospedali, mercati, strade, fonti d’acqua e di cibo.

L’obiettivo appare chiaro ai miei occhi: costringere i gazawi all’esilio con ogni mezzo necessario, sia volontario che coercitivo. Rendere la terra inabitabile, trasformare la sopravvivenza in un miracolo in modo che partire diventi l’unica opzione. Ma a chi ci vuole cacciare forse sfugge un dettaglio: Gaza non è solo un luogo, è un’identità, una memoria, un’eredità di resilienza. E dopo aver sopportato le bombe per mesi non saranno certo parole terrificanti a mandarci via. Trump ha forse dimenticato che Gaza non è una terra abbandonata in attesa di un “salvatore bianco”, ma la patria di un popolo che lotta per la sopravvivenza e la dignità?

Qui non si tratta di un progetto immobiliare ma di un tentativo di giustificare una forma di colonialismo moderno attraverso una retorica economica fuorviante. Gaza però non è in vendita, difficile immaginare poi come vorrebbero che quasi due milioni di persone scompaiano. Come se non ci conoscessero. Da oltre 75 anni, la Palestina vive la Nakba in tutte le sue forme – sfollamento, uccisioni, cancellazioni, sradicamento dalla propria casa – e dalla prima Nakba a oggi nulla è cambiato. Forse non hanno ancora imparato che i palestinesi non se ne vanno. E se se ne vanno, poi tornano. E se tornano, ricostruiscono. E se le loro case vengono distrutte, vivono tra le macerie. E se le strade sono bloccate, si fanno strada da soli. E se sono assediati, sopravvivono nonostante l’assedio.

Così continuiamo a vivere la nostra difficile vita quotidiana anche se mi stupisce leggere della cosiddetta assistenza umanitaria arrivata nella Striscia dopo la tregua: sul campo si vive una storia diversa fatta di fame, acqua non potabile, poche medicine. Anche i grandiosi piani di ricostruzione sono ben lontani dall’essere realizzati: qui gli edifici sono tutti in macerie, le scuole vuote e gli ospedali rifiutano i pazienti. Dal valico di Rafah escono solo 50 feriti al giorno, mentre oltre 111.000 attendono il loro destino.

Eppure nessuno di noi sta cercando un’alternativa. Non siamo numeri nei calcoli delle grandi potenze, siamo il popolo di questa terra e nessuno potrà comprare la nostra volontà. Diciamolo chiaramente: a nessuno interessa veramente salvare Gaza, vogliono solo che scompaia senza tracce e senza rumore.

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