MOSCA — Qualcosa si muove. Dopo Donald Trump, anche il Cremlino ammette, per la prima volta, che «ci sono effettivamente contatti» con la nuova amministrazione statunitense. «Contatti tra singoli dipartimenti, e si sono intensificati di recente», ha precisato il portavoce Dmitrij Peskov, senza però voler fornire ulteriori dettagli.
A dispetto delle reticenze, Mosca starebbe persino già valutando gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita come potenziali sedi del tanto ventilato, ma mai confermato, vertice tra i due leader. Secondo l’agenzia Reuters, funzionari russi avrebbero già visitato i due Paesi, che hanno il vantaggio di non aver aderito alla Corte penale internazionale che ha spiccato un mandato d’arresto contro il presidente russo Vladimir Putin per presunti crimini di guerra, ma lo svantaggio di intrattenere stretti legami con l’intelligence e l’esercito Usa.
Anche dall’altra parte dell’Oceano arrivano conferme di un’accelerazione. L’inviato presidenziale per l’Ucraina,…
MOSCA — Qualcosa si muove. Dopo Donald Trump, anche il Cremlino ammette, per la prima volta, che «ci sono effettivamente contatti» con la nuova amministrazione statunitense. «Contatti tra singoli dipartimenti, e si sono intensificati di recente», ha precisato il portavoce Dmitrij Peskov, senza però voler fornire ulteriori dettagli.
A dispetto delle reticenze, Mosca starebbe persino già valutando gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita come potenziali sedi del tanto ventilato, ma mai confermato, vertice tra i due leader. Secondo l’agenzia Reuters, funzionari russi avrebbero già visitato i due Paesi, che hanno il vantaggio di non aver aderito alla Corte penale internazionale che ha spiccato un mandato d’arresto contro il presidente russo Vladimir Putin per presunti crimini di guerra, ma lo svantaggio di intrattenere stretti legami con l’intelligence e l’esercito Usa.
Anche dall’altra parte dell’Oceano arrivano conferme di un’accelerazione. L’inviato presidenziale per l’Ucraina, Keith Kellogg, annuncia di essere pronto a condividere con gli alleati il piano statunitense per porre fine al conflitto in Ucraina alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera in programma tra il 14 e il 16 febbraio. Subito dopo, il 20, sarà a Kiev. Qualcuno l’ha già battezzata una “pace attraverso la forza”: sanzioni a Mosca e congelamento degli aiuti a Kiev se non accetteranno il compromesso che — secondo Bloomberg — prevederebbe il potenziale congelamento del conflitto insieme a garanzie di sicurezza a Kiev per impedire che Mosca attacchi di nuovo, ma lascerebbe in sospeso lo status dei territori ucraini annessi da Mosca. «Non vedo l’ora di parlarne», ha twittato Kellogg.
La Russia, intanto, continua a lanciare segnali di fumo a Washington. Dopo essere arrivato a paragonare lo slogan trumpiano “America first” al motto nazista “Deutschland über alles” in un articolo per la rivista La Russia nella politica globale, il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha elogiato il tycoon per aver «detto senza mezzi termini che uno degli errori principali dell’Occidente è stato attrarre l’Ucraina nella Nato» aprendole le porte all’adesione nel 2008. «Per la prima volta il problema della Nato è stato identificato come qualcosa di cui gli Stati Uniti sono pronti a discutere seriamente», ha osservato il ministro. Complimenti a scoppio ritardato: Trump in effetti aveva commentato che «la Russia aveva qualcuno proprio alla porta di casa» e di «poterne capire i sentimenti» a riguardo in una conferenza stampa del 7 gennaio. Un mese fa.
Respinte al mittente, invece, le aperture del presidente ucraino Volodymyr Zelensky che, martedì sera, si era detto disponibile a sedersi con Putin per raggiungere la pace. Parole «vuote, prive di significato» per Peskov, finché Kiev non revocherà il decreto dell’ottobre 2022 che vieta qualsiasi negoziato con Putin al potere. «La disponibilità deve basarsi su qualcosa». Peskov è stato ancora più brutale nel commentare la richiesta di armi nucleari avanzata da Zelensky se l’Ucraina non dovesse aderire alla Nato. Dichiarazione «al limite della follia» l’ha definita invitando gli alleati a prendere in considerazione i «potenziali pericoli».
Alla domanda della stampa se Putin considerasse Zelensky un nemico, il portavoce ha infine risposto: «Qui non può e non deve esserci spazio per le emozioni. È qui che entrano in gioco l’analisi giuridica e il pragmatismo assoluto. La nostra analisi, più volte ribadita dal presidente Putin, suggerisce che il signor Zelensky ha seri problemi de jure in termini di legittimità nel suo Paese, tuttavia la parte russa rimane aperta ai negoziati». Nessuna firma con Zelensky, però.