Primi caccia francesi in Ucraina: così l’Europa cerca di compensare l’incertezza degli aiuti Usa
di Gianluca Di FeoMiraggio o svolta? L’atterraggio dei primi caccia francesi Mirage in Ucraina è l’apripista del tentativo europeo di compensare l’incertezza sul futuro degli aiuti statunitensi. A Kiev studiano questo scenario dalla scorsa primavera, quando l’ostruzionismo repubblicano al Congresso ha bloccato per mesi ogni fornitura bellica dagli States, e la questione è diventata poi impellente con la vittoria di Donald Trump. La grande domanda è capire se i disegni del Vecchio Continente sono velleitari o hanno una qualche possibilità di sostenere lo sforzo militare ucraino. La risposta intreccia il piano politico a quello economico-industriale, entrambi molto incerti.
Dallo scorso settembre c’è stato un coordinamento tra i governi Ue più impegnati e la Gran Bretagna per allestire un “Piano B”. Il primo passo è stato “mettere in sicurezza” le strutture che gestiscono il trasferimento degli equipaggiamenti occidentali, spostando gli organismi a guida americana sotto la gestione della Nato.
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Miraggio o svolta? L’atterraggio dei primi caccia francesi Mirage in Ucraina è l’apripista del tentativo europeo di compensare l’incertezza sul futuro degli aiuti statunitensi. A Kiev studiano questo scenario dalla scorsa primavera, quando l’ostruzionismo repubblicano al Congresso ha bloccato per mesi ogni fornitura bellica dagli States, e la questione è diventata poi impellente con la vittoria di Donald Trump. La grande domanda è capire se i disegni del Vecchio Continente sono velleitari o hanno una qualche possibilità di sostenere lo sforzo militare ucraino. La risposta intreccia il piano politico a quello economico-industriale, entrambi molto incerti.
Dallo scorso settembre c’è stato un coordinamento tra i governi Ue più impegnati e la Gran Bretagna per allestire un “Piano B”. Il primo passo è stato “mettere in sicurezza” le strutture che gestiscono il trasferimento degli equipaggiamenti occidentali, spostando gli organismi a guida americana sotto la gestione della Nato.
Si tratta del comando di Ramstein che coordina i contributi nazionali, dell’aeroporto polacco di Rzeszów dove atterrano i cargo, dei terminal portuali in Polonia e Romania. Gli europei si sono fatti carico anche della protezione di questi impianti: sulle piste di Rzeszów le batterie terra-aria statunitensi Patriot sono state rimpiazzate da quelle tedesche e norvegesi, una precauzione imposta dalla vicinanza con il confine ucraino e dagli sconfinamenti dei voli russi.
La regia politica
Se dalla metà del 2023 era stato il cancelliere Scholz ad avere la leadership nel sostegno a Kiev, moltiplicando il volume di mezzi e fondi, dalla scorsa primavera sono stati i francesi a prendere la guida in un rapporto stretto con il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto, con i polacchi e pure con i britannici. Parigi ha addestrato ed equipaggiato due brigate ucraine con centinaia di blindati e cannoni semoventi; concesso bombe guidate e missili Storm Shadow per l’aviazione; in tempi rapidi ha reso operativi i primi Mirage, che in totale saranno al massimo una ventina.
Macron però ha una maggioranza precaria e le elezioni tedesche rappresentano una vera incognita. Nell’intera Unione il vento di destra che soffia dall’Atlantico va in senso contrario alla solidarietà all’Ucraina. Su tutto pesa poi l’assenza di una Difesa veramente europea: la Commissione di Bruxelles non è un interlocutore, ogni scelta dipende dall’intesa tra singoli governi e si sviluppa quasi sempre nei canali della Nato.
Il problema più concreto è reperire armi, mezzi e munizioni per ripianare l’enorme consumo sui campi di battaglia. Nel 2024 c’è stata una spinta ad incrementare le consegne di strumenti usati ma di buona qualità: lo si è visto nello schieramento di apparati “made in Europe” durante l’offensiva ucraina a Kursk, con una massiccia presenza di cingolati tedeschi Marder, semoventi SP90 e tank Challenger britannici, corazzati polacchi. In tre anni di guerra le riserve di vecchi equipaggiamenti sono state però esaurite in tutta Europa mentre le scarse dotazioni di tank e artiglieria impediscono di prelevarne altri: nell’ultimo quarto di secolo non se ne sono costruiti. L’Italia ad esempio ha trasferito l’intero deposito di cannoni semoventi M109, rimasti fermi all’aria aperta da vent’anni, revisionati e mandati al fronte; la Polonia tutti i suoi carri T-72; la Francia numeri elevati di autoblindo pesanti.
Il gap industriale
Insomma, siamo arrivati al fondo del barile. E qui emerge l’altro freno strutturale del Vecchio Continente: l’industria è rimasta sostanzialmente ferma ai ritmi del 2022. La Russia ha impostato un’economia di guerra che sforna quantità di armi sorprendenti; gli Stati Uniti hanno raddoppiato la capacità in alcuni settori, come i proiettili d’artiglieria; da noi le cose si muovono con lentezza. Le munizioni da cannone sono il buco più serio: l’intera produzione di Europa e Usa oggi non basta a soddisfare l’esigenza di Kiev.
Il governo di Praga nella scorsa primavera ha lanciato un’iniziativa per recuperarne quantità colossali in giro per il mondo, raccogliendo sovvenzioni da venti nazioni: del mezzo milioni di colpi promesso entro il 2024 ne è stato consegnato però un terzo, alcuni di pessima qualità. E l’opposizione parlamentare ceca adesso sta facendo una campagna per chiudere il programma.
Questo limite industriale è stato compreso dal governo ucraino, che dall’inizio del 2024 ha puntato con decisione sulla produzione in patria. Il Paese ha una tradizione nella meccanica, nella metallurgia e nella chimica, gli elementi decisivi per le fabbriche belliche. C’è una difficoltà nella manodopera qualificata, perché tantissimi uomini sono stati chiamati al fronte, ma proprio l’esenzione dal servizio militare incentiva le domande degli operai: al momento 400 aziende private e cento pubbliche impiegano 300 mila persone. Il governo di Kiev stima che si possano produrre apparati militari per un valore di venti miliardi di dollari l’anno, mentre attualmente si è fermi a sei miliardi.
Made in Ukraine
La crescita è cominciata nei droni, con risultati straordinari: attualmente l’Ucraina è indipendente ed esporta parte dei suoi velivoli teleguidati. Nel 2025 intende produrre 4 milioni di piccoli quadricotteri e mezzo milione di aerei senza pilota con prestazioni avanzati. Questi ultimi sono realizzati anche su licenza delle tedesche Vector e Quantum, della francese Turgis, della slovacchia ACS e di due startup britanniche. Adesso la corsa viene allargata ad altri campi: munizioni, blindati, missili. Solo la ceca Csg vuole costruire in Ucraina 100 mila proiettili da 155 millimetri nel 2025 e il triplo nell’anno successivo.?
Ci sono due modelli principali d’intervento europeo. Uno è quello chiamato danese – nazione che non ha un’industria militare – e consiste nel dono di fondi per lo sviluppo di aziende ucraine: solo Copenhagen ha stanziato 628 milioni, l’Olanda 440 milioni. L’altro sono le joint venture con compagnie Ue per aprire fabbriche in Ucraina, finanziate con i tesori sequestrati agli oligarchi, con le sovvenzioni della Commissione o dai singoli stati. La prima è stata la Rheinmetall tedesca, che in meno di un anno ha installato la catena di montaggio per i cingolati Lynx e ne sta inaugurato una per proiettili da cannone. Pure la britannica Bae sta completando il suo impianto. Due mesi fa Yulia Svyrydenko, vicepremier e ministro dell’Economia, ha dichiarato che altre cinque società miste erano state create e tre in fase di negoziazione. Ci sono trattative in corso con aziende di tutti i Paesi, incluse l’Italia.
Armi low cost
Kiev cerca di attrarre investitori sottolineando la rapidità nell’allestire le imprese che vengono liberate da vincoli burocratici, la defiscalizzazione, la libertà d’esportazione e i costi molto bassi. “Si fa con 58 dollari quello che negli States ne richiede 1200”, ha sottolineato Robert Brovdi, imprenditore e fondatore dell’unità di droni da ricognizione Magyar’s Birds. In effetti, i quadricotteri telecomandati vengono pagati dall’esercito ucraino solo 400 dollari, un prezzo impensabile in Occidente.
Ovviamente, i russi non stanno a guardare. Le fabbriche vengono mimetizzate con cura ma sono spesso prese di mira dai raid di Mosca, messi sotto silenzio dalla censura militare per non fornire informazioni sull’efficacia degli attacchi. Anche il “supermissile” balistico Oreshnik è stato lanciato sull’area della periferia di Dnipro dove è concentrata la produzione bellica.
La corsa contro il tempo
L’altro fattore chiave è il tempo. L’insediamento di Trump non ha interrotto finora il flusso di aiuti americani, le nuove fabbriche ucraine potranno contribuire all’arsenale soltanto nella seconda metà dell’anno. Anche la nuova aeronautica di Kiev, che sostituirà i logori jet sovietici con F-16 e Mirage, avrà una capacità rilevante solo dal prossimo autunno. Se la Casa Bianca tirasse il freno, i soldati ucraini resterebbero disarmati per mesi. La speranza è che si arrivi a un cessate il fuoco in tempi brevi, ma la situazione sul terreno attualmente non mostra prospettive di pace: i combattimenti sono aumentati d’intensità sull’intero fronte.