Il premio Pulitzer Nathan Thrall: “I palestinesi faranno la stessa fine degli indiani d’America”
di Francesca CaferriSe c’è qualcuno che negli ultimi anni ha tenuto lo sguardo fisso su Israele, osservandolo allo stesso tempo da esterno — in quanto responsabile per il Paese e per i Territori palestinesi del think tank International Crisis Group — e da interno — in quanto ebreo residente a Gerusalemme — quello è Nathan Thrall: 45 anni, americano, Thrall ha vinto qualche mese fa il premio Pulitzer con il suo Un giorno nella vita di Abed Salama, cronaca di un incidente che nel 2012 alle porte di Gerusalemme coinvolse un autobus di bambini palestinesi. Ma anche, e soprattutto, cronaca di vite palestinesi distrutte dalle politiche di Israele in Cisgiordania. È partendo dal suo sguardo molteplice che gli chiediamo di spiegare dove può portare la proposta di Donald Trump sullo spostamento della popolazione di Gaza.
A cosa punta, davvero, il piano di Trump?
«La prima cosa da dire è che non è un piano: non ci sono fasi o modalità già stabilite. Il che non significa che non possano esserci. La seconda…
Se c’è qualcuno che negli ultimi anni ha tenuto lo sguardo fisso su Israele, osservandolo allo stesso tempo da esterno — in quanto responsabile per il Paese e per i Territori palestinesi del think tank International Crisis Group — e da interno — in quanto ebreo residente a Gerusalemme — quello è Nathan Thrall: 45 anni, americano, Thrall ha vinto qualche mese fa il premio Pulitzer con il suo Un giorno nella vita di Abed Salama, cronaca di un incidente che nel 2012 alle porte di Gerusalemme coinvolse un autobus di bambini palestinesi. Ma anche, e soprattutto, cronaca di vite palestinesi distrutte dalle politiche di Israele in Cisgiordania. È partendo dal suo sguardo molteplice che gli chiediamo di spiegare dove può portare la proposta di Donald Trump sullo spostamento della popolazione di Gaza.
A cosa punta, davvero, il piano di Trump?
«La prima cosa da dire è che non è un piano: non ci sono fasi o modalità già stabilite. Il che non significa che non possano esserci. La seconda è che condannarlo come assurdo non fa i conti con la realtà: a Gaza ci sono moltissime persone che vorrebbero andare via se ne avessero la possibilità. Lo abbiamo visto durante la guerra, la gente che chiedeva di uscire era molta di più di quella che riusciva a uscire. Ho un amico malato che è potuto partire solo dopo mesi, e solo dopo aver pagato migliaia di dollari alla mafia egiziana. Come lui, sono in migliaia».
Però abbiamo visto anche un mare di persone dirigersi a nord non appena è stato possibile…
«La scelta lì non era fra uscire o restare a casa. Piuttosto fra stare in una tenda nel sud o andare a cercare riparo fra le rovine della propria casa a nord. Se avessero potuto scegliere fra le macerie della propria abitazione o un alloggio provvisorio con acqua ed elettricità, il flusso sarebbe stato diverso».
Quindi pensa che il progetto di Trump sia valido?
«Non è quello che ho detto. Dico che se l’America ne avesse davvero l’intenzione, spingere una parte della popolazione fuori da Gaza non sarebbe impossibile. Ci sono Paesi pronti a prendersi i palestinesi. Quanti? Milioni no, ma 150 mila ciascuno sarebbe una soglia accettabile. Un quarto, forse la metà della popolazione andrebbe via in cambio di una casa e di sicurezza. Ma il punto per Israele non è questo».
Qual è?
«Lo svuotamento. Trump ha promesso di svuotare la Striscia e Israele vuole la Striscia vuota. Questo non accadrà. L’uscita di una parte della popolazione non basterebbe».
Come saranno usate le parole di Trump in Israele in vista di una campagna elettorale?
«La destra di Netanyahu e l’ultradestra dei suoi alleati sono ovviamente felici. Ma hanno reagito positivamente anche il centro di Yair Lapid e di Benny Gantz, campioni dei liberal di Tel Aviv. Non solo, anche Yair Golan, che guida la sinistra, ha detto “Se fosse possibile sarebbe grandioso”. È abominevole».
Vorrei parlare della Cisgiordania, che è il cuore del suo libro: pagherà il prezzo ora che gli occhi del mondo sono di nuovo fissi su Gaza?
«Lo sta già pagando. Dal momento in cui Israele ha firmato il cessate il fuoco, ha deciso che la Cisgiordania avrebbe pagato: con punizioni dirette alla gente normale, che per attraversare il Muro ci mette ora anche dodici ore. E con una pulizia etnica alla luce del sole. Sono 20 mila i palestinesi della Valle del Giordano che hanno lasciato i loro villaggi sotto le minacce dei coloni dal 7 ottobre 2023».
Qualche mese fa, a Gerusalemme, lei mi ha detto: “Non condivido nulla del pensiero di David Grossman in questa fase: guarda solo a Israele”. Nei giorni scorsi però, dopo aver letto l’intervista che Grossman ha dato a questo giornale, ha cambiato idea…
«Per una volta sono d’accordo con lui, ma solo sul pessimismo che esprime. Veniamo da anni di continua espansione dello spazio israeliano e di costante restringimento dello spazio palestinese. Una pulizia etnica lenta che va avanti da decenni e che dopo il 7 ottobre ha subito una fortissima accelerazione: Israele ha confiscato più terre palestinesi negli ultimi 16 mesi che negli ultimi 20 anni. L’unico contrappeso a questo processo è la giustizia internazionale, che però fa passi da formica a tempi da lumaca. La comunità internazionale si preoccupa di fermare l’annessione ufficiale, ma di fronte all’annessione di fatto è silenziosa. Non vedo il futuro dei palestinesi come molto diverso rispetto a quello degli indiani d’America negli Stati Uniti».