Cisgiordania, in un anno 25 operatori sanitari uccisi e 96 detenuti. Msf: “Basta violenze”
di Alessia CanditoSeicentonovantaquattro attacchi a ospedali, strutture e punti sanitari. Medici, paramedici e infermieri arrestati, feriti o uccisi, mentre cresce la violenza dei coloni e dell’esercito, con 870 palestinesi uccisi e oltre 7.100 feriti tra ottobre 2023 e gennaio 2025.
La regola della guerra che rende intoccabili operatori e strutture sanitarie – tanto unanimemente accettata da entrare in locuzioni di uso comune come “non si spara sulla Croce rossa” – è rimasta sepolta non solo sotto le macerie di Gaza. Da quindici mesi, la violenza contro operatori e strutture sanitarie è aumentata anche in Cisgiordania.
Il dato emerge con prepotenza dall’ultimo rapporto di Medici senza frontiere, che da 37 anni è presente in Palestina e in Cisgiordania e…
Seicentonovantaquattro attacchi a ospedali, strutture e punti sanitari. Medici, paramedici e infermieri arrestati, feriti o uccisi, mentre cresce la violenza dei coloni e dell’esercito, con 870 palestinesi uccisi e oltre 7.100 feriti tra ottobre 2023 e gennaio 2025.
La regola della guerra che rende intoccabili operatori e strutture sanitarie – tanto unanimemente accettata da entrare in locuzioni di uso comune come “non si spara sulla Croce rossa” – è rimasta sepolta non solo sotto le macerie di Gaza. Da quindici mesi, la violenza contro operatori e strutture sanitarie è aumentata anche in Cisgiordania.
Il dato emerge con prepotenza dall’ultimo rapporto di Medici senza frontiere, che da 37 anni è presente in Palestina e in Cisgiordania e oggi lavora con uno staff di 170 persone, fra locale e internazionale, e che fornisce assistenza sanitaria primaria con cliniche mobili e ambulatori a Jenin, Tulkarem, Nablus, Qalqilya, Tubas e nel governatorato di Hebron. Tutti, nel corso degli ultimi quindici mesi, sono finiti sotto attacco.
"Si muore perché le ambulanze vengono bloccate”
“I pazienti palestinesi stanno morendo perché semplicemente non possono raggiungere gli ospedali”, afferma Brice de le Vingne, coordinatore delle emergenze di Msf. “Vediamo ambulanze bloccate dalle forze israeliane ai posti di blocco mentre trasportano pazienti in condizioni critiche, strutture mediche circondate e danneggiate e operatori sanitari sottoposti a violenza fisica mentre cercano di salvare vite umane”. Per la Corte internazionale di giustizia, ricordano, limitare l’accesso all’assistenza medica “è equivalente alla segregazione razziale e all'apartheid”. L’operazione “Muro di ferro”, iniziata a Jenin poco dopo il cessate il fuoco nella Striscia, spiegano, è solo l’ultimo atto di una stagione di violenza crescente, non solo militare, ma anche civile, con oltre 1.500 attacchi dei coloni, uno ogni quattro giorni.
I numeri della violenza
Secondo Ocha, l’agenzia delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari, e l’Oms, l’organizzazione mondiale della sanità, in un anno – dal 7 ottobre 2014 al 7 ottobre 2005, 700 palestinesi sono stati uccisi e 6mila feriti. Nei mesi successivi, alla macabra contabilità vanno aggiunte rispettivamente 170 e 1.100 persone. Più del 95% dei casi sono attribuibili alle forze israeliane, con quasi il 75% dei decessi registrati durante operazioni militari in città, villaggi e campi profughi, in particolare Jenin e Tulkarem. Violenze che non risparmiano neanche gli operatori sanitari: tra ottobre 2023 e ottobre 2024, 25 sono stati uccisi, 120 feriti e 96 detenuti da forze israeliane. “È passato quasi un mese da quando mi hanno sparato mentre cercavo salvare la vita di qualcuno e sono ancora a letto”, racconta O, uno dei paramedici di Msf che, come tutto il personale locale, per motivi di sicurezza deve chiedere l’anonimato. “In aprile, durante un'incursione ho ricevuto una chiamata da qualcuno che era stato ferito nel campo. Era buio, non c'era elettricità e sono stato costretto ad andare a piedi. Appena ho visto la vittima, ho sentito uno sparo. Ho guardato in basso e mi sono reso conto che quello colpito ero io”.
Strutture vandalizzate e operatori intimiditi
Altri operatori, citati nel rapporto, raccontano di ambulatori e punti di primo soccorso più volte circondati dall’esercito, spesso assediati, devastati e saccheggiati, di ambulanze distrutte – 451 secondo l’Oms – di medici e infermieri ammanettati e interrogati, se non portati via, di pazienti uccisi mentre erano in cura. Al campo di Nur Shams, durante un’incursione, l’esercito ha preso di mira una giovanissima infermiera. “Mi hanno accusato di aiutare i terroristi, poi mi hanno aizzato i cani contro. Dopo aver vandalizzato la mia casa, mi hanno legato le mani con delle fascette e mi hanno trascinata fuori, obbligandomi a rimanere seduta in mezzo alla strada, alla mercé dei cecchini. Quando hanno lasciato l'area, non si sono preoccupati di slegarmi”
"Un ragazzino ammazzato davanti a me”
Non ci sono solo violenze dirette. I limiti alla circolazione, all’accesso all’acqua, il taglio della corrente elettrica, spiegano da Medici senza frontiere, sono una forma indiretta di negazione dell’accesso alle cure, quantomeno in teoria, vietata da norme e convenzioni internazionali. Ma succede anche che a medici e paramedici venga impedito di intervenire di fronte a un’emergenza.
“Durante un'incursione israeliana il 5 settembre 2024 al campo di Al Faraa, attorno alle 3:00 un ragazzo di 16 anni è stato ferito alla gamba dalle forze israeliane. Lo ricordo molto bene – dice un paramedico di Msf - era un amico di mio figlio”. Un team di Medici senza frontiere era lì, perfettamente identificato e identificabile. Il ragazzo li ha visti, ha iniziato a chiedere aiuto, nessuno è stato autorizzato a intervenire. “L’esercito gli ha chiesto di togliersi la camicia mentre era a terra ferito e lo ha fatto. Gli hanno sparato più volte alle gambe e poi gli hanno chiesto di togliersi i pantaloni, ma non poteva farlo, era ferito gravemente. Così gli hanno sparato al collo e lui è morto. Eravamo solo a pochi metri di distanza, ma non siamo stati autorizzati a intervenire”. Il team è riuscito solo a recuperare il corpo del ragazzo. E se non è l’esercito sono i coloni a bloccare le ambulanze, distruggerle con lanci di pietre e altri oggetti, sequestrare e picchiare gli equipaggi.
L’appello di Medici senza frontiere
Per Msf si tratta di gravi e palesi violazioni dei diritti umani a cui Israele “ha l’obbligo legale di mettere fine, garantendo l'accesso all'assistenza sanitaria e di proteggere il personale medico”, per questo chiede lo stop immediato alle violenze, indagini indipendenti su quelle passate, e la fine della limitazione alle forniture mediche. Ma anche l’agenzia Onu Unrwa da giorni ha ufficialmente le mani legate e al campo rifugiati di Tulqarem inizia il dodicesimo giorno di raid e assedio.