TEL AVIV – La sera del 7 ottobre, mentre erano ancora in corso combattimenti tra i soldati israeliani e i miliziani di Hamas nel sud di Israele, i genitori di tre giovani uccisi al festival Nova si precipitarono all’ospedale Kaplan di Rehovot. Avevano una richiesta urgente e speciale per medici: salvare lo sperma dei loro figli. L’autorizzazione del tribunale arrivò dopo poco, e il seme fu prelevato e congelato. Nelle settimane successive, le famiglie incontrarono decine di donne per scegliere le madri surrogate dei loro futuri nipoti, e come loro molti altri genitori e vedove in giro per il Paese.
Da quando è iniziata la guerra a Gaza, i medici israeliani hanno estratto e conservato lo sperma di oltre 200 vittime del conflitto, secondo i dati diffusi dal ministero della Sanità. La Postmortem sperm retrieval (Pmsr) esiste in Israele da almeno 20 anni, i primi genitori a utilizzarla furono Rachel e Yaakov Cohen quando nel 2002 il loro figlio Keivan, soldato dell’Idf, fu ucciso …
TEL AVIV – La sera del 7 ottobre, mentre erano ancora in corso combattimenti tra i soldati israeliani e i miliziani di Hamas nel sud di Israele, i genitori di tre giovani uccisi al festival Nova si precipitarono all’ospedale Kaplan di Rehovot. Avevano una richiesta urgente e speciale per medici: salvare lo sperma dei loro figli. L’autorizzazione del tribunale arrivò dopo poco, e il seme fu prelevato e congelato. Nelle settimane successive, le famiglie incontrarono decine di donne per scegliere le madri surrogate dei loro futuri nipoti, e come loro molti altri genitori e vedove in giro per il Paese.
Da quando è iniziata la guerra a Gaza, i medici israeliani hanno estratto e conservato lo sperma di oltre 200 vittime del conflitto, secondo i dati diffusi dal ministero della Sanità. La Postmortem sperm retrieval (Pmsr) esiste in Israele da almeno 20 anni, i primi genitori a utilizzarla furono Rachel e Yaakov Cohen quando nel 2002 il loro figlio Keivan, soldato dell’Idf, fu ucciso in una sparatoria a Gaza. Ma dal 7 ottobre, le richieste e i prelievi si sono moltiplicati a un ritmo 15 volte superiore rispetto a quello che avveniva prima della guerra. Il governo ha creato una sorta di war room della fertilità, la gestione è passata in mano al ministero della Sanità, con quattro ospedali autorizzati. Alcuni medici stimano che sia stato conservato lo sperma di circa il 30% dei soldati morti.
La maggior parte sono giovani che non hanno lasciato a casa né mogli né fidanzate, e a fare la richiesta sono dunque i futuri nonni come Rachel e Yaakov, che oggi hanno una nipote di 10 anni. Prima, avrebbero dovuto avere il permesso di un giudice, dall’11 ottobre 2023 non più, tranne in alcuni casi, e la vittima non deve aver firmato un consenso preventivo. Questa liberalizzazione è stata accelerata durante la guerra anche perché le possibilità di successo per la procreazione aumentano se lo sperma viene prelevato entro le 24 ore dal decesso.
Il tema ha aperto un dibattito etico e sociale profondo in Israele, ma il desiderio di garantire la continuità e il rafforzamento demografico del Paese, considerati pilastri della tenuta dello Stato, sembrano prevalere sui dubbi legati al mancato consenso esplicito delle vittime.
Il desiderio di vita di fronte alla morte accomuna, come molte cose in questo feroce conflitto mediorientale, israeliani e palestinesi. Anche sull’altro fronte la voglia di paternità è più forte di leggi e gabbie. Negli ultimi due decenni, decine di bambini palestinesi, secondo alcune stime più di 80, sono nati dallo sperma che prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane sono riusciti a contrabbandare all’esterno, per consentire alle mogli di fare la procreazione assistita in una delle cliniche della Cisgiordania.
Come Walid Daqqah, militante, attivista e scrittore, condannato all’ergastolo in un processo considerato non equo dalle organizzazioni umanitarie come Amnesty International, e morto lo scorso anno dietro le sbarre. Sua figlia si chiama Milad, “nascita”, in arabo.