Arab Barghouti: “A Gaza un piano di pulizia etnica. Solo mio padre può unire tutti i palestinesi”
dalla nostra inviata Gabriella ColarussoRAMALLAH — Per Arab Barghouti sono giorni particolari. Sui pullman che riportano a Ramallah i prigionieri palestinesi liberati da Israele, ci sono pezzi della sua famiglia — come il cugino Shadi rilasciato pochi giorni fa. Ma manca l’unica persona che potrebbe fare la differenza «per i palestinesi», dice. Marwan Barghouti, suo padre, nazionalista laico e leader della Seconda Intifada in carcere dal 2002 con diversi ergastoli da scontare. Nei sondaggi Barghouti scalza tutti: Hamas, Fatah, è lui il leader più amato. «Siamo di fronte a un piano di pulizia etnica. Servono unità e un nuovo processo politico. Mio padre può guidarlo», ci dice Arab, 35 anni, quando lo incontriamo in un caffè di Ramallah poco distante dagli uffici della sua startup.
Che notizie ha di suo padre?
«Zakaria Zubeidi (rilasciato la scorsa settimana, ndr) è stato per alcuni periodi con lui in cella: mi ha detto che ha recuperato un po’ di peso, ne aveva perso molto. Anche se è in isolamento è forte mentalment…
RAMALLAH — Per Arab Barghouti sono giorni particolari. Sui pullman che riportano a Ramallah i prigionieri palestinesi liberati da Israele, ci sono pezzi della sua famiglia — come il cugino Shadi rilasciato pochi giorni fa. Ma manca l’unica persona che potrebbe fare la differenza «per i palestinesi», dice. Marwan Barghouti, suo padre, nazionalista laico e leader della Seconda Intifada in carcere dal 2002 con diversi ergastoli da scontare. Nei sondaggi Barghouti scalza tutti: Hamas, Fatah, è lui il leader più amato. «Siamo di fronte a un piano di pulizia etnica. Servono unità e un nuovo processo politico. Mio padre può guidarlo», ci dice Arab, 35 anni, quando lo incontriamo in un caffè di Ramallah poco distante dagli uffici della sua startup.
Che notizie ha di suo padre?
«Zakaria Zubeidi (rilasciato la scorsa settimana, ndr) è stato per alcuni periodi con lui in cella: mi ha detto che ha recuperato un po’ di peso, ne aveva perso molto. Anche se è in isolamento è forte mentalmente».
Sa cosa sta succedendo fuori?
«Non molto. L’ultima volta che ha visto il suo avvocato, sei settimane fa, non sapeva che fosse caduto Assad, cosa era successo a Jenin, il numero reale dei morti a Gaza. Ma resiste, continua a dare lezioni di studi israeliani agli altri prigionieri parlando dalla finestra da cui possono ascoltarlo altre 16 celle».
Credete che verrà rilasciato?
«C’è una possibilità seria, forse la più seria che abbia avuto finora, lo speriamo. Ha molto da dare ai palestinesi e a noi, la sua famiglia. L’ultima volta l’ho visto 2 anni fa».
Cosa vi siete detti?
«È un padre molto progressista, mi ha spinto ad andare in America, a viaggiare, a finire il mio master. Non dice cosa vorrebbe che diventassi, mi supporta nelle mie libere scelte».
Per Israele è un terrorista.
«Terrorista è una parola coloniale, è come gli italiani definivano i combattenti per la libertà libici o come gli afrikaner chiamavano Mandela. Terroriste sono le azioni dello Stato di Israele e dell’estrema destra fanatica che continua a uccidere e a rubare terre ai palestinesi, senza che nessuno la fermi. Mio padre ha lavorato con gli israeliani alla soluzione dei due Stati, ha negoziato con loro negli anni Novanta. Aveva amici nel governo, nella Knesset e non a caso tutte quelle persone hanno chiesto il suo rilascio per arrivare alla pace».
Suo padre crede ancora nella soluzione dei due Stati?
«È un uomo pragmatico, e flessibile verso qualsiasi soluzione che porti i palestinesi all’autodeterminazione, a vivere in libertà e dignità. Credo che sostenga la soluzione dei due Stati perché la ritiene l’unica fattibile. Israele però ha deciso di ucciderla definitivamente. Abbiamo a che fare con uno dei governi più razzisti al mondo e purtroppo, lo dico con dolore, ha il sostegno occidentale, di Trump e prima di Biden, dei leader europei: nessuno guarda davvero ai palestinesi come esseri umani. Se fossimo bianchi con gli occhi azzurri non sarebbe successo tutto questo. È stato chiaro quando gli europei hanno cominciato a difendere gli ucraini. In questa parte del mondo, seguono solo gli interessi di Israele».
Cosa pensa del piano di Trump per Gaza?
«Che è inumano, è un piano di pulizia etnica. Ma è una illusione pensare che a un certo punto noi palestinesi ci dimenticheremo della nostra identità. La Palestina per noi è molto di più un pezzo che puoi sostituire».
I palestinesi però sono divisi. Chi vi rappresenta oggi?
«Noi palestinesi abbiamo bisogno di unirci intorno a una visione politica chiara di quello che vogliamo e non vogliamo. Basta con le faide tra partiti, ognuno che lavora per i suoi interessi. Non c’è più potere da spartirsi in Palestina. Il sistema va cambiato. Abbiamo bisogno di nuove elezioni che portino in parlamento una nuova generazione».
Lei si candiderebbe?
«Non credo. Mia madre mi dice sempre che se fai il politico in Palestina finisci in carcere, ucciso o corrotto. Stiamo ancora cercando una quarta opzione. Mio padre e altri come Ahmed Saadat (leader dell’Fplp anche lui in carcere, ndr) possono davvero cambiare le cose».
Con Hamas?
«Io non condivido la loro ideologia, ho condannato l’uccisione di civili e i rapimenti del 7 ottobre. Ma all’interno di un processo e di un sistema politico democratico avrebbero diritto di essere un partito. Ci sono leader di Hamas più pragmatici, favorevoli alla soluzione dei due Stati».
Abu Mazen rappresenta ancora i palestinesi?
«Se guardiamo ai sondaggi, non direi. È il momento per noi di avere una nuova leadership, elezioni democratiche».
Dicono che se le fate vince Hamas.
«Quindi si fanno le elezioni solo quando puoi decidere chi le vince?».
Quanto c’entra la religione in questo conflitto?
«Nulla. Il nostro problema non sono mai stati gli ebrei, o i cristiani o i musulmani, il nostro problema è chi vuole rubare la nostra terra. Storicamente l’antisemitismo è stato un fenomeno europeo, non palestinese. L’unica soluzione è uguali diritti su questa terra. Ci vorranno anni ma ci arriveremo».
Il dialogo con gli israeliani è ancora possibile?
Siamo nel periodo peggiore della storia di questo conflitto, ma la pace si fa con i nemici: non vedo nessuna alternativa al fatto che a un certo punto dovremo di nuovo parlarci guardandoci negli occhi. Quando avranno realizzato le rovine e la morte che hanno riversato sui palestinesi, a Gaza e in Cisgiordania».