Tregua Israele-Hamas, perché il cessate il fuoco è a rischio e cosa può succedere ora
di Enrico FranceschiniLONDRA – L’annuncio di Hamas di un rinvio del rilascio di altri tre ostaggi israeliani, previsto per sabato, cita non meglio specificate violazioni del cessate il fuoco da parte di Israele. La notizia ha spinto Israele a mettere in stato di allerta le truppe che aveva parzialmente ritirato da Gaza e Donald Trump a minacciare “l’inferno” se gli ostaggi non verranno rilasciati entro mezzogiorno di sabato: non soltanto i tre prigionieri previsti dagli accordi, a dire il vero, bensì “tutti gli ostaggi”, secondo le parole del presidente degli Stati Uniti. Che cosa è successo e che cosa può dunque accadere nella Striscia?
La dichiarazione di Hamas
Abu Obeida, un portavoce di Hamas, ha reso noto lunedì che la liberazione di tre ostaggi in programma sabato verrà “posticipata fino a nuovo avviso”, denunciando violazioni israeliane degli accordi sul cessate il fuoco. In seguito, il portavoce ha fatto riferimento a ritardi nel ritorno degli sfollati palestinesi nel nord di Gaza, incidenti i…
LONDRA – L’annuncio di Hamas di un rinvio del rilascio di altri tre ostaggi israeliani, previsto per sabato, cita non meglio specificate violazioni del cessate il fuoco da parte di Israele. La notizia ha spinto Israele a mettere in stato di allerta le truppe che aveva parzialmente ritirato da Gaza e Donald Trump a minacciare “l’inferno” se gli ostaggi non verranno rilasciati entro mezzogiorno di sabato: non soltanto i tre prigionieri previsti dagli accordi, a dire il vero, bensì “tutti gli ostaggi”, secondo le parole del presidente degli Stati Uniti. Che cosa è successo e che cosa può dunque accadere nella Striscia?
La dichiarazione di Hamas
Abu Obeida, un portavoce di Hamas, ha reso noto lunedì che la liberazione di tre ostaggi in programma sabato verrà “posticipata fino a nuovo avviso”, denunciando violazioni israeliane degli accordi sul cessate il fuoco. In seguito, il portavoce ha fatto riferimento a ritardi nel ritorno degli sfollati palestinesi nel nord di Gaza, incidenti in cui forze israeliane hanno aperto il fuoco e problemi nella consegna di aiuti umanitari.
Più tardi, tuttavia, lo stesso rappresentante del movimento jihadista ha detto che “la porta rimane aperta” allo scambio fra ostaggi israeliani e decine di detenuti palestinesi, se Israele “rispetterà gli impegni” presi nell’accordo.
La reazione di Israele
Il ministro della difesa israeliano Israel Katz ha definito l’annuncio di Hamas “una completa violazione del cessate il fuoco” e ha ordinato alle truppe dello Stato ebraico di “prepararsi per il più alto livello di allerta per ogni possibile scenario a Gaza e per proteggere” le comunità israeliane circostanti.
“Non permetteremo il ritorno alla realtà del 7 ottobre”, ha detto il ministro, riferendosi all’aggressione di Hamas di sedici mesi fa contro i kibbutz e le cittadine nel sud di Israele che scatenò la reazione militare di Gerusalemme.
Le violazioni precedenti
Ci sono state ripetute violazioni da entrambe le parti da quando tre settimane or sono è stato annunciato il cessate il fuoco: ritardi nel rilascio di ostaggi o detenuti, disaccordi sulle modalità del rilascio, sporadici episodi di violenza, rallentamenti nel ritiro delle forze israeliane da parti di Gaza, posticipo dell’invio dei negoziatori israeliani in Qatar per discutere la seconda fase della trattativa: ma dopo alcune ore o qualche giorno di tensione sono state finora superate senza compromettere il proseguimento del cessate il fuoco e lo scambio fra ostaggi e detenuti. Fino ad ora 16 israeliani e cinque cittadini thailandesi sono stati liberati da Hamas in cambio di 566 detenuti palestinesi.
Le nuove violazioni
Gli incidenti citati da Hamas per giustificare il “posticipo” del rilascio di altri tre ostaggi sono effettivamente avvenuti, ma la loro gravità è da stabilire. È vero che il ritorno nel nord di Gaza delle centinaia di migliaia di palestinesi sfollati al sud è stato ritardato, ma è comunque iniziato e giovedì Israele ha completato il ritiro delle proprie forze dal corridoio di Netzarim che divide in due Gaza, in effetti facilitando il rientro degli sfollati.
È vero che soldati israeliani hanno aperto il fuoco in un episodio di tensione che ha portato alla morte di tre palestinesi, ma le circostanze non sono chiare. Non tutto è perfetto, infine, nella consegna degli aiuti umanitari, che secondo gli accordi prevedono un aumento fino ad almeno 500 camion al giorno, ma l’assistenza è cresciuta e va avanti. A prima vista, insomma, non ci sono stati fatti eccezionali tali da bloccare lo scambio di prigionieri e rischiare la fine del cessate il fuoco.
L’intervento di Trump
L’annuncio del rinvio del rilascio degli ostaggi, tuttavia, è arrivato poco dopo le parole pronunciate dal presidente americano nell’Ufficio Ovale della Casa Bianca parlando a ruota libera con i giornalisti. “Il cessate il fuoco dovrebbe essere cancellato e ci sarà l’inferno, se gli ostaggi tenuti prigionieri a Gaza non saranno liberati entro mezzogiorno di sabato”, ha detto Trump. “Tutti gli ostaggi, non alla spicciolata, una volta tre ostaggi, una volta due, una volta quattro”, ha aggiunto. In realtà, gli accordi sul cessate il fuoco prevedono il rilascio degli ostaggi a tappe nell’arco di tre mesi, non tutti in una volta: ci sono ancora 73 israeliani in mano ad Hamas a Gaza. Il presidente ha quindi dato l’impressione di correggersi, ammettendo: “Parlo per me, la decisione spetta a Israele”.
Però poi è tornato sulla sua proposta di svuotare Gaza, trasferendo i palestinesi in massa in Egitto e Cisgiordania, per permettere agli Stati Uniti (non è chiaro se intesi come governo o privati costruttori) di ricevere da Israele il “possesso” della Striscia, in modo da ricostruirla e farne una “Riviera del Medio Oriente”. A questo proposito, nel nuovo intervento di ieri, Trump ha minacciato di “tagliare gli aiuti” a Egitto e Giordania, se non accetteranno di accogliere i palestinesi di Gaza. E contrariamente a quanto aveva detto in precedenza, il presidente ha affermato che i palestinesi, una volta lasciata Gaza, “non potranno rientrarvi”.
Un intervento che mette in serio imbarazzo il re di Giordania Abdullah, atteso oggi alla Casa Bianca per un incontro con Trump: più di metà della popolazione del suo regno è di etnia palestinese (inclusa sua moglie, la regina Rania), ma il re appartiene alla minoranza beduina e comunque un massiccio influsso di profughi palestinesi metterebbe a repentaglio la stabilità del Paese. Di fatto, i governi del Cairo e di Amman si oppongono al trasferimento – forzato o volontario, anche questo resta da capire nella proposta di Trump – di oltre due milioni di palestinesi da Gaza, così come sono contrari i Paesi arabi, a cominciare dall’Arabia Saudita che Trump vuole spingere a firmare al più presto la pace con Israele, completando gli accordi Abramo fra Gerusalemme e quattro Paesi arabi da lui mediati nel suo primo mandato. Soltanto la destra israeliana ha accolto con favore l’iniziativa americana. Le parole del presidente, insomma, sembrano in contraddizione con i suoi stessi dichiarati obiettivi per il Medio Oriente e hanno colto tutti di sorpresa. Di certo c’è che i primi a rigettarle sono i militanti di Hamas, che hanno descritto il nuovo intervento di Trump come “una provocazione” e, coincidenza o meno, subito dopo hanno annunciato un posticipo del rilascio degli ostaggi. Le prossime ore o i prossimi giorni riveleranno se è solo un incidente di percorso o l’inizio della fine del cessate il fuoco.