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Israele: “Tutti gli ostaggi liberi entro sabato o riparte la guerra”

(reuters)

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Netanyahu sposta nuovamente i riservisti al confine della Striscia, sempre più a rischio la tenuta del cessate il fuoco. Il re giordano Abdallah resiste alle pressioni degli Stati Uniti: “Gaza non si svuota, un piano arabo per i palestinesi”
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GERUSALEMME – Le lancette della pace e della guerra corrono velocissime in queste ore in Medio Oriente: e mentre la diplomazia si affanna a trovare una soluzione per “il giorno dopo” la fine della guerra, è possibile che la guerra, invece di finire, riprenda.

Dopo una convulsa giornata di tira e molla, e in contemporanea con l’annuncio della Giordania sull’esistenza di un piano arabo per ricostruire la Striscia senza allontanarne la popolazione, l’ufficio di Benjamin Netanyahu ha fatto sapere che il primo ministro appoggia la posizione espressa due giorni fa da Donald Trump: se «tutti» gli ostaggi non saranno liberati entro sabato alle 12 la guerra potrà riprendere. Su quel “tutti” si è giocata per ore la partita nel governo: in un primo momento i comunicati ufficiali parlavano della necessità di liberare gli ostaggi nelle prossime ore per evitare la ripresa dei combattimenti. Non di liberarli tutti: questa posizione era stata espressa solo dal ministro delle Finanze e falco de…

GERUSALEMME – Le lancette della pace e della guerra corrono velocissime in queste ore in Medio Oriente: e mentre la diplomazia si affanna a trovare una soluzione per “il giorno dopo” la fine della guerra, è possibile che la guerra, invece di finire, riprenda.

Dopo una convulsa giornata di tira e molla, e in contemporanea con l’annuncio della Giordania sull’esistenza di un piano arabo per ricostruire la Striscia senza allontanarne la popolazione, l’ufficio di Benjamin Netanyahu ha fatto sapere che il primo ministro appoggia la posizione espressa due giorni fa da Donald Trump: se «tutti» gli ostaggi non saranno liberati entro sabato alle 12 la guerra potrà riprendere. Su quel “tutti” si è giocata per ore la partita nel governo: in un primo momento i comunicati ufficiali parlavano della necessità di liberare gli ostaggi nelle prossime ore per evitare la ripresa dei combattimenti. Non di liberarli tutti: questa posizione era stata espressa solo dal ministro delle Finanze e falco dell’ultradestra Bezalel Smotrich, che aveva detto che se «tutti» gli ostaggi non saranno liberi entro sabato Israele dovrà «aprire le porte dell’Inferno» per Gaza, tagliando acqua ed elettricità all’enclave. Alla fine a prevalere pare sia stata la sua posizione.

Cosa accadrà ora è da vedere: di certo qui la pressione delle famiglie dei 97 (vivi e morti) ancora a Gaza è fortissima. Ieri le notizie sul decesso di uno di loro - Shlomo Mantsur, 87 anni, portato via dal kibbutz Kissufim - finora dato per vivo, e della prova di esistenza in vita, ma in condizioni terribili, di altri quattro, hanno di nuovo fatto alzare lo scontro con il governo. «Se Netanyahu non andrà avanti con la seconda fase, giuro che creeremo seri problemi all’ordine pubblico», ha detto Zeinav Zangakauer, madre di Matan, 24 anni, rapito a Nir Oz, volto simbolo delle proteste. La donna insieme ad altre dozzine di persone ha bloccato l’autostrada che collega Tel Aviv a Gerusalemme, mentre un altro gruppo di contestatori metteva a soqquadro l’area intorno alla residenza del primo ministro a Gerusalemme.

Intanto il Paese si sta preparando a una possibile ripresa dei combattimenti: nell’area intorno alla Striscia sono state aumentate le truppe, riservisti compresi, e gli operatori umanitari internazionali sono stati avvisati di nuovi possibili stop agli ingressi di merci e persone. Di tutto questo, Netanyahu discuterà nelle prossime ore con Steven Witkoff, inviato speciale di Trump per il Medio Oriente, in arrivo in Israele dopo la missione a Mosca.

In contemporanea, un’altra partita è andata in scena a Washington dove Donald Trump ha ricevuto il re di Giordania Abdallah e il figlio Hussein. Nei giorni scorsi Trump aveva di fatto minacciato Giordania ed Egitto di tagliare gli aiuti qualora non avessero accolto i palestinesi. «Non servono le minacce», ha detto ieri Trump, «ci stiamo lavorando»: ma su X Abdallah alla fine del vertice ha ribadito un secco no all’ipotesi di spostamento della popolazione palestinese e sottolineato l’importanza del ruolo americano per raggiungere una «pace giusta sulla base della soluzione dei Due Stati». Poco dopo, alla televisione di Stato, il suo ministro degli Esteri annunciava che l’Egitto, a nome dei Paesi arabi, stava mettendo a punto un piano per ricostruire Gaza senza allontanarne la popolazione: una risposta unitaria alle richieste di Trump.

Per la Giordania, Paese di poco più di undici milioni di abitanti che ospita già due milioni di palestinesi registrati (e altre decine di migliaia di illegali), oltre a centinaia di migliaia di profughi siriani, l’idea di Trump è una minaccia esistenziale al suo delicatissimo equilibrio interno. Nonché una sfida economica insostenibile per un’economia da anni in crisi. Lo stesso dicasi - con proporzioni diverse - per l’Egitto, che dei palestinesi di Gaza teme, più dei numeri, le idee politiche legate all’islamismo.

In attesa di sviluppi, Trump ieri è tornato a minacciare Hamas se gli ostaggi israeliani non verranno rilasciati.

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