L’assalto di Trump alla Cultura: si prende pure il Kennedy Center. E le star se ne vanno
di Anna LombardiDonald Trump pigliatutto si prende pure uno dei più celebri templi della cultura americana: facendosi nominare presidente del Consiglio d’Amministrazione del John F. Kennedy Center for the Performing Arts di Washington. Prima volta di un presidente in carica al comando del centro specializzato in arti dello spettacolo – teatro, danza, musica – che con i suoi circa 2mila show l’anno, visti da almeno due milioni di persone, è considerato il più attivo centro culturale d’America. Celebre anche per il sostegno che fin dalla sua apertura, nel 1971, offre agli artisti: producendone lavori inediti e originali. Almeno il 10 per cento di quel che programma infatti, circa 200 spettacoli l’anno, nascono con il sostegno della potente istituzione ideata nel 1933 dell’ex First Lady Eleanor Roosevelt (che per anni condusse pure la raccolta fondi). Ma la cui prima pietra fu posta solo nel 1964 (un anno dopo l’assassinio di quel Jfk che onora nel nome) dall’ex presidente Lyndon Johnson: affacciato sul…
Donald Trump pigliatutto si prende pure uno dei più celebri templi della cultura americana: facendosi nominare presidente del Consiglio d’Amministrazione del John F. Kennedy Center for the Performing Arts di Washington. Prima volta di un presidente in carica al comando del centro specializzato in arti dello spettacolo – teatro, danza, musica – che con i suoi circa 2mila show l’anno, visti da almeno due milioni di persone, è considerato il più attivo centro culturale d’America. Celebre anche per il sostegno che fin dalla sua apertura, nel 1971, offre agli artisti: producendone lavori inediti e originali. Almeno il 10 per cento di quel che programma infatti, circa 200 spettacoli l’anno, nascono con il sostegno della potente istituzione ideata nel 1933 dell’ex First Lady Eleanor Roosevelt (che per anni condusse pure la raccolta fondi). Ma la cui prima pietra fu posta solo nel 1964 (un anno dopo l’assassinio di quel Jfk che onora nel nome) dall’ex presidente Lyndon Johnson: affacciato sul fiume Potomac proprio nel cuore di Washington D.C., a fianco del complesso del Watergate che all’epoca non era ancora finito al centro del celebre scandalo che travolse Richard Nixon.
Ibrido di pubblico e privato, riceve donazioni filantropiche e finanziamenti federali annuali che invece servono a sostenere manutenzione e funzionamento della struttura. È da sempre considerato istituzione apartitica: ma è chiaro che l’abbordaggio di Trump ne trasformerà profondamente programmazione artistica e scelte culturali.
Di fatto auto nominatosi “Commander-in-Art”, The Donald ha d’altronde già dichiarato guerra pure a Hollywood insignendo del titolo di “ambasciatori speciali” tre dei pochi attori a lui fedeli - Jon Voight (il padre di Angelina Jolie da cui lei ha preso le distanze da tempo), Sylvester Stallone protagonista di Rambo e Rocky le saghe cinematografiche amatissime da Mister President. E pure Mel Gisbon, a lungo emarginato dagli studios per i suoi commenti antisemiti e misogini – col compito specifico di “Fare Hollywood Grande di Nuovo”. Ovvero epurarla da quella che il tycoon definisce il “virus DEI”, le cosiddette regole su “diversità, uguaglianza e inclusione”. Ebbene, a sottolineare quanto vuol profondamente cambiare l’America ora s’impossessa pure del celebre centro culturale: annunciando la sua volontà di imporre cambiamenti radicali pure al mondo dell’arte e della cultura americana.
La scalata era stata già annunciata qualche tempo fa: ma ieri sera il Board, composto in parte da fedelissimi del leader repubblicano, ha ufficializzato la nomina di Trump con effetto immediato. E questi ha licenziato su due piedi la presidentessa del centro Deborah Rutter, da 11 anni alla guida del Kennedy e il cui mandato sarebbe scaduto alla fine dell’anno, sostituendola con Richard Grenell: ex portavoce del Dipartimento di Stato durante l’amministrazione Bush Jr., poi entrato nel cerchio magico di Trump che prima lo ha nominato ambasciatore in Germania (2018 - 2020) e poi direttore ad interim della National Intelligence. Già fondatore di Capitol Media Partners, società di consulenza politica, è insomma più noto per aver consigliato oligarchi accusati di corruzione che per l’attenzione alle arti performative.
Grenell è entrato immediatamente nel ruolo: già ieri sera sui social denunciava la “cattiva gestione” dei predecessori: “Ci sono zero fondi nelle casse”. E pure la fine della programmazione “woke” (significa “risveglio” ed è parola usata per indicare la presa di coscienza delle discriminazioni) ovvero di qualunque opera focalizzata su ingiustizie sociali. Un concetto che, secondo lo stesso Trump, ormai “non esiste più in questo paese”.
Manco a dirlo, la “presa” del Kennedy Center, ha immediatamente provocato una serie di dimissioni eccellenti. La prima a prendere le distanze dalla nuova gestione è stata, per dire, la celebre sceneggiatrice Shonda Rhimes che del Kennedy era la tesoriera. Ideatrice di fortunatissime serie tv che vanno da Grey's Anatomy a Scandal fino al più recente Bridgerton: innovativo per la scelta “color blind”. Ovvero l’uso di attori eticamente diversi per interpretare ruoli che un tempo sarebbero andati esclusivamente a bianchi, rappresentando una società multirazziale pur piuttosto lontana dalla realtà dell’epoca rappresentata. Per intenderci, proprio il tipo di programma “DEI” che fa infuriare Trump e i suoi accoliti. L’addio di Rhimes è stato subito seguito da quello della cantante lirica Renée Fleming, soprano considerata dalla critica “una delle voci più belle dell’ultimo cinquantennio”. E pure dal pianista Ben Folds, compositore e consulente della National Symphony Orchestra. Che proprio nel Kennedy ha la sua sede, come pure la Washington National Opera e il Washington Ballet. Mentre altre defezioni di rilievo sono attese già nelle prossime ore.
I trumpiani non se ne curano. E hanno già pronta la lista dei nuovi membri del Cda. Con buona pace del fatto che quasi nessuno di questi ha competenze artistiche: a parte, forse, Lee Greenwood, l’icona della musica country che si è esibito pure alla cerimonia d’insediamento dello scorso gennaio, autore di “God Bless the U.S.A.”, uno dei brani preferiti da President Trump. Fra gli altri nomi dei nuovi consiglieri spicca semmai Pam Bondi, la fedelissima entrata in carica come Procuratore Generale degli Stati Uniti solo una settimana fa. E poi Andrea Wynn, moglie del re dei casinò Steve Wynn, l’ex tesoriere del Comitato Nazionale del Partito repubblicano costretto alle dimissioni dopo una serie di denunce per abusi sessuali da parte di ex dipendenti. E ancora Dana Blumberg, moglie del miliardario Robert Kraft l’immobiliarista patron della squadra di football dei New England Patriots. Un Consiglio d’Amministrazione che già di per sé è un programma...