Quando una telefonata riaccende la speranza, tra i moscoviti entusiasti nel giorno del disgelo
dalla nostra inviata Rosalba CastellettiMOSCA — Il 35nne Sergej camminava per caso in Novinskij Bulvar, vialone a più corsie sul lato ovest dell’Anello dei Giardini che racchiude il centro di Mosca. Quando ha notato la bandiera a stella a strisce sulla facciata dell’ambasciata statunitense non ha resistito e si è scattato un paio di selfie sorridenti da mandare agli amici a Samara. «La telefonata tra Donald Trump e Vladimir Putin passerà alla storia. Chissà che cosa si staranno dicendo ora in quelle stanze. Magari stanno già lavorando all’incontro o alla visita di Trump in Russia».
All’indomani del lungo colloquio tra i due presidenti, molti nella capitale condividono il suo entusiasmo, dai media alla politica fino ai mercati. Il quotidiano economico Kommersant celebra “Il giorno del trionfo di Putin”, mentre il tabloid Komsomolskaja Pravda titola che “Trump ha firmato la condanna a morte di Zelensky”. Evgenij Popov, co-conduttore del talk show 60 minut di Rossija1, la rete ammiraglia della tv di Stato, ironizza che Tr…
MOSCA — Il 35nne Sergej camminava per caso in Novinskij Bulvar, vialone a più corsie sul lato ovest dell’Anello dei Giardini che racchiude il centro di Mosca. Quando ha notato la bandiera a stella a strisce sulla facciata dell’ambasciata statunitense non ha resistito e si è scattato un paio di selfie sorridenti da mandare agli amici a Samara. «La telefonata tra Donald Trump e Vladimir Putin passerà alla storia. Chissà che cosa si staranno dicendo ora in quelle stanze. Magari stanno già lavorando all’incontro o alla visita di Trump in Russia».
All’indomani del lungo colloquio tra i due presidenti, molti nella capitale condividono il suo entusiasmo, dai media alla politica fino ai mercati. Il quotidiano economico Kommersant celebra “Il giorno del trionfo di Putin”, mentre il tabloid Komsomolskaja Pravda titola che “Trump ha firmato la condanna a morte di Zelensky”. Evgenij Popov, co-conduttore del talk show 60 minut di Rossija1, la rete ammiraglia della tv di Stato, ironizza che Trump stia facendo il lavoro sporco per Mosca: «Volevamo fare a pezzi l’Occidente con la motosega, ma ha deciso di farlo da sé». L’immarcescibile Dmitrij Medvedev, ex presidente e premier, oggi numero due del Consiglio di Sicurezza, usa invece i suoi soliti toni prosaici: «La frigida zitella Europa è pazza di gelosia e rabbia. La sua era è finita». E la prospettiva di una futura revoca delle sanzioni fa salire gli indici della Borsa di oltre il 6% e il rublo ai suoi massimi dall’estate.
La speranza dei moscoviti è che i negoziati mettano presto fine ai tre logoranti anni di offensiva in Ucraina e di scontro con l’Occidente. Sono tutti consapevoli però che le trattative saranno lunghe e cariche d’incertezza e che il buon esito è tutt’altro che garantito. «Le relazioni tra Russia e Usa erano ai minimi da anni. Non basterà Trump a rilanciarle di colpo», osserva la studentessa 18enne Alina, niente cognome, come tutti, «siamo in Russia».
Basta guardarsi intorno. Nel bel mezzo della campagna elettorale che ha decretato il ritorno di Trump alla Casa Bianca, davanti alla sede diplomatica statunitense, sono spuntate tre lettere latine giganti, Z V O, diventate l’oramai famigerato simbolo delle truppe russe in Ucraina: le iniziali un po’ storpiate di Spetsialnaja voennaja operatsija, “Operazione militare speciale”, come qui viene chiamata l’offensiva contro Kiev. Fanno parte di una parata di simboli patriottici: tricolori, nastri neroarancio di san Giorgio, stelle rosse e slogan “Per la vittoria” e “Noi insieme”. E tre anni fa lo slargo sul retro è stato ribattezzato per dispetto a Washington “Piazza della Repubblica Popolare di Donetsk”, omaggio a una delle regioni del Donbass ucraino annesse dalla Russia.
«Vorrei che questi simboli sparissero», continua Alina. «Che la telefonata fosse davvero il primo passo verso la pace. Il mio compagno combatte in Ucraina sin dall’inizio. Ho parenti nella regione di Kursk dove sono avanzati gli ucraini. E altri nel Donbass, a Lugansk, che hanno accolto i russi come divinità. Potremmo accontentarci e fermarci. Stanca? Certo. Muoiono in tanti».
La storica dell’arte 62enne Elena le fa eco: «Stanca? Sono più che stanca di questo conflitto. Muoiono in tanti. I prezzi salgono. E oramai siamo dei paria. Ma non mi faccio illusioni». Alle sue spalle, su un monitor pubblicitario, tra lo spot di un negozio di mobili e il nuovo menù di Vkusno i Tochka, l’erede russo dell’oramai scomparso McDonald’s, a rotazione appare anche uno dei martellanti inviti ad arruolarsi a contratto in cambio di un’allettante paga annua da 5,2 milioni di rubli, circa 55mila euro.
Anche il Centro Levada, l’unico istituto di sondaggi indipendente, registra una crescente voglia di pace. Lo scorso mese, la quota di russi favorevoli a negoziati immediati ha raggiunto il 61%, la cifra più alta in tre anni. «Il prezzo del conflitto è elevato», spiega a Repubblica il sociologo 78enne Lev Gudkov, storico direttore del Centro. «Sono tre le cause della stanchezza: l’inflazione elevata, le perdite umane e la paura che il conflitto sfoci in una Terza Guerra Mondiale e quindi nell’uso di armi nucleari». Il problema, precisa, è che «tutti vogliono la fine delle ostilità sì, ma alle condizioni enunciate da Putin. Non sono disposti a fare concessioni. Non lo dicono perché è un tabù, ma pensano che altrimenti sarebbe stato tutto un inutile sacrificio».
Se mai i negoziati fallissero, il 47enne Aleksandr, nome di fantasia («Sono coinvolto in politica»), è pronto a sostenere Putin fino in fondo. «Sa quello che fa. Noi guardiamo avanti, ma lui guarda ancora più lontano. Abbiamo bisogno di serie garanzie di sicurezza. Putin lo aveva detto già alla Conferenza di Monaco del 2007, ma nessuno lo ha voluto ascoltare. La telefonata con Trump è stata un grande passo. Vediamo dove porterà. Ma chi ci assicura che dopo il bluff degli Accordi di Minsk non ci prenderanno nuovamente in giro?».
Anche il 29enne Andrej, insegnante d’inglese, capelli lunghi e look total black, è scettico, ma per motivi opposti. Pacifista convinto, guarda con disprezzo la vetrina del negozio dell’Armija Rossij che per prezzi tra i 4mila e 5mila rubli vende t-shirt e berretti con il logo dell’esercito russo. Dietro anonimato, non ha remore a usare la parola proibita che qui può costare il carcere. «Voglio che questa "guerra” finisca. Ho perso cinque amici in Ucraina. Putin e Trump? Sono due dittatori oligarchici e militaristici. Ma se pure facessero la pace per i loro avidi interessi, ne sarei felice».