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L’analista israeliano Carmon: “Per il day-after nessuno ha la soluzione. Così la guerra riprenderà”

(afp)

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L’intervista al presidente del Middle East Media Research Institute: “Gli estremisti islamici ci vogliono cacciare, questo conflitto non finirà finché loro manterranno il potere”
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GERUSALEMME – Yigal Carmon è uno dei più ascoltati analisti israeliani. Il centro studi che ha fondato e dirige, il Memri, monitora e traduce pubblicazioni in arabo e in persiano da tutti i Paesi della regione. Negli ultimi quindici anni ha puntato i riflettori sull’ascesa dell’estremismo islamico non solo nel discorso ufficiale, ma anche nei sermoni religiosi e nei programmi televisivi di molti Paesi, così come dell’Iran. Anche per questo, Carmon si è guadagnato l’etichetta di uomo di destra.

«In realtà, ho ancora la tessera del Labour», dice ridendo sul divano della sua casa, dove si sta riprendendo da una caduta. Che si condivida o no il suo punto di vista, questo ex colonnello dell’Intelligence militare, consigliere per l’antiterrorismo dei primi ministri Yitzhak Rabin e Yizhak Shamir, è un uomo da ascoltare con attenzione. Anche perché con attenzione lo ascoltavano gli uomini della prima Amministrazione Trump: ed è probabile che facciano lo stesso i loro attuali successori.

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GERUSALEMME – Yigal Carmon è uno dei più ascoltati analisti israeliani. Il centro studi che ha fondato e dirige, il Memri, monitora e traduce pubblicazioni in arabo e in persiano da tutti i Paesi della regione. Negli ultimi quindici anni ha puntato i riflettori sull’ascesa dell’estremismo islamico non solo nel discorso ufficiale, ma anche nei sermoni religiosi e nei programmi televisivi di molti Paesi, così come dell’Iran. Anche per questo, Carmon si è guadagnato l’etichetta di uomo di destra.

«In realtà, ho ancora la tessera del Labour», dice ridendo sul divano della sua casa, dove si sta riprendendo da una caduta. Che si condivida o no il suo punto di vista, questo ex colonnello dell’Intelligence militare, consigliere per l’antiterrorismo dei primi ministri Yitzhak Rabin e Yizhak Shamir, è un uomo da ascoltare con attenzione. Anche perché con attenzione lo ascoltavano gli uomini della prima Amministrazione Trump: ed è probabile che facciano lo stesso i loro attuali successori.

Colonnello, lunedì Hamas ha sospeso la liberazione di tre ostaggi, ieri l’ha confermata. Martedì il governo israeliano ha minacciato la guerra se “tutti” gli ostaggi non fossero stati rilasciati sabato: ieri non si è opposto a tre. A che gioco giochiamo?

«Io credo che Hamas stesse cercando di alzare la posta in gioco, ma non ha tenuto in considerazione che Bibi ha le spalle coperte da Trump. Se va avanti in questa maniera si scaverà la fossa da sola. Non è un gioco, farebbero bene a non provocare. Israele è pronto a ricominciare la guerra».

Per ora il pericolo sembra evitato…

«Per ora. Ma se andiamo avanti così la guerra riprenderà. Anche se si dovesse arrivare alla fase due o alla fase tre dell’accordo per il cessate il fuoco. Per Israele questa guerra non può finire con Hamas al potere: e per quanto colpita, Hamas è al potere. All’orizzonte non c’è nessuna soluzione per Gaza: non ce l’ha l’Egitto, non ce l’ha Autorità nazionale palestinese. Non sono qui a prendere le difese di Trump: ma quando dice che nessuno ha un piano per il giorno dopo, ha ragione. L’ho scritto due settimane dopo l’inizio: questo conflitto durerà dieci anni».

Una visione pessimista, la sua...

«Si sbaglia: è una visione ottimista. Perché potrebbe durare anche di più. Nel ’48 la guerra è finita senza una soluzione: sono passati anni, poi c’è stata la pace con la Giordania e l’Egitto. Una pace per modo di dire, un modo per andare oltre direi, per mettere da parte le ferite del passato: ma il 7 ottobre abbiamo capito che le ferite non erano guarite. Qui il problema non è che non è stato creato uno Stato palestinese: qui parliamo di “From the river to the sea”, dal Giordano al mare, del fatto che ci vogliono cacciare. Come si può immaginare una pace dopo questi 16 mesi? Lo dico guardando a entrambi i lati: dopo la Seconda guerra mondiale l’Europa ha fatto la pace, quella vera, quando sulla scena è arrivata una nuova generazione. Sarà lo stesso qui».

In questi mesi, ho incontrato molte persone che pensano l’opposto: che dal trauma del 7 ottobre e di ciò che è venuto dopo può venire la comprensione del fatto che serve una marcia diversa …

«C’è una differenza fondamentale fra la mentalità occidentale e quella che abbiamo qui. Anche Steve Witkoff (l’inviato speciale di Trump per la regione, ndr) è venuto qui dicendo che occorreva migliorare la situazione di Gaza perché altrimenti ci sarebbe stata una rivolta. Quello che voi non capite è che non parliamo di standard di vita, di case, di elettricità: parliamo di ideologia. Gaza a ottobre 2023 non viveva una crisi umanitaria: c’erano università, palazzi moderni, parchi, impianti sportivi. Hamas non ha attaccato Israele per questo».

Da Gaza poteva uscire solo una minoranza di persone, anche solo sognare di andare altrove era vietato: non la definirei una bella situazione…

«Mi dica un Paese arabo oggi dove si può sognare di viaggiare o di parlare liberamente. Di nuovo, c’è una differenza fondamentale di mentalità fra quello che vede l’Occidente e ciò che vive questa regione. Gaza era bellissima. La realtà è che non si baratta l’ideologia con i soldi: certamente non quando l’ideologia è quella di un’organizzazione fanatista islamica».

Se Hamas è un’idea, o un’ideologia, allora non sarà una guerra, e nemmeno l’eliminazione fisica dei suoi leader, a sradicarla …

«Ha ragione, non li sradichi. Ma li indebolisci alla radice. C’è tanta gente dentro Gaza che dice a Hamas “ci avete scatenato addosso un’altra Nakba”. Ma quello che è sbagliato è l’idea di fondo, che era quella di Netanyahu: che con i soldi avrebbe potuto tenere buona Hamas. Oggi paghiamo il conto di quello che lui e il Qatar hanno fatto per anni».

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