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Medvedev deride l’Europa: “È finita”. E Putin prepara il team per i colloqui

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Il Cremlino pronto a schierare una squadra di peso per il confronto con gli Stati Uniti: “Vuole incassare tutte le sue richieste”
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MOSCA — È alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco che nel 2007 Putin tenne il discorso passato alla storia come lo strappo definitivo con l’Occidente. Attaccò il «mondo unipolare», governato dagli Usa dopo il crollo dell’Urss, «un mondo — disse — con un unico padrone, un unico sovrano», e denunciò l’allargamento a Est della Nato. Non lo presero sul serio. È singolare che proprio a Monaco oggi si stia compiendo la sua nemesi per mano proprio del contestato “padrone” statunitense.

L’immarcescibile Dmitrij Medvedev non si trattiene dalla contentezza. Il vicepresidente JD Vance che «rimprovera duramente gli europei» è quanto di meglio potesse sperare. «La congrega anti-russa di Monaco è rimasta turbata. Glielo avrebbero rinfacciato, se non fosse il capo americano. Ma dal momento che lo è, lasceranno correre e ingoieranno con risentimento quella brutale reprimenda del loro socio senior», commenta l’ex presidente, oggi numero due del Consiglio di Sicurezza. «Vance non ha detto che la…

MOSCA — È alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco che nel 2007 Putin tenne il discorso passato alla storia come lo strappo definitivo con l’Occidente. Attaccò il «mondo unipolare», governato dagli Usa dopo il crollo dell’Urss, «un mondo — disse — con un unico padrone, un unico sovrano», e denunciò l’allargamento a Est della Nato. Non lo presero sul serio. È singolare che proprio a Monaco oggi si stia compiendo la sua nemesi per mano proprio del contestato “padrone” statunitense.

L’immarcescibile Dmitrij Medvedev non si trattiene dalla contentezza. Il vicepresidente JD Vance che «rimprovera duramente gli europei» è quanto di meglio potesse sperare. «La congrega anti-russa di Monaco è rimasta turbata. Glielo avrebbero rinfacciato, se non fosse il capo americano. Ma dal momento che lo è, lasceranno correre e ingoieranno con risentimento quella brutale reprimenda del loro socio senior», commenta l’ex presidente, oggi numero due del Consiglio di Sicurezza. «Vance non ha detto che la verità. L’Europa di oggi è una strega amara e debole che cerca di travestirsi da giovane e sorprendente bellezza. La sua era è finita». Medvedev, ovviamente, ne ha anche per il presidente ucraino Zelensky, «il pagliaccio di Kiev» lo chiama con tanto di emoticon. «Ha rimproverato Trump per tutto il possibile. Cioè, il mendicante e ladro fallito ha sputato nella mano del donatore. La domanda è: come reagirà Trump?». Già, Trump.

Il primo a dire che il leader Usa stesse facendo il lavoro sporco per Mosca è stato giorni fa Evgenij Popov di Rossija1: «Volevamo fare a pezzi il mondo occidentale, ma ha deciso di farlo da sé». Poi ai media statali e filogovernativi è arrivata la solita velina del Cremlino con l’ordine di enfatizzare la leadership del presidente russo Vladimir Putin, minimizzare il ruolo di Trump e menzionarlo il meno possibile per evitare che sembri che stia avendo successo dove Putin ha fallito. E dunque niente più panegirici di Trump, ma affondi contro l’Europa in vista delle trattative a tu per tu con gli americani che dovrebbero prendere il via in Arabia Saudita.

Stando a Bloomberg, Mosca starebbe schierando «una squadra di negoziatori di peso»: Jurij Ushakov, 77 anni, ex ambasciatore negli Usa e consigliere per la politica estera del Cremlino, e Sergej Naryshkin, 70 anni, ex Kgb, oggi a capo del Servizio di intelligence estero Svr. Il capo del Fondo di investimenti diretti Kirill Dmitriev, finanziere 49enne formatosi a Stanford e Harvard, potrebbe ritagliarsi il ruolo di tramite non ufficiale dopo aver facilitato lo scambio di prigionieri. «Un gentiluomo», lo ha chiamato l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff. Ma l’apparenza potrebbe ingannare. Le indiscrezioni, se confermate, osserva Bloomberg, «sottolineano quanto il leader russo sia determinato a garantire un esito favorevole in qualsiasi trattativa e potenzialmente quanto poco le sue richieste in relazione all’Ucraina siano cambiate in tre anni».

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