Msf: “A Gaza Nord ci sono solo macerie. Emergenza sanitaria senza gli ospedali”
dalla nostra inviata Francesca CaferriGerusalemme – «Nel Nord di Gaza non c’è più niente in piedi, niente. Se il flusso degli aiuti che è appena cominciato si interromperà di nuovo sarà una catastrofe». Caroline Seguin, coordinatrice per le emergenze di Medici senza Frontiere è appena tornata dalla parte della Striscia dove, prima del cessate il fuoco, si è combattuto incessantemente per settimane. La zona fino a qualche giorno fa era interdetta agli operatori umanitari: qui sin dai primi momenti seguiti alla riapertura del passaggio (il corridoio Netzarim) da parte dell’esercito israeliano si sono riversate centinaia di migliaia di persone.
Che cosa hanno trovato quelle persone? Come vivono ora?
«Hanno trovato il nulla. Macerie su macerie. Ottocentomila persone, forse un milione, sono partite dal Sud verso il Nord sperando che la casa fosse in piedi, di avere un posto dove ricominciare. Non è così. Ora vivono fra le rovine e l’odore della morte che viene dai cadaveri sepolti sotto. Ci sono palazzi che stanno in pied…
Gerusalemme – «Nel Nord di Gaza non c’è più niente in piedi, niente. Se il flusso degli aiuti che è appena cominciato si interromperà di nuovo sarà una catastrofe». Caroline Seguin, coordinatrice per le emergenze di Medici senza Frontiere è appena tornata dalla parte della Striscia dove, prima del cessate il fuoco, si è combattuto incessantemente per settimane. La zona fino a qualche giorno fa era interdetta agli operatori umanitari: qui sin dai primi momenti seguiti alla riapertura del passaggio (il corridoio Netzarim) da parte dell’esercito israeliano si sono riversate centinaia di migliaia di persone.
Che cosa hanno trovato quelle persone? Come vivono ora?
«Hanno trovato il nulla. Macerie su macerie. Ottocentomila persone, forse un milione, sono partite dal Sud verso il Nord sperando che la casa fosse in piedi, di avere un posto dove ricominciare. Non è così. Ora vivono fra le rovine e l’odore della morte che viene dai cadaveri sepolti sotto. Ci sono palazzi che stanno in piedi per un soffio, sembrano la Torre di Pisa. Eppure le persone che prima della guerra ci vivevano mettono una tenda, una coperta e ci si accampano, cercando ciò che è rimasto. A volte le rovine crollano e uccidono chi era lì sotto. Sono condizioni inimmaginabili».
Qual è la maggiore differenza con il Sud, dove lei fa base?
«Al Sud ci sono le tendopoli, dove in questi mesi di emergenza si è creata una vita più o meno organizzata. Al Nord non c’è nulla, neanche ospedali a cui chiedere aiuto in caso di necessità: alcuni sono pesantemente danneggiati, altri completamente rasi al suolo e non saranno in grado di ripartire mai più. Ho visto macchinari distrutti in maniera intenzionale: qual è il senso? L’emergenza sanitaria è massima: tra Gaza Nord e Gaza City, sono rimasti solo 6 posti in terapia intensiva pediatrica rispetto ai 150 di prima della guerra. Il numero totale di posti letto negli ospedali è passato da 2.000 a 350».
La prospettiva di una ripresa delle ostilità non è affatto superata…
«Lo stress e la paura che possa riprendere li leggi sulla faccia della gente. Una cosa così sarebbe devastante».
Il piano di Trump prevede che i palestinesi lascino Gaza: c’è chi dice che non lo faranno mai, ma le condizioni di vita che lei descrive non offrono molte garanzie. Lei che idea si è fatta?
«C’è chi dice che non andrà mai via, che questa è casa sua e vuole morire qui. C’è chi dice che vorrebbe fuggire perché qui la vita è un inferno. Il punto è che queste persone devono avere il diritto di scegliere: prima sono state bloccate qui dentro, ora qualcuno le vuole portare via a forza? Nessuna delle due cose è giusta. I confini dovrebbero essere aperti, avrebbero dovuto essere aperti da mesi, in modo che ci fosse la possibilità di scegliere: inutile dire che non è successo».
Un altro punto del dibattito in questi giorni sono gli aiuti umanitari, con Hamas che lamentava ritardi nella consegna di alcuni materiali. Cosa è entrato e cosa serve oggi a Gaza?
«A Gaza manca tutto. E stiamo cercando di far entrare il più possibile perché sappiamo bene che il cessate il fuoco potrebbe non durare a lungo. Anche se sono passati dai valichi molti più aiuti di prima, non bastano: c’è carenza di cibo, acqua e di materiali da costruzione che servono per creare riparo per chi vive sotto la pioggia, al freddo. Stiamo portando dentro generatori o impianti per la sanificazione dell’acqua, materiale per l’igiene e altri prodotti. In più medicine e materiale medico di ogni tipo: sappiamo che la guerra potrebbe ricominciare da un momento all’altro. Per quanto riguarda il cibo, manca meno di prima ma questo non risolve tutto: la scorsa settimana, quando Hamas ha annunciato che avrebbe fermato il rilascio, i mercati sono stati presi d’assalto da gente che aveva paura i combattimenti ricominciassero. I prezzi sono andati alle stelle nel giro di pochissimo: farina, uova e zucchero restano in mano a chi ha un po’ di soldi, non di tutti».