KIEV — Pare tutto così difficile, tutto così improvvisamente scivoloso: «Il nocciolo della questione penso sia che gli Stati Uniti oggi dicano cose molto piacevoli per Putin», dice il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in un’intervista alla tv pubblica tedesca Ard, una scelta non casuale mentre il mondo di alleanze gli si sgretola davanti. Le ultime interviste le aveva concesse ai media americani: occorreva lanciare un messaggio a Trump, ma ora è evidente che bisogna revisionare l’alzo.
L’ufficio presidenziale ha provato ad agganciare l’onda del “Maga”, ma non ha funzionato. Washington parla prima con Mosca che con il suo alleato; Trump avverte Zelensky che la sua popolarità è ai minimi; e i suoi uomini insistono perché indica elezioni in cui probabilmente non sarà rieletto. Peggio di così non poteva andare. Zelensky sa di dovere reagire rapidamente e lo fa. Mira all’Europa, deve agganciare un partner fondamentale, prezioso ma instabile. La Germania di Scholz è a un passo dall…
KIEV — Pare tutto così difficile, tutto così improvvisamente scivoloso: «Il nocciolo della questione penso sia che gli Stati Uniti oggi dicano cose molto piacevoli per Putin», dice il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in un’intervista alla tv pubblica tedesca Ard, una scelta non casuale mentre il mondo di alleanze gli si sgretola davanti. Le ultime interviste le aveva concesse ai media americani: occorreva lanciare un messaggio a Trump, ma ora è evidente che bisogna revisionare l’alzo.
L’ufficio presidenziale ha provato ad agganciare l’onda del “Maga”, ma non ha funzionato. Washington parla prima con Mosca che con il suo alleato; Trump avverte Zelensky che la sua popolarità è ai minimi; e i suoi uomini insistono perché indica elezioni in cui probabilmente non sarà rieletto. Peggio di così non poteva andare. Zelensky sa di dovere reagire rapidamente e lo fa. Mira all’Europa, deve agganciare un partner fondamentale, prezioso ma instabile. La Germania di Scholz è a un passo dalle elezioni, e l’onda nera dell’Afd avanza: è un incubo aggiuntivo, per Kiev, perché assai poco propensa alla linea interventista.
Dunque ecco Zelensky prendere le distanze da Washington: «Trump vuole ottenere un rapido successo, ma ciò cui mira non è un successo. Non firmeremo qualsiasi cosa per essere applauditi», dice. E anche sul fronte dei territori conquistati da Mosca «ci riprenderemo tutto», avverte. Torna così alla vecchia teoria del “Piano della vittoria” e della “Proposta di pace”, che aveva accantonate di fronte al ciclone Trump. Era sceso a compromessi con il dogma ribadito per tre anni a discapito dell’evidenza, la pretesa utopica di tornare ai confini del 1991 riprendendosi la Crimea e tutto il Donbass. Bisogna essere realisti, diceva, di fronte alla realtà maturata sul campo, pur senza riconoscerla.
Tutto archiviato. Lusingare Trump e il suo approccio pragmatico per non perdere tutto non ha funzionato. Lo shock per la proposta indecente americana di cedere lo sfruttamento delle Terre rare ipotecando il futuro ucraino per pagarsi la resistenza al fronte ha eroso ogni illusione. Sentendo le unghie scivolare sul vetro, Kiev aveva lanciato un messaggio chiaro a Parigi. Bisogna nominare subito un rappresentante europeo per i colloqui di pace. Qualcosa che gli Usa hanno già fatto, mentre l’Europa parla con mille voci disunite. Il vice capo dell’ufficio presidenziale, Ihor Zhovkva, avverte: «Deve essere una decisione rapida. Speriamo subito dopo l’incontro di Parigi. Dobbiamo agire, non pensare». Zelensky lo ribadisce da Dubai: «Dovrebbe esserci un rappresentante dell’Europa», ma per ora ci si impantana nei distinguo, nei vedremo.
Con l’aereo presidenziale ucraino, Zelensky è volato con la moglie in una missione che più misteriosa non si può. Atterra a Dubai mentre una delegazione ucraina è in Arabia Saudita, a Riad, per preparare il suo «imminente» viaggio nel Paese. È previsto per oggi, proprio mentre la delegazione diplomatica Usa e quella russa iniziano un primo summit che va dai massimi sistemi — i rapporti bilaterali tra superpotenze globali — al destino dell’Ucraina e dei suoi trenta milioni di abitanti, pari a quelli del Texas. Kiev ha detto in tutte le salse che non parteciperà al vertice. Ne ha persino disconosciuto preventivamene i risultati: «Non parteciperemo neanche se me lo chiedessero — dice Zelensky — e l’Ucraina non accetterà alcun colloquio di pace bilaterale senza la partecipazione dell’Ucraina e dell’Europa». Insomma ci sarà ma non ci sarà; non partecipa se non invitato, ma non partecipa neppure se invitato. Oggi si scioglieranno le nubi, e capiremo.
Ruota così veloce il mondo che è difficile tenere il passo. Ma l’impatto a Kiev è un meteorite sul naso: «Il vertice di Parigi mostra un’enorme divisione in Europa sull’Ucraina, sui pacificatori, sull’invio delle truppe: non solo non l’ha rafforzata ma neanche aiutata a prepararsi per i negoziati», dice a Repubblica il politologo Ruslan Bortnik. «I leader europei assomigliano a un gruppo di attori seduti in cerchio che recitano battute a turno. Inviamo le truppe, non le inviamo; supportiamo, smettiamo di aiutare; facciamoci carico delle spese, ci rubano i soldi. Divertente, se non riguardasse le nostre vite», dice Max Buzhanskyi dei Servi del Popolo di Zelensky. A Kiev, intanto, i soliti droni, le solite esplosioni.