La coesione della Nato va conservata a ogni costo: anche se dovesse nascere l’Alleanza “a due teste” ipotizzata dall’amministrazione Trump, il cuore resterà unico. Oggi il sostegno militare all’Ucraina prosegue senza se e senza ma: le stragi di civili commesse dai russi sono indelebili e i negoziati dovranno garantire la sicurezza di quel Paese da ogni aggressione. Pure in un momento di grande turbolenza, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone ha le idee chiare sul futuro della Nato. L’ex capo di Stato maggiore della Difesa ha assunto l’incarico di presidente del Comitato militare che concretizza i piani dell’Alleanza in una fase storica in cui tutti gli equilibri vengono messi in discussione. “Io credo che la Nato di domani non si possa discostare molto dall’attuale e la vedo impostata a realizzare gli obiettivi programmati: l’Alleanza è un elemento fondamentale della sicurezza internazionale ed europea. Secondo me dobbiamo mantenere la Nato come è adesso, forte e coesa, perché è un tassello a cui non possiamo rinunciare per la sicurezza di tutto l’Occidente. Credo che la parola chiave sia sempre e comunque coesione: deve essere conservata a ogni costo. Soprattutto in questa fase diplomatica e negoziale in cui le parti dovrebbero essere pronte a parlarsi, i ranghi vanno tenuti serrati perché la Nato rimanga un punto di riferimento, come lo è sempre stata dalla sua fondazione”.
Il ministro della Difesa statunitense Pete Hegseth pochi giorni fa ha delineato una sorta di “Nato a due teste”, con gli Usa rivolti all'Indo-Pacifico e gli europei che si fanno carico da soli della sicurezza del Vecchio Continente. Questa visione non rischia di incrinare la solidità del Patto atlantico?
“Secondo me no, perché va interpretata con un approccio strettamente operativo. Partiamo da un punto fermo chiaro a tutti: nessuno riesce a fare qualcosa da solo in uno scenario internazionale così complesso. Vediamo che la Russia e la Cina attualmente lavorano in maniera molto coordinata nel tutelare i loro interessi: un esempio è l’Artico. In questo senso ho la convinzione che Putin abbia timore dell’Alleanza e credo faccia bene ad averne. Se vogliamo capire cosa la Nato è riuscita a fare sin dalla nascita, non un solo centimetro del suo territorio è stato perso. Prima dell’invasione dell’Ucraina eravamo trenta Paesi, adesso siamo trentadue. Sono dati eloquenti dal punto di vista strategico. Se il risultato degli accordi futuri dovesse essere quella che lei ha definito “una Nato a due teste”, una nell’Indo Pacifico e una in Europa, anzitutto bisogna tenere presente che sono fronti complementari perché quello che avviene nell’Indo-Pacifico si riverbera in Europa. Ma in tal caso a me andrà benissimo: vorrà dire che l’Alleanza sarà una risorsa preziosa per la stabilità mondiale anche per la proiezione in teatri più lontani. Possiamo dire una cosa: se pure ci dovesse essere una “Nato a due teste”, ho la certezza che il cuore rimarrà uno solo”.
I Paesi europei hanno dimostrato di poter contribuire alla sicurezza dell'Indo Pacifico. C’è stata la missione della squadra navale guidata dalla portaerei Cavour e ora è in corso quella francese. Queste spedizioni non rappresentano la prova della possibilità di un impegno integrato Usa-Europa su entrambi i fronti?
“Abbiamo dato concretezza all’impegno integrato, che è una realtà. Trova applicazione nelle principali aree di crisi, ad esempio nello stretto di Hormuz o nel Mar Rosso. Inoltre i Paesi alleati dell’Indo-Pacifico come l’Australia e la Corea del Sud si sono impegnati a fondo nel sostenere l’Ucraina contro l’aggressione russa. E’ giusto dimostrare reciprocità e dare segnali concreti di disponibilità nel sostegno. Il “Fianco Est” è la priorità della Nato in questo momento ma la presenza delle squadre navali europee in Asia è effettivamente la prova dell’attenzione di più Paesi alla salvaguardia di un ordine globale basato sul rispetto delle regole internazionali. Non dobbiamo dimenticare che ci sono truppe della Corea del Nord nelle fila dei combattenti russi contro l’Ucraina: è una realtà che ci deve preoccupare. Io non la definirei episodica: mi aspetto qualcosa di ulteriore, forse il preludio a una cooperazione sistematica in altri scenari a cui bisogna prepararsi. Come lo è la collaborazione tra Russia e Cina in alcuni settori strategici”.
C’è un forte dibattito sull’aumento della spesa militare. Il presidente Trump ha chiesto di portarla al 5% del Pil. Quale pensa che sia il livello di spesa sostenibile per i Paesi europei?
“Diciamo anzitutto che non è più assolutamente sufficiente una spesa del 2 per cento. Il concetto strategico del 2022 ha identificato come minacce la Russia e i gruppi terroristici, poi sono stati definiti e approvati i piani per affrontarle. Cosa bisogna fare per renderli concreti? Servono forze e armamenti, per cui è necessario avere fondi. Questo è il fattore guida per determinare quanto investire in difesa e sicurezza. Credo che il 5% sia alto, ma il 2% è sicuramente inadeguato: la problematica va affrontata con scelte intelligenti e sistematiche. Un esempio tra tutte quella di non considerare la spesa militare nel Patto di Stabilità della Ue: una posizione che l’Italia sostiene da molto tempo. E poi bisogna chiarirci su cosa significa investire di più: su quali strumenti concentrare le risorse finanziare per massimizzare l’impatto e il rendimento. Credo vada aperta una nuova stagione di progetti e di cooperazione industriale, come è avvenuto nel secondo dopoguerra: questo ci porterà a razionalizzare la spesa con un impatto qualitativo decisamente maggiore di quello attuale. I Paesi europei stanno spingendo le loro industrie in questa direzione: se devo trovare un anello debole nella catena è proprio l’industria che non ha fatto il salto di qualità necessario”.
Su quali sistemi dovrebbero investire i Paesi europei della Nato per essere autonomi rispetto agli Usa nelle sfide della sicurezza?
“Le sfide vanno affrontate in maniera collegiale. Per l’autonomia delle capacità europee nella Nato, dobbiamo incentivare gli investimenti nell’industria europea a medio e lungo termine. Siamo stati abituati a ragionare a breve termine, massimizzando i profitti dell’industria. Questo onestamente non è più accettabile. Gli investimenti devono concentrarsi a colmare le lacune più marcate: la difesa antiaerea, la protezione contro i missili balistici, le armi a lungo raggio sono tre aree prioritarie. A cui vanno aggiunti il trasporto aereo strategico, i satelliti e gli strumenti cyber”.
Nella conferenza di Monaco sono emerse posizioni divergenti sui negoziati per chiudere il conflitto in Ucraina. Come pensa si possa arrivare a fermare le armi?
“La Conferenza di Monaco è stata qualcosa di sorprendente. Bisogna stare attenti alle dichiarazioni del momento: c’è stato un polverone e quando si placherà potremo vedere l’orizzonte. Monaco ha dimostrato che la diplomazia internazionale è in grande movimento, anche perché ci si è resi conto che c’è tantissimo lavoro da fare: l’Ucraina è il primo elemento, ma non l’unico. L’incontro Trump-Putin sarà a vasto spettro: ritengo che non parleranno solo di Ucraina ma di Europa, Artico, Medio Oriente, Africa e Asia. Perché la competizione Usa-Russia è di portata globale, con la Cina che entra ed esce dal palcoscenico a suo piacimento ed è un attore con cui tutti devono fare i conti. Secondo me l’Europa sta reagendo: quello di Monaco è stato un evento che ha dato energia ed è stato benefico. Questo lo conferma la conferenza di Parigi dove i Paesi della Ue sono comunque riusciti a trovare una posizione comune nell’aumento della spesa militare, a confermare il supporto nella tutela dell’Ucraina e nella presa di coscienza di minacce che non sono solo quelle tradizionali. Mi aspetto che ne nasca una rinnovata spinta per la creazione di una Difesa europea, che ormai è ineludibile. La sicurezza e la sovranità dell’Ucraina saranno garantite solo nel perimetro Nato e dell’Ue, ma d’altronde questo è l’impegno che ha preso l’Alleanza nel summit di Washington del luglio 2024”.
Lei già nell’autunno 2023 è stato chiaro nel sottolineare lo stallo nelle operazioni militari: nessuno dei belligeranti era in grado di ottenere una vittoria decisiva. Ora è appena stato in Ucraina: che situazione ha trovato?
“Ho visto un popolo determinato che sta combattendo per la sua libertà e per la nostra con sacrifici incalcolabili, soprattutto in termini di vite umane, provocati dall’aggressione russa. Le forze armate sono moderne e flessibili, hanno compiuto progressi eccezionali e sono tra le più avanzate dell’Occidente nell’utilizzo delle tecnologie moderne. Noi come Nato continuiamo a sostenerle con determinazione e con convinzione. Lo scopo è far sedere l’Ucraina al tavolo delle trattative, perché a questo punto tutti aspettiamo che questo tavolo avvenga, con una posizione di forza. Mi lasci dire che il popolo e i militari ucraini sono un esempio cristallino di eroismo. Sono stato in un ospedale di Kiev, ho incontrato i loro feriti e ho apprezzato che anche lì c’è un’energia encomiabile. Dobbiamo confermare il nostro supporto senza se e senza ma: tutto il mondo libero e democratico glielo deve”.
Lei ha citato Mariupol, Bucha, Irpin, Kherson dichiarando che questi crimini contro l’umanità non verranno mai dimenticati. Non le sembra che oggi tanti anche nei Paesi Nato chiudano gli occhi sugli orrori dell'invasione russa?
“Tra i militari della Nato, no: questi crimini lasciano cicatrici indelebili. La questione secondo me è politica: servono negoziati che siano propedeutici a una pace definitiva e duratura. Nel diritto bellico c’è l’obbligo di rispettare i civili e i prigionieri, cosa che non è avvenuta in queste località dove sono successe stragi che hanno inorridito tutti e non andranno dimenticate con il passare del tempo”.
Si discute già di forze di pace da schierare in Ucraina. Gli Usa hanno detto che non ne faranno parte. Che tipo di missione pensa sarà necessaria: un contingente di interposizione o una forza di deterrenza contro altre invasioni russe?
“I negoziati devono ancora partire e il conflitto è in una fase dinamica: la Russia sta premendo e non accenna a fermarsi. Io credo che potremo capire quello che serve quando ci sarà il cessate il fuoco. Dopo la Conferenza di Monaco in tutti i consessi c’è stata una richiesta univoca: se ci sarà qualcosa da mettere sul campo - e i Paesi Nato europei si sono resi a vario titolo disponibili - anche se gli americani non saranno presenti con militari sul terreno lo siano comunque come enablers, cioè come forze di supporto. Credo che possa sicuramente essere messo in conto. Sono convinto che sia interesse dell’Europa tutelare la pace dell’Ucraina: la spinta russa è figlia di una linea di espansione proseguita con l’Urss prima e con Putin adesso. Ed è ciclica: nell’ultimo secolo l’Ucraina è stata invasa più volte. Ci vuole una garanzia duratura, serve a loro e a noi”.