A Riad prima intesa sull’Ucraina, Lavrov: “Zelensky va bacchettato”
dalla nostra inviata Anna LombardiRIAD — Quattro ore e mezzo di colloqui «rispettosi e costruttivi» attorno a un grande tavolo rettangolare allestito in uno dei saloni da Mille e una notte del palazzo dai mattoni di fango di Diriyah, sobborgo della capitale saudita. E neanche una stretta di mano. Si è concluso così il meeting di alto livello (primo post invasione del 2022) tra la delegazione Usa e quella russa per discutere di pace in Ucraina, teso a esplorare quelle che il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha definito «le incredibili opportunità di collaborazione reciproca».
Con grande soddisfazione dell’omologo Sergei Lavrov: «Cominciano finalmente a comprendere la posizione di Mosca». Si è dunque giunti a un accordo su quattro principi basilari: «Ristabilire la funzionalità dei rapporti diplomatici fra Washington e Mosca», ovvero la nomina di nuovi ambasciatori. «Designazione di un team d’alto livello che si occupi dei negoziati». Per poi «affrontare la cooperazione geopolitica ed economica derivante dalla…
RIAD — Quattro ore e mezzo di colloqui «rispettosi e costruttivi» attorno a un grande tavolo rettangolare allestito in uno dei saloni da Mille e una notte del palazzo dai mattoni di fango di Diriyah, sobborgo della capitale saudita. E neanche una stretta di mano. Si è concluso così il meeting di alto livello (primo post invasione del 2022) tra la delegazione Usa e quella russa per discutere di pace in Ucraina, teso a esplorare quelle che il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha definito «le incredibili opportunità di collaborazione reciproca».
Con grande soddisfazione dell’omologo Sergei Lavrov: «Cominciano finalmente a comprendere la posizione di Mosca». Si è dunque giunti a un accordo su quattro principi basilari: «Ristabilire la funzionalità dei rapporti diplomatici fra Washington e Mosca», ovvero la nomina di nuovi ambasciatori. «Designazione di un team d’alto livello che si occupi dei negoziati». Per poi «affrontare la cooperazione geopolitica ed economica derivante dalla fine del conflitto». E impegnarsi «nell’assicurare un prosieguo produttivo del processo di pace». Il tutto in preparazione di un ben più importante incontro al vertice che potrebbe tenersi a breve sempre qui nel deserto fra Donald Trump e Vladimir Putin, la cui data, però, non è stata annunciata.
Inizia dall’Arabia Saudita che avoca a sé il ruolo di Svizzera del Medio Oriente, il Risiko del presidente americano intento a disegnare un nuovo ordine globale, invertendo la direzione del predecessore Joe Biden che aveva invece lavorato per isolare Mosca e punirla per aver riportato la guerra in Europa. Qui dove Trump conta sull’aiuto dell’amico e alleato Mohammed bin Salman, principe ereditario e premier determinato ad assumersi il ruolo di mediatore di tanti conflitti aperti. Forte di relazioni e interessi che lo legano tanto a Trump quanto a Putin, oggi favorisce i colloqui sull’Ucraina: guardando in prospettiva a quelli sul nucleare iraniano e sul futuro Gaza.
All’appuntamento del disgelo nel deserto, in una Riad dal traffico impazzito per le tante strade chiuse a protezione dei negoziatori, sono arrivati in sei. Alla guida della delegazione americana l’ex senatore della Florida di origini cubane Rubio, che nella conferenza stampa finale ha voluto definire l’incontro «primo passo verso negoziati che coinvolgeranno anche Europa e Ucraina». Con lui l’inviato per il Medio Oriente Steve Witkoff, l’immobiliarista miliardario amico di Trump, già fautore dello scambio di prigionieri che ha preceduto i colloqui, insieme al consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz, convinto sostenitore della «ricompensa dovuta» (leggi terre rare) dall’Ucraina per i miliardi d’aiuti ricevuti dagli alleati.
Dall’altro lato di un tavolo al cui estremo sedevano i mediatori sauditi — il ministro degli Esteri Faisal bin Farhan Al Saud e il consigliere alla sicurezza nazionale Mosaad bin Mohammad Al-Aiban, c’erano invece il ministro degli Esteri russo Lavrov in carica da 21 anni, insieme all’ex ambasciatore negli Usa e attuale consigliere per la politica estera Yuri Ushakov. Fuori dalla porta il capo del Fondo sovrano russo Kirill Dmitriev, eminenza grigia in campo per discutere di future relazioni economiche e progetti da realizzare con gli Stati Uniti. Che sottolinea: «Avete perso 300 miliardi di dollari uscendo dal mercato russo».
Anche se del lungo colloquio sono emersi pochi dettagli («Ci hanno chiesto una moratoria sugli attacchi alle strutture energetiche, abbiamo spiegato che attacchiamo solo quelle delle forze armate», ha detto Lavrov) gli Stati Uniti sono sembrati comunque propensi ad accettare la principale richiesta di Putin: «Mai l’Ucraina nella Nato». Secondo la rete americana Fox — ma Lavrov ha smentito — sul tavolo c’era un piano in tre tempi: cessate il fuoco, elezioni a Kiev, firma dell’accordo di pace. Coi russi a ritenere «inaccettabile» l’ipotesi di forze di pace Nato sul terreno, ma aperti al dialogo con Zelensky, «purché sia il rappresentante legittimo». Il suo mandato è infatti scaduto nel 2024 ma non si sono tenute nuove elezioni per via della legge marziale. A Mosca non dispiacerebbe vedere (o mettere) un altro al suo posto. «Lui e la sua squadra dovrebbero essere indotti a ragionare e ricevere una bacchettata sulle mani», attacca Lavrov.
Chiaro che la normalizzazione delle relazioni passa anche dalla revoca delle sanzioni. Lavrov vi ha alluso dicendo di aver percepito «interesse nel rimuovere gli ostacoli a una cooperazione economica reciprocamente vantaggiosa». Ma a una precisa domanda dei giornalisti, Rubio ha risposto: «Ne discuteremo con la Ue al tavolo perché hanno imposto sanzioni anche loro». In serata, poi, Rubio ha relazionato al telefono gli omologhi del “quint” (Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna e Ue). In conclusione, per il russo Ushakov è ancora troppo «presto per parlare di riavvicinamento». Salvo citare un proverbio cinese: «Un lungo viaggio inizia con un solo passo».