BEIRUT – Nessuno vola sui cieli di Beirut, tranne gli israeliani. L’ultimo smacco alla sovranità del Libano arriva nel giorno della commozione per migliaia di sciiti libanesi che piangono Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah ucciso proprio dagli israeliani ormai cinque mesi fa: per due volte durante il funerale quattro F35 israeliani sorvolano lo stadio Camille Chamoun di Beirut, nonostante l’aeroporto sia chiuso e lo spazio aereo inibito ai voli militari e civili,una provocazione che accende gli ottantamila stipati all’interno e le altre migliaia di persone assiepate fuori, o incollate alle radio e alle tv. “A morte Israele, a morte Israele”, urla la folla, una marea nera con le bandiere gialle del movimento e i drappi rossi della vendetta.
La rabbia si impasta con la commozione, “Labeika ya Nasrallah”, “tutto per te o Nasrallah”. Cinque mesi fa, a Dahieh, il sobborgo meridionale di Beirut capitale di Hezbollah, gli israeliani avevano seppellito un lungo pezzo di storia liba…
BEIRUT – Nessuno vola sui cieli di Beirut, tranne gli israeliani. L’ultimo smacco alla sovranità del Libano arriva nel giorno della commozione per migliaia di sciiti libanesi che piangono Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah ucciso proprio dagli israeliani ormai cinque mesi fa: per due volte durante il funerale quattro F35 israeliani sorvolano lo stadio Camille Chamoun di Beirut, nonostante l’aeroporto sia chiuso e lo spazio aereo inibito ai voli militari e civili,una provocazione che accende gli ottantamila stipati all’interno e le altre migliaia di persone assiepate fuori, o incollate alle radio e alle tv. “A morte Israele, a morte Israele”, urla la folla, una marea nera con le bandiere gialle del movimento e i drappi rossi della vendetta.
La rabbia si impasta con la commozione, “Labeika ya Nasrallah”, “tutto per te o Nasrallah”. Cinque mesi fa, a Dahieh, il sobborgo meridionale di Beirut capitale di Hezbollah, gli israeliani avevano seppellito un lungo pezzo di storia libanese uccidendo il capo carismatico del movimento nato negli anni ’80 con i soldi e le armi dell’Iran e diventato un vero stato nello stato. Per gli sciiti a cui aveva ridato onore e gloria, Nasrallah era un padre, un leader. Non avevano potuto ancora seppellirlo, complice la guerra che ha affossato il partito-milizia.
I primi sono arrivati già ieri notte, molti dalla Beqaa e dal sud dove Israele continua a bombardare e hanno dormito allo stadio per garantirsi il posto. Col popolo di Nasrallah arrivano anche le delegazioni regionali, gli iraniani in gran forze: ci sono il ministro degli Esteri Araghchi, lo speaker del parlamento Qalibaf, il vicecapo dei Pasdaran, Ali Fadavi, uno che non è solito viaggiare fuori dall’Iran. E questo dice la rilevanza del momento: per Teheran Hezbollah resta il gioiello della Corona. Khamenei invia un discorso letto dal rappresentante iracheno: " Fate sapere al nemico che la resistenza continuerà, finché non avrà raggiunto i suoi obiettivi", manda a dire. Ci sono anche le delegazioni Houthi, in veste bianca, beige o nera con il pugnale tradizionale legato in vita, e quelle delle milizie irachene.
L’Asse della Resistenza, pur ferito in profondità dalle guerre israeliane e dalla caduta di Assad, fa mostra di resilienza. “Abbiamo subito un duro colpo, ma ci stiamo rialzando. Questo era il primo passo, rendere onore al nostro amato leader Nasrallah”, dice Mahmoud, 28 anni, ingegnere. I canti, le bandiere, le lacrime, il servizio d’ordine che prova a essere impeccabile, anche se scoppia il caos con gli accrediti per la stampa e salta il wifi poco prima della celebrazione, servono a mandare un messaggio: Hezbollah c’è e resterà.
“Non abbandoneremo la scelta della resistenza”, promette in video Naim Qassem, il religioso a cui è toccato di diventare leader dopo che Israele ha eliminato anche il vice di Narsallah, Safieddine, e gran parte della catena di comando. Non ne ha il carisma, ma non manca di determinazione. “Abbiamo gli uomini, abbiamo le armi. Non permetteremo all’America di controllare il Paese”. Indurisce la voce Qassem, ma l’ascolto della platea è già distratto. Ancora prima che finisca, lo stadio comincia a svuotarsi. In fondo, tutta questa gente qui è venuta per Nasrallah, e nessun altro, sono almeno tre generazioni cresciute con il mito dell’uomo che “ha fatto grande la resistenza”, con i suoi discorsi interminabili, la pedagogia della lotta armata, il “sacrificio di suo figlio” che gli ha consegnato lo status di eroe.
Si mettono in marcia, a migliaia, per accompagnarlo nell’ultimo saluto, fino alla tomba, un mausoleo costruito a un chilometro più a nord nell’area di Bourj el Brainé che è costato a Hezbollah milioni di dollari.