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Gaza-Israele, verso la fase due ma i falchi vogliono che salti

(ansa)

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Il prosieguo del cessate il fuoco dipende dalle mosse di Netanyahu, dei jihadisti e dalle intenzioni di Trump
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GERUSALEMME — Il conto alla rovescia è iniziato. Con il rilascio degli ultimi 6 ostaggi vivi previsti e l’approssimarsi della consegna dei 4 corpi che mancano per chiudere il conto della prima fase del cessate il fuoco a cui si sono impegnati Israele e Hamas, il futuro di Gaza torna di nuovo in bilico.

Quello che succederà di qui in avanti è ciò che monopolizza l’attenzione da giorni. Ufficialmente, i negoziati sulla fase due avrebbero dovuto iniziare al 16° giorno del cessate il fuoco: in realtà non sono mai partiti. Hamas dichiara di essere pronta a rilasciare tutti gli ostaggi a fronte di un ritiro totale dell’Idf; il governo israeliano da giorni a parole ribadisce di essere impegnato per il ritorno degli uomini e delle donne (63, di cui almeno 30 morti) ancora a Gaza, ma nei fatti temporeggia. L’unica mossa concreta in queste settimane è stata l’esclusione dei direttori del Servizio segreto interno (Shin Bet) e di quello internazionale (Mossad) dal team a Doha: al loro posto, …

GERUSALEMME — Il conto alla rovescia è iniziato. Con il rilascio degli ultimi 6 ostaggi vivi previsti e l’approssimarsi della consegna dei 4 corpi che mancano per chiudere il conto della prima fase del cessate il fuoco a cui si sono impegnati Israele e Hamas, il futuro di Gaza torna di nuovo in bilico.

Quello che succederà di qui in avanti è ciò che monopolizza l’attenzione da giorni. Ufficialmente, i negoziati sulla fase due avrebbero dovuto iniziare al 16° giorno del cessate il fuoco: in realtà non sono mai partiti. Hamas dichiara di essere pronta a rilasciare tutti gli ostaggi a fronte di un ritiro totale dell’Idf; il governo israeliano da giorni a parole ribadisce di essere impegnato per il ritorno degli uomini e delle donne (63, di cui almeno 30 morti) ancora a Gaza, ma nei fatti temporeggia. L’unica mossa concreta in queste settimane è stata l’esclusione dei direttori del Servizio segreto interno (Shin Bet) e di quello internazionale (Mossad) dal team a Doha: al loro posto, Ron Dermer, braccio destro di Netanyahu e da mesi anello di congiunzione fra il primo ministro e l’Amministrazione Trump.

(afp)

Proprio in America si trova una delle chiavi del negoziato: l’arrivo sulla scena di Trump è stato l’elemento che ha portato alla svolta a gennaio e la posizione del presidente è quella che potrebbe determinare la direzione della crisi nelle prossime settimane. Se dipendesse solo da lui – qui i commentatori ne sono certi - Netanyahu sceglierebbe di tornare in guerra per non mettere sotto pressione il suo esecutivo che dipende dai voti dell’ultradestra, contraria a ogni compromesso. «Dobbiamo spalancare le porte dell’Inferno a Gaza», ha detto ancora ieri l’ex ministro della Sicurezza Ben Gvir. Trump anche ieri ha ribadito che per lui «va bene qualunque cosa Israele faccia», ma gli uomini di punta della sua Amministrazione sembrano determinati a ottenere da Hamas il rilascio di tutti gli ostaggi. E quindi un compromesso da Israele.

In patria, la pressione su Netanyahu è fortissima, soprattutto dopo l’emozione scatenata dalle bare restituite da Hamas e l’ apprensione generata dalle testimonianze dei rilasciati di queste settimane, che hanno parlato di persone incatenate e affamate. «Mio fratello è stato portato via vivo e avrebbe potuto tornare vivo», ha detto ieri sera parlando davanti al ministero della Difesa Merav Svirsky, sorella di Itay, morto in prigionia. «Al primo ministro dico: non osi mettere in dubbio la seconda fase o la gente non lo perdonerà». Basterà? Molti ne dubitano.

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