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Lo scrittore Fitzek: “Ha vinto la mobilitazione, ma alla Germania ora serve una terapia di coppia”

Sebastian Fitzke 

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Intervista all’autore tedesco: “Abbiamo tanti problemi e alla fine ha vinto la paura che nulla cambiasse” ”
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BERLINO — Sebastian Fitzek, 53 anni, è uno degli autori più venduti in Germania. È maestro nello psychothriller e il suo La terapia ha venduto milioni di copie. È dunque fine conoscitore dei timori che preoccupano i tedeschi. In Italia per Fazi è da poco uscito Portami a casa.

Lei è uno dei maggiori scrittori tedeschi e maestro della paura. Significa che conosce bene le paure dei tedeschi. Quali hanno giocato un ruolo?

«Alla fine di questa campagna elettorale molto breve ha giocato un grande ruolo il tema dell’immigrazione e dunque la paura di avere perso il controllo dei problemi a essa connessi. Allo stesso tempo la paura che l’economia non si riprenda e proprio ora che ci siamo trovati per il terzo trimestre consecutivo in recessione, di non essere in grado di uscirne. Economia e migrazione sono le grandi paure che hanno dominato in campagna elettorale».

Ha personalmente paura per il futuro della Germania?

«Sì e no. Da una parte per chi seguiva la copertura mediatica delle ele…

BERLINO — Sebastian Fitzek, 53 anni, è uno degli autori più venduti in Germania. È maestro nello psychothriller e il suo La terapia ha venduto milioni di copie. È dunque fine conoscitore dei timori che preoccupano i tedeschi. In Italia per Fazi è da poco uscito Portami a casa.

Lei è uno dei maggiori scrittori tedeschi e maestro della paura. Significa che conosce bene le paure dei tedeschi. Quali hanno giocato un ruolo?

«Alla fine di questa campagna elettorale molto breve ha giocato un grande ruolo il tema dell’immigrazione e dunque la paura di avere perso il controllo dei problemi a essa connessi. Allo stesso tempo la paura che l’economia non si riprenda e proprio ora che ci siamo trovati per il terzo trimestre consecutivo in recessione, di non essere in grado di uscirne. Economia e migrazione sono le grandi paure che hanno dominato in campagna elettorale».

Ha personalmente paura per il futuro della Germania?

«Sì e no. Da una parte per chi seguiva la copertura mediatica delle elezioni c’erano continuamente temi che venivano spinti e che incutevano una certa paura, ma anche perché sollevarli era nell’interesse di determinati partiti. Però credo che la paura maggiore fosse il timore che nulla cambiasse. La paura della paralisi. Osserviamo sempre più spesso che la Germania per molti aspetti non è più leader. Non è più all’altezza delle richieste che faceva agli altri Paesi. Per esempio nel campo dell’educazione, non siamo più leader. In ambito economico, osserviamo delle ombre. Nell’ambito delle infrastrutture, internet ha grandi problemi, dall’autostrada si fatica a comunicare. La proverbiale puntualità delle ferrovie tedesche non esiste più. Io credo che sia un’elezione dove i cittadini hanno auspicato un cambiamento. Ma sul tipo di cambiamento auspicato vediamo che non c’è uniformità».

Si può ignorare la volontà del 20% degli elettori?

«È quello che si è chiesto J.D. Vance nel suo discorso di Monaco:

come può essere che un partito democraticamente eletto non abbia una voce. Ma bisogna pure dire che il discorso funziona anche a parti invertite: l’80% della Germania non ha votato Afd, in modo chiaro. Ci sono pochi partiti che polarizzano tanto come Afd da un lato e Bsw di Sahra Wagenknecht dall’altro. La stragrande maggioranza dei tedeschi ha espresso di non volere dare il proprio voto a partiti che intendono coalizzarsi con Afd. E anche questo è un processo democratico. Da una parte non vanno ignorate le preoccupazioni del 20%, ma allo stesso modo non si può ignorare un 80% che dice chiaramente no alla coalizione con Afd. È il dilemma democratico in cui si trova la Germania».

Si può parlare di un successo della mobilitazione? L’Afd non è andata oltre le aspettative.

«Possiamo ritenere che queste elezioni siano state una vittoria per la democrazia. C’è stata la partecipazione più alta di sempre. Penso sia stata un’esperienza positiva, di una campagna breve che non ha stancato la gente. Una campagna con molti colpi e contraccolpi che ha mobilitato moltissime persone. Possiamo dire che la democrazia funziona e abbiamo un risultato che può permettere una coalizione stabile».

Di che “Terapia” ha bisogno la Germania?

«La Germania ha bisogno di una terapia di coppia. Perché siamo troppo divisi su troppi temi. Dobbiamo vivere insieme. Non vogliamo davvero separarci. Ma in qualche modo non ci veniamo incontro. Uno provoca l’altro. Esattamente come in una coppia dove uno accusa l’altro di non avere lavato i piatti o di non avere abbassato la tavoletta del water. Qui è lo stesso: uno dice “a” e l’altro dice “b”. Abbiamo perso il focus sul bene comune».

Come vede la Germania?

«Come un paziente che non sta bene. Non è gravemente malato, ma non si sente bene. Intorno a lui stanno in piedi i dottori. Sono i diversi partiti. Due di loro sono molto radicali e dicono: “Abbiamo noi la cura”. E il paziente dice loro: “Io quella cura non la voglio”. E gli altri dottori moderati stanno lì e semplicemente dicono: “Questa cura non funziona”. E nessuno si preoccupa dei sintomi».

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