BERLINO – È come se le cicatrici non se ne andassero mai. Come se a ogni elezione federale la Storia si mettesse a urlare e sottolineare che fa ancora male. L’immagine della Germania che emerge dai risultati elettorali è quella di un Paese diviso lungo la cortina di ferro. E con la capitale, situata nell’Est, a sua volta frammentata.
Le zone che un tempo appartenevano alla Repubblica Democratica Tedesca oggi sono quelle che hanno votato prevalentemente per l’estrema destra di Afd, che con il 20,8% dei voti è il secondo partito più votato a livello nazionale. Ma in Sassonia, Brandeburgo e Turingia ha raccolto più del 32% dei voti. L’ex Repubblica Federale Tedesca ha invece votato prevalentemente per la coalizione Cdu-Csu guidata da Merz, che ha preso circa il 28,8% dei voti. La Cdu ha confermato una grande base elettorale nelle zone ad ovest, specie al confine con la Francia, mentre l’Unione Cristiano Sociale (Csu)…
BERLINO – È come se le cicatrici non se ne andassero mai. Come se a ogni elezione federale la Storia si mettesse a urlare e sottolineare che fa ancora male. L’immagine della Germania che emerge dai risultati elettorali è quella di un Paese diviso lungo la cortina di ferro. E con la capitale, situata nell’Est, a sua volta frammentata.
Le zone che un tempo appartenevano alla Repubblica Democratica Tedesca oggi sono quelle che hanno votato prevalentemente per l’estrema destra di Afd, che con il 20,8% dei voti è il secondo partito più votato a livello nazionale. Ma in Sassonia, Brandeburgo e Turingia ha raccolto più del 32% dei voti. L’ex Repubblica Federale Tedesca ha invece votato prevalentemente per la coalizione Cdu-Csu guidata da Merz, che ha preso circa il 28,8% dei voti. La Cdu ha confermato una grande base elettorale nelle zone ad ovest, specie al confine con la Francia, mentre l’Unione Cristiano Sociale (Csu), partito bavarese, ha vinto appunto in Baviera.
Le ragioni della divisione sono da sempre economiche e sociali. L’est ha sempre votato in contro tendenza, ma nel caso di Afd il legame è diventato endemico.
A ovest, i salari medi netti superano i 3.500 euro mensili, mentre a est si collocano intorno ai 2.800 euro; le pensioni seguono un divario simile, con i pensionati occidentali che ricevono circa 1.200 euro al mese contro i 1.000 euro dei colleghi orientali.
La “crisi migratoria” ha amplificato queste tensioni. L’Afd ha capitalizzato il malcontento nelle regioni orientali, dove molti vedono l’immigrazione come una minaccia alle risorse già scarse. Il libro Integriert erstmal uns, integrate prima noi, di Bernd Stegemann è diventato un manifesto di questa percezione, sostenendo che l’integrazione dei tedeschi dell’est sia stata trascurata a favore dei nuovi arrivati.
La Treuhand, l’ente che privatizzò le imprese della Germania orientale dopo la riunificazione, rimane un simbolo di questa ingiustizia: le sue scelte drastiche hanno lasciato ferite economiche e sociali mai rimarginate, e hanno fatto sì che in ultima istanza i giovani qualificati si spostassero a ovest.
I Verdi e la Spd hanno dominato nelle città occidentali, dove prevale una visione più progressista. La coalizione “semaforo” di Olaf Scholz ha fallito anche per l’incapacità di rispondere a queste disparità. La Germania resta così divisa: un ovest ricco e un est impoverito, un nord urbano e un sud rurale, con salari e pensioni che raccontano una storia di disuguaglianza.
C’è infine uno squarcio che attraversa Berlino: un muro mentale. A ovest i vecchi partiti popolari hanno potuto affermarsi, a est insieme all’Afd trionfa la sinistra di Die Linke. È lo specchio della situazione federale a livello locale, ma con una grande differenza: il ritorno dei neo socialisti.