Antipatia Trump Zelensky
di Enrico FranceschiniLONDRA – “Fare la pace è più difficile che fare la guerra”, ammoniva nel 1919 il primo ministro francese Pierre Clemenceau alla Conferenza di Parigi che mise fine al primo conflitto mondiale. E il rapporto fra i leader che devono negoziarla è uno degli elementi necessari per arrivare alla pace. L’antipatia di Donald Trump per Volodymyr Zelensky, esplosa in diretta mondiale tvnell’agguato teso dal presidente americano al presidente ucraino nell’Ufficio Ovale, ha una lunga storia, cominciata durante il primo mandato del tycoon alla Casa Bianca. Eccone le tappe principali.
Una telefonata a Kiev
Nel 2019, dunque tre anni anni prima della seconda invasione dell’Ucraina da parte della Russia (ma cinque anni dopo la prima invasione russa, quella che si appropriò della Crimea e di parte del Donbass), Trump telefona a Zelensky. Il presidente degli Stati Uniti ha già gli occhi sulla campagna per le presidenziali del 2020, in cui il suo avversario democratico sarà Joe Biden. La conversazione con…
LONDRA – “Fare la pace è più difficile che fare la guerra”, ammoniva nel 1919 il primo ministro francese Pierre Clemenceau alla Conferenza di Parigi che mise fine al primo conflitto mondiale. E il rapporto fra i leader che devono negoziarla è uno degli elementi necessari per arrivare alla pace. L’antipatia di Donald Trump per Volodymyr Zelensky, esplosa in diretta mondiale tvnell’agguato teso dal presidente americano al presidente ucraino nell’Ufficio Ovale, ha una lunga storia, cominciata durante il primo mandato del tycoon alla Casa Bianca. Eccone le tappe principali.
Una telefonata a Kiev
Nel 2019, dunque tre anni anni prima della seconda invasione dell’Ucraina da parte della Russia (ma cinque anni dopo la prima invasione russa, quella che si appropriò della Crimea e di parte del Donbass), Trump telefona a Zelensky. Il presidente degli Stati Uniti ha già gli occhi sulla campagna per le presidenziali del 2020, in cui il suo avversario democratico sarà Joe Biden. La conversazione con Zelensky mira a distruggere l’ex-vicepresidente di Barack Obama: Trump chiede espressamente al leader ucraino di esibire prove contro Hunter Biden, il figlio di Joe, accusato dall’establishment repubblicano Usa di affari sporchi in Ucraina, condotti sfruttando il nome del padre. Zelensky rifiuta o comunque non fa nulla per aiutare Trump a mettere nei guai Biden. Le pressioni indebite di Trump diventano in seguito uno degli argomenti per il primo procedimento di impeachment nei suoi confronti da parte del Congresso di Washington. Un processo di cui in ultima analisi Trump ritiene Zelensky responsabile. Uno schiaffo che non ha mai dimenticato.
La discesa in campo
Nel 2022, dopo la nuova invasione russa dell’Ucraina, Trump comincia a preparare la propria campagna per la rielezione alla Casa Bianca. Uno dei suoi slogan preferiti, fin da subito, è che la guerra in Ucraina “non sarebbe mai scoppiata” se lui fosse stato presidente. Quando nel 2024 iniziano le primarie repubblicane, Trump critica continuamente Zelensky e il governo di Kiev. In parallelo, J.D. Vance, eletto per la prima volta al Senato nel 2022 e ancora lontano dall’essere scelto da Trump come candidato alla vicepresidenza, emerge come uno dei parlamentari americani più scettici sugli aiuti militari Usa all’Ucraina. Anche lui è fortemente critico di Zelensky, un atteggiamento venuto alla luce in tutta la sua ferocia durante il clamoroso diverbio di questo venerdì alla Casa Bianca, in cui Vance, come scrive la stampa Usa, è stato “the attack dog” di Trump, il cane da guardia, da caccia, da combattimento, al servizio del suo capo.
Il comizio in Pennsylvania
Nel settembre 2024, quando la campagna presidenziale Usa entra nella volata finale fra Trump e la candidata democratica Kamala Harris, Zelensky inizia una visita negli Stati Uniti, dove è stato invitato dal presidente Biden, recandosi in una fabbrica di
munizioni a Scranton, in Pennsylvania, uno dei sette stati in bilico e dunque cruciali nella corsa alla Casa Bianca (Trump lo vincerà di pochissimo). “Esprimo gratitudine a tutti i lavoratori di questo stabilimento”, scrive il presidente ucraino sul social X. “In posti così si sente che il mondo democratico prevarrà”. La sua presenza in Pennsylvania non viene presentata come una tappa della campagna presidenziale pro-Kamala Harris, ma vari deputati repubblicani introducono immediatamente interrogazioni al Congresso giudicando “inappropriato” che un leader straniero partecipi a comizi politici a poche settimane dal voto. Una commissione della Camera apre un’inchiesta per determinare se il viaggio di Zelensky a Scranton è stato finanziato dall’amministrazione Biden a vantaggio della campagna di Harris, con uso improprio di fondi pubblici. Non ne viene fuori niente, ma il senatore repubblicano Eric Schmitt accusa esplicitamente Zelensky di avere fatto “campagna per i democratici, 50 giorni prima delle elezioni”. A questo episodio si è riferito venerdì Vance nell’Ufficio Ovale, dicendo a Zelensky, come se fosse un’imputazione di cui giustificarsi: “Lei è andato in Pennsylvania e ha fatto campagna per l’opposizione in ottobre (in realtà in settembre, ndr.). Offra qualche parola di apprezzamento per il presidente che sta cercando di salvare il suo Paese”.
L’escalation finale
Nel suo primo mese di presidenza, Trump ha da un lato aperto la trattativa con Vladimir Putin sull’Ucraina senza coinvolgere il governo di Kiev, dall’altro alzato i toni verso Zelensky. Ha detto falsamente che è stata l’Ucraina a “iniziare la guerra”. Ha affermato che l’Ucraina “non potrà mai entrare nella Nato” e “non potrà riavere le terre occupate dai russi” nel corso della guerra, due concessioni chiave, fatte ancora prima dell’inizio del negoziato con Mosca. E quando Zelensky ha reagito osservando che il presidente americano era dentro “la bolla della disinformazione russa”, il capo della Casa Bianca è andato su tutte le furie, descrivendo Zelensky come “un dittatore” che rifiuta di indire elezioni perché ha “appena il 4 per cento dei consensi” (una menzogna anche questa: secondo i sondaggi, in quel momento, Zelensky aveva il 57 per cento dei favori dell’elettorato), e lo ha definito “un mediocre comico” (Zelensky era un attore di satira prima di entrare in politica). Poi ha preteso lo sfruttamento delle “terre rare” ucraine, ricche di minerali, come forma di restituzione degli aiuti militari americani a Kiev: un accordo preliminare in proposito doveva venire firmato venerdì alla Casa Bianca, ma è saltato dopo il diverbio tra i due leader.
Il preludio sui vestiti
Ricevendo venerdì Zelensky sulla porta della Casa Bianca, Trump ha dato subito l’impressione di prenderlo in giro per indossare, come sempre, abiti militari: “Si è vestito da grande occasione”, ha detto rivolto ai giornalisti. Poco dopo, prima che cominciasse l’incontro davanti alle telecamere, un giornalista fedelissimo di Trump ha continuato sullo stesso tema: “Non capisce che secondo molti americani lei non rispetta la dignità della Casa Bianca vestendosi in questo modo? Non ha un vestito
giacca e cravatta?” Al che Zelensky ha risposto: “Vesto così perché il mio Paese è in guerra. Quando la guerra finirà, metterò la cravatta”. Qualche minuto più tardi è cominciato lo scontro in diretta tivù, da molti media e commentatori politici giudicato un vero e proprio agguato, una trappola predisposta per tempo. Di sicuro è stato l’ultimo atto di un’antipatia che in Trump è cresciuta anno dopo anno, fino all’esplosione finale.