KIEV — Mandare Trump a quel paese da casa proprio era troppo facile: «Quello lo hanno fatto in tanti» dice Oleksiy Noynets, fondatore degli atlantisti liberali di “Ascia democratica”. Invece «Zelensky è il primo a mandarcelo a casa sua, e questo mi piace così tanto che sono orgoglioso persino di lui».
Fai due passi nel venerdì sera di Kiev e l’umore è questo. È la specialità della casa: Zelensky finisce sotto tiro di un nemico iperbolicamente più potente e non cede il passo, abbassa la testa e alza i pugni in guardia. Anche chi storce il naso, dopo tre anni di massacri e promesse svanite, finisce per tifare per lui. Roman e Alina, 34 e 31 anni, impiegati nell’IT, cellulare in mano e sguardo allibito: leggete le news? «Eh, sì. Incredibile. È ovvio che Zelensky non è un grande diplomatico. Non siamo suoi fan, non lo abbiamo votato ma eravamo orgogliosi di lui quando è iniziata la guerra ed è rimasto qui. Ora dovrebbe essere più stratega, più furbo. Invece è testardo: Trump vuole ri…
KIEV — Mandare Trump a quel paese da casa proprio era troppo facile: «Quello lo hanno fatto in tanti» dice Oleksiy Noynets, fondatore degli atlantisti liberali di “Ascia democratica”. Invece «Zelensky è il primo a mandarcelo a casa sua, e questo mi piace così tanto che sono orgoglioso persino di lui».
Fai due passi nel venerdì sera di Kiev e l’umore è questo. È la specialità della casa: Zelensky finisce sotto tiro di un nemico iperbolicamente più potente e non cede il passo, abbassa la testa e alza i pugni in guardia. Anche chi storce il naso, dopo tre anni di massacri e promesse svanite, finisce per tifare per lui. Roman e Alina, 34 e 31 anni, impiegati nell’IT, cellulare in mano e sguardo allibito: leggete le news? «Eh, sì. Incredibile. È ovvio che Zelensky non è un grande diplomatico. Non siamo suoi fan, non lo abbiamo votato ma eravamo orgogliosi di lui quando è iniziata la guerra ed è rimasto qui. Ora dovrebbe essere più stratega, più furbo. Invece è testardo: Trump vuole risolvere questa guerra, Putin vuole la pace e lui no. Lo costringeranno a proclamare le elezioni, vedrai». «Non so cosa augurarmi — dice Alina — ho paura per Roman, rischia di essere arruolato, e per tutti noi. Non voglio più morti, ma nemmeno una Russia vincente che ci imponga un presidente filorusso. In quel mondo non ci voglio vivere».
La delegazione ucraina esce dalla Casa Bianca con lo spirito dell’ambasciatrice Oksana Markarova, che durante la sfuriata di Trump e Vance s’è messa la mani nei capelli. Ma sangue freddo, ora. E mani sui social: bisogna dettare la linea, bisogna reagire. Non che non fossero pronti al peggio. Non era partita col piede giusto, la missione. Alla vigilia Trump la voleva cancellare, Zelensky ha chiesto lo ha convinto con la mediazione di Macron. Dieci minuti dopo aver lasciato la Casa Bianca esce il primo tweet di Yermak, il potente e ombroso Richelieu dell’Ufficio presidenziale ucraino: «Sicurezza non è solo una parola. È vita. Siamo grati a chi è al nostro fianco. Ringraziamo il popolo americano per il sostegno». Poi ecco Zelensky: «Grazie America, grazie del supporto e della visita. Grazie presidente Trump. L’Ucraina ha bisogno di una pace giusta e duratura, ci stiamo lavorando». Prendere tempo e nessuna rottura: «Siamo e saremo sempre grati all’America», twitta il ministro Sybiga.
Times of Ukraine lancia un appello: «Ora non ci sono altre opzioni se non restare uniti. L’Ucraina è più importante. Resisteremo, e non ci distruggeranno». Sui social lo shock è un fiume in piena. «Bene, altri sei mesi di guerra e poi l’ignoto». «Ma cosa voleva Trump? Non ci dà garanzie di sicurezza e vuole tutto quello che desidera? È un bambinone offeso». «Trump sarà il primo presidente nella storia degli Stati Uniti a essere estromesso rapidamente». «Il nostro pagliaccio ha iniziato a discutere con Trump e quando gli ha parlato di un cessate il fuoco ha risposto: chiedete alla gente. Secondo lui non lo vuole?». «Ma che tipo di pace può esserci senza garanzie? Vuoi la terra, dai le garanzie», replica Alexyi.
I più scioccati sono gli analisti. «Nessuno prevedeva una catastrofe diplomatica di queste proporzioni. Tutti quelli che sento — dice il politologo Ruslan Bortnik — sono in shock. È il risultato di una visita molto mal preparata. Ci sono forti contrasti, la decisione ucraina di andare è stata un errore. Abbiamo bisogno di più tempo per preparare accordo e tavolo negoziale. Gli americani tentavano di usare questa visita per premere su Zelensky, per farlo sentire debole e spingerlo ad accettare tutto quello che vogliono. Non solo i minerali ma l’approccio di Trump al processo di pace. Per ora gli ucraini non possano più attendersi aiuto non solo politico ma economico e militare. E Russia e Usa possono accelerare, perché Trump dirà che Zelensky è una barriera per la pace. Per uscirne l’Ucraina deve fare enormi concessioni, e l’umiliazione di Zelensky libera le mani a Putin». L’Europa? «Si dividerà ulteriormente. Anche i paesi più fermi nel supporto potrebbero raffreddarsi per non avere conflitti con Trump».