KIEV — Tanto vale scherzarci, su questa «catastrofe» dello scontro nello studio ovale che rischia di lasciar l’Ucraina senza i soldi e senza l’intelligence, senza le armi né la formazione della prima superpotenza del mondo. Riempono i social di meme, si sfidano in battute: «È stato il capolavoro della scuola diplomatica di Kryvyj Rih», la città natale di Zelensky che è un centro metallurgico di operai, altro che accademie di relazioni internazionali.
Non c’è un ucraino che non senta bruciare la pelle, ma non c’è panico. Paura sì, delusione e ira anche. «Per le élite dirigenti e gli esperti è davvero una catastrofe — dice il politologo Ruslan Bortik, direttore dell’istituto di Politica di Kiev — ma per la società civile Zelensky ne è uscito come l’eroe che difende il proprio Paese opponendosi a Trump. Non vale solo per l’Ucraina: ci sono tanti Paesi in cui Trump non è molto popolare; e a essere onesti, c’è solo una persona che sia stata in grado di restare ferma sulle sue convinzi…
KIEV — Tanto vale scherzarci, su questa «catastrofe» dello scontro nello studio ovale che rischia di lasciar l’Ucraina senza i soldi e senza l’intelligence, senza le armi né la formazione della prima superpotenza del mondo. Riempono i social di meme, si sfidano in battute: «È stato il capolavoro della scuola diplomatica di Kryvyj Rih», la città natale di Zelensky che è un centro metallurgico di operai, altro che accademie di relazioni internazionali.
Non c’è un ucraino che non senta bruciare la pelle, ma non c’è panico. Paura sì, delusione e ira anche. «Per le élite dirigenti e gli esperti è davvero una catastrofe — dice il politologo Ruslan Bortik, direttore dell’istituto di Politica di Kiev — ma per la società civile Zelensky ne è uscito come l’eroe che difende il proprio Paese opponendosi a Trump. Non vale solo per l’Ucraina: ci sono tanti Paesi in cui Trump non è molto popolare; e a essere onesti, c’è solo una persona che sia stata in grado di restare ferma sulle sue convinzioni davanti al presidente Usa. Starmer e Macron sono stati molto morbidi, con Trump».
La lite, d’altronde, «era inevitabile considerando i precedenti, l’estrema emotività di Zelensky e Trump, e il ruolo provocatorio di JD Vance — scrive Volodymyr Fesenko, presidente del Centro studi politici “Penta” — ora dobbiamo pensare alle conseguenze, a come ridurre al minimo l’impatto negativo. Probabilmente l’argomento dei negoziati di pace possiamo considerarlo chiuso per un po’».
Il filo con Trump è teso, ma non spezzato. Anche per questo i segnali piuttosto evidenti di nervosismo delle élite tornano rapidamente sotto traccia. Il governo e l’ufficio presidenziale si chiudono a coorte, la linea è mantenere il punto e ribadire ossequiosamente l’amicizia e l’importanza dell’America senza chiedere scusa, come pretende Trump. Nessuna esitazione, nessuna critica: «Il presidente ha ragione. La pace senza garanzie è impossibile», dice il premier Dmytro Shmyhal. «Sostengo il presidente che difende gli interessi del popolo in ogni situazione. Punto», scrive il braccio destro ed eminenza grigia, Andriy Yermak. Zelensky è il «leader forte e incrollabile» che «merita rispetto» per il ministro degli Interni Igor Klimenko: «Non ci siamo arresi tre anni fa, non ci ritireremo ora». La chiamata a raccolta è corale, e se qualcuno si domandava se ci fossero rischi di ammutinamento ecco il comandante in capo delle forze armate, Oleksandr Syrsky: «Siamo con l’Ucraina, col popolo, con Zelensky. La nostra forza è l’unità». Un tripudio: il presidente «ha il coraggio e la forza di difendere ciò che è giusto», dice il ministro degli Esteri Andriy Sybiha, con lui in missione. Le critiche sono rare. Il deputato Oleksiy Goncharenko è il più duro, accusa Zelensky di avere «messo a rischio milioni di persone. E questa è follia». L’economista Oleksyi Kusch dice che «il congelamento del conflitto è nostro interesse, perché il rischio di una guerra “tra” quattro anni è migliore di una guerra “durante” questi quattro anni. È una grande illusione credere sia possibile ottenere garanzie che ci proteggeranno per sempre». Trump e Vance hanno sfiduciato Zelensky davanti alle tv, e i poteri forti ucraini sono in subbuglio. Temono trascini il Paese a una sconfitta rovinosa sul campo, e sanno che ora il suo ruolo è contendibile col possibile sostegno di Washington. I candidati non mancano, come il generale Zaluzhny che da ambasciatore a Londra lancia segnali possibilisti e guida i sondaggi; o il molto amato Kyrylo Budanov, capo dell’intelligence militare. Ma sanno anche che, in questo momento, l’opinione pubblica non lo accetterebbe.