L’ora più buia per l’Ucraina arriva adesso. E non solo per la necessità di colmare immediatamente il vuoto nell’arsenale causato dal blocco di Donald Trump. C’è un colpo psicologico che peserà sulla determinazione a combattere di un popolo che si sente tradito e non ha una prospettiva di successo. Questa è la ferita più profonda che oggi l’Europa e gli altri alleati di Kiev devono sanare per impedire che crolli la tenuta di un esercito impegnato da tre anni in una lotta spietata. Senza nuove reclute, senza rimpiazzare i caduti, non ci sono speranze. L’unica maniera di puntellare il morale è fornire un sostegno che sostituisca gli aiuti statunitensi, pari a circa il 40% delle forniture belliche.
Sui materiali c’è una preoccupazione serissima ma anche un piano alternativo elaborato dallo scorso autunno: la pedina fondamentale è la Germania, dove bisognerà vedere se il cancelliere designato Friedrich Merz manterrà le promesse formulate negli scorsi giorni. Con il pieno coinvolgiment…
L’ora più buia per l’Ucraina arriva adesso. E non solo per la necessità di colmare immediatamente il vuoto nell’arsenale causato dal blocco di Donald Trump. C’è un colpo psicologico che peserà sulla determinazione a combattere di un popolo che si sente tradito e non ha una prospettiva di successo. Questa è la ferita più profonda che oggi l’Europa e gli altri alleati di Kiev devono sanare per impedire che crolli la tenuta di un esercito impegnato da tre anni in una lotta spietata. Senza nuove reclute, senza rimpiazzare i caduti, non ci sono speranze. L’unica maniera di puntellare il morale è fornire un sostegno che sostituisca gli aiuti statunitensi, pari a circa il 40% delle forniture belliche.
Sui materiali c’è una preoccupazione serissima ma anche un piano alternativo elaborato dallo scorso autunno: la pedina fondamentale è la Germania, dove bisognerà vedere se il cancelliere designato Friedrich Merz manterrà le promesse formulate negli scorsi giorni. Con il pieno coinvolgimento economico e militare di Berlino, in aggiunta a quello di Parigi e Londra, i vertici di Kiev confidano di poter portare avanti il conflitto almeno fino a settembre, fino a negoziare una “pace giusta”. Una stima che coincide con quella di Fedir Venislavskyi, parlamentare della Commissione Difesa ucraina: «Senza gli Usa abbiamo un margine di sei mesi, ovviamente ogni cosa sarà molto molto più difficile».
A condizionare tutto sono i tempi: armi e munizioni servono subito. Gli Stati Uniti hanno intaccato le colossali scorte strategiche per trasferire tank e obici; i Paesi dell’Unione hanno già svuotato le risicate riserve. C’è una sola strada: prelevare le dotazioni degli eserciti Ue, ossia togliere armi ai nostri reparti per darle agli ucraini. Una soluzione che fa storcere la bocca ai generali del Vecchio Continente, giustamente preoccupati per la debolezza delle loro forze nei settori più necessari a Kiev: missili contraerei, artiglieria, mezzi corazzati. I fondi per il riarmo europeo annunciati ieri da Ursula von der Leyen offrono una via per compensare con acquisti sovvenzionati dalla Commissione quello che verrà ceduto: dipenderà dalla volontà dei governi.
La priorità massima sono i missili Patriot americani, pilastro dello scudo contro i bombardamenti russi. È stato varato un programma per costruirne migliaia in Germania: la fabbrica sarà inaugurata soltanto nel settembre 2026. Troppo tardi. Il vero limite della Ue è il ritmo produttivo. Gli Stati Uniti hanno aumentato quello di alcune industrie chiave, a partire dalle munizioni da 155 millimetri: prima ne confezionavano 14 mila al mese, adesso 50 mila. Ossia quante gli ucraini ne consumano in due settimane. In Europa siamo ancora fermi al 2022. Ci sono poche eccezioni, la più nota è il gruppo tedesco Rheinmetall: sta trasformando due impianti di componenti automobilistiche in fucine di proiettili. Il resto delle aziende non ha ancora cambiato passo. Riuscirà a fare uno scatto? In Scandinavia e in Francia qualcosa si muove; altrove no.
Ci sono ulteriori percorsi che vengono esplorati: il più importante guarda alla Corea del Sud, che ha magazzini zeppi di munizioni e fabbriche rapidissime nello sfornare armamenti. Le leggi locali vietano l’esportazione ai belligeranti ma l’intervento nordcoreano al fianco dei russi ha rivoluzionato lo scenario: la Polonia è già cliente di Seul e potrebbe incrementare gli ordini, girandoli subito a Kiev.
Si studia anche come spingere la crescita dell’industria bellica ucraina, che nel 2024 ha quintuplicato i numeri: cinquecento compagnie pubbliche e private con 300 mila dipendenti costruiscono il 34% degli equipaggiamenti per portare avanti la guerra. Ormai Kiev è indipendente nella produzione di droni, che hanno parzialmente preso il posto dell’artiglieria: provocano il 60% delle vittime.
Infine l’elemento più controverso: l’intelligence. Aerei spia, satelliti e unità cyber della Nato hanno trasmesso informazioni decisive sulle attività di Mosca. La ricognizione nei cieli è stata condotta soprattutto dagli europei; quella nello spazio e lo spionaggio informatico invece sono americane. Il Pentagono taglierà fuori gli alleati dai suoi dati? L’amministrazione Trump è disposta anche ad amputare la storica condivisione dei segreti con i “Five Eyes” che includono Gran Bretagna e Canada? Ormai tutto è possibile. La prima prova verrà dalla rete Starlink di Elon Musk, indispensabile per le comunicazioni: se verrà interrotta, si rischia una crisi nella struttura di comando ucraina.