Baunov: “Il regime di Putin ora durerà fino alla sua morte. Anche grazie a Trump”
di Rosalba Castelletti“Vladimir Putin è un uomo molto fortunato. Non riesce a credere che Donald Trump stia facendo il lavoro sporco per lui. Il suo regime sembra destinato a durare fino alla sua morte”. Se lo dice Aleksandr Baunov c’è da credergli. Ex diplomatico russo, 55 anni, oggi ricercatore del Carnegie Eurasia Center di Berlino, nato dalle ceneri dello smantellato Carnegie Moscow Center, Baunov è autore di La fine del regime, un saggio pubblicato in Russia nel gennaio 2023 e diventato subito un bestseller, benché non parlasse di Vladimir Putin, ma del tramonto di tre dittature europee: Francisco Franco in Spagna, António de Oliveira Salazar in Portogallo e i colonnelli in Grecia.
Acquistarlo in Russia è diventato una dichiarazione politica. Il copresidente dell’organizzazione Nobel per la Pace Memorial, Oleg Orlov, lo ha letto dimostrativamente in aula quando è stato processato. “Le autorità non hanno potuto censurarlo perché parla di tre regimi conservatori e fascisti. Vietarlo sarebbe stato a…
“Vladimir Putin è un uomo molto fortunato. Non riesce a credere che Donald Trump stia facendo il lavoro sporco per lui. Il suo regime sembra destinato a durare fino alla sua morte”. Se lo dice Aleksandr Baunov c’è da credergli. Ex diplomatico russo, 55 anni, oggi ricercatore del Carnegie Eurasia Center di Berlino, nato dalle ceneri dello smantellato Carnegie Moscow Center, Baunov è autore di La fine del regime, un saggio pubblicato in Russia nel gennaio 2023 e diventato subito un bestseller, benché non parlasse di Vladimir Putin, ma del tramonto di tre dittature europee: Francisco Franco in Spagna, António de Oliveira Salazar in Portogallo e i colonnelli in Grecia.
Acquistarlo in Russia è diventato una dichiarazione politica. Il copresidente dell’organizzazione Nobel per la Pace Memorial, Oleg Orlov, lo ha letto dimostrativamente in aula quando è stato processato. “Le autorità non hanno potuto censurarlo perché parla di tre regimi conservatori e fascisti. Vietarlo sarebbe stato autodenunciarsi”, commenta da Firenze, dove è esiliato e ha ampliato l’edizione appena pubblicata in Italia da Silvio Berlusconi Editore, esplicitando i parallelismi con la recente storia russa.
Com’è nato il suo libro?
“Ho cominciato a scriverlo intorno al 2019, molto tempo prima che iniziasse la guerra. Vladimir Putin era stato rieletto l’anno prima e già allora era chiaro che appartenesse al club dei governanti più longevi della Russia e del mondo. Non era di certo il primo a guidare una dittatura personalistica benché legittimata dal voto, quella che viene chiamata “dittatura elettorale” o “autoritarismo elettorale”. Ho cercato perciò degli esempi che aiutassero a mettere il suo regime in prospettiva: esempi di dittature di destra per la loro retorica conservatrice e anti-liberale combinata con il risentimento storico e l’economia di mercato. Non volevo scrivere un libro sulla Russia camuffato da un libro su Spagna, Portogallo e Grecia”.
Come spiega il suo successo editoriale nel pieno del conflitto e della censura putiniana?
“È naturale che chi vive in un Paese governato dalla stessa persona da un quarto di secolo si chieda quanto ancora potrà durare o come potrebbe finire. E a chiederselo non sono soltanto oppositori o dissidenti, ma anche comuni cittadini che temono i cambiamenti bruschi o membri dell’élite curiosi di capire come la fine potrebbe colpire anche loro. Sentono tutti di essere più vicini alla fine. Hanno tutti una paura atavica delle rivoluzioni, perciò si chiedono in quale altro modo possa finire. Capiscono che non finirà come l’Urss perché allora la gente faceva la fila per il cibo, ora invece “c’è tutto”, nonostante le sanzioni. E il libro risponde alle loro domande. Con l’inizio della guerra e la soppressione di tutte le residue “bolle di libertà”, è anche diventato un pretesto per discutere argomenti tabù, come la morte del sovrano, le sanzioni internazionali, l’avventurismo militare, la costruzione di un’ideologia conservatrice nazionalista. E quando il libro è diventato un best-seller non potendo censurarlo, se la sono presa con me bollandomi come “agente straniero””.
Com’è riuscito a sfuggire alla censura?
“È una delle tante differenze tra l’oggi e l’Urss. La censura su vasta scala ha bisogno di un’infrastruttura. L’Urss l’aveva: aveva i censori, aveva un’unione degli scrittori, case editrici tutte statali. Ma adesso un’infrastruttura non c’è e non è ancora stata costruita. E prima del marzo 2022 non c’erano neppure i reati di “discredito” e “falsi” sull’esercito. Tanto che, quando si voleva perseguire un’artista come il regista Kirill Serebrennikov, si usavano pretestuose accuse economiche. I nuovi reati permettono di perseguire anche le parole. E proprio la scorsa settimana è stata riesumata l’idea di ricreare un’unione degli scrittori. Ma ci vuole tempo e ci vogliono risorse. È molto più facile reprimere. Le repressioni mirate, o casuali, diffondono la paura a tutto campo. Nel 2023 l’editoria era, ed è tuttora, un affare privato. Perciò non sono riusciti a bloccare l’uscita del mio saggio. Perché lo tollerano? Perché il libro parla di regimi che possono essere descritti come fascisti e quindi vietarlo sarebbe stato un paradosso per chi si erge a erede di coloro che hanno sconfitto il nazismo e sostiene di condurre una guerra contro un regime neo-nazista in Ucraina. Ma adesso hanno trovato il modo di sbarazzarsi di questa contraddizione. Lo dimostra anche l’attacco della portavoce degli Esteri Maria Zakharova contro il vostro presidente Sergio Mattarella. Si dichiarano brave persone che hanno combattuto il fascismo e bollano tutti coloro che osano contraddirli come fascisti, non importa di chi si tratti. Hanno persino inventato il termine “fascisti liberali””.
Vuol dire che possiamo definire l’attuale presidenza russa un regime fascista?
“L’attuale regime russo ha molti tratti comuni ai regimi fascisti così come li descrisse Umberto Eco: il culto del leader, dello Stato e del glorioso passato, il conservatorismo sociale, le politiche sessuali e repressive, l’indottrinamento dei giovani. Ciò che manca alla Russia per essere definita del tutto fascista sono le corporazioni monopolizzate e una popolazione mobilitata che partecipi ad attività ideologiche. Le autorità stanno andando in questa direzione, ma allo stesso tempo hanno pura di spingersi troppo oltre. Mandano segnali contraddittori. Da un lato spingono la gente a partecipare a eventi politici, dall’altro la invitano a stare in silenzio. “Non agite, ci pensiamo noi”. Per questo descrivo Putin come un ibrido tra Franco e Salazar. Anche adesso, in piena guerra, cerca un equilibrio, di non concedere troppo ai gruppi più attivi, più mobilitati, più fascisti del potere”.
In questo momento la fine di Putin sembra lontana. Trump rilancia la sua stessa narrazione. Ha umiliato Volodymyr Zelensky nello Studio Ovale, annullato gli aiuti a Kiev e sospeso la condivisione delle informazioni di intelligence…
“Va tutto ben oltre le aspettative di Putin. Al Cremlino non credono ai propri occhi. Sono anche molto sospettosi perché è cambiato tutto in così poco tempo. Inizialmente temevano persino si trattasse di una trappola perché pensavano che non potesse essere vero. Non può essere vero, si dicevano, che alla Casa Bianca ci sia il “nostro uomo”. Non nel senso stretto di una “talpa russa”, teoria a cui non ho mai creduto, ma un leader che vede il mondo come loro, indifferente all’idea di solidarietà e ai valori liberali occidentali. Putin è un uomo molto fortunato. Prima, l’isolamento globale non ha funzionato perché molti Paesi della cosiddetta “maggioranza globale” o “Sud globale” erano indifferenti alla guerra ucraina. Poi, lo ha aiutato la guerra di Gaza perché era più vicina ai cuori e alle menti di questo Sud globale. E infine è stato eletto Trump. A livello internazionale non gli è andata male”.
È il segno che Putin governerà fino alla morte?
“È molto probabile. In questi tre anni, è sopravvissuto all’errore di calcolo che l’invasione ucraina sarebbe stata breve, allo shock della mobilitazione e alla rivolta di Evgenij Prigozhin. Sono crisi a cui molti regimi non sopravvivono. Statisticamente, quando un dittatore scavalla il ventennio, è molto probabile che governerà fino alla morte. Perché vuol dire che non ci sono crepe o fazioni nell’élite né una vera opposizione che possano cacciarlo via. E non c’è neppure una crisi economica comparabile alla recessione degli anni Novanta che spingerà la gente a chiedere che vada”.
Qual è il suo obiettivo? È davvero pronto a negoziare la pace? O mira soltanto a realizzare una nuova Jalta?
“La Russia non ha mai accettato la fine della Guerra Fredda. Si è sentita imbrogliata. Vittima del nuovo ordine mondiale. Gradualmente, col tempo e col potere, Putin ha costruito su questo risentimento il suo grande progetto: invertire gli esiti della Guerra Fredda, che gran parte dell’élite e della stessa popolazione considerano ingiusti. E parte di questo progetto era la riconquista di alcuni territori perduti. Perciò prima ha consolidato il suo potere e creato una dittatura personale e poi ha invaso l’Ucraina – perché la guerra non sarebbe mai stata possibile se ci fosse stato il minimo residuo di democrazia. Chiedere alla Nato di tornare ai suoi confini pre-allargamento e riconquistare territori sono due facce dello stesso progetto: ripristinare la grandezza russa sulla scena mondiale. Il problema è che questo progetto non giustifica l’invasione dell’Ucraina, né la repressione interna”.
È possibile riammettere la Russia nel consesso internazionale?
"La Russia in questi tre anni di guerra è cambiata così tanto fino a diventare una dittatura che oggi, riconoscerla come un importante attore globale, vorrebbe dire riconoscere un Paese che non ha nessuna elezione competitiva, nessuna libertà, censura totale e che persegue non solo i dissidenti, ma i comuni cittadini per la loro stessa natura, come gli Lgbtq+ che oggi sono definiti terroristi ed estremisti. Riconoscere un Paese che ha violato ogni norma del diritto internazionale e persino della morale umana, mentendo spudoratamente, uccidendo apertamente i suoi oppositori, distorcendo non soltanto i fatti, ma la stessa morale. La tarda Unione Sovietica era in qualche modo più prevedibile e più responsabile rispetto alla Russia post-2022. Se si tornasse a trattare con la Russia, bisognerebbe tenere in mente che non si ha più a che fare con l’Urss, né con la Russia degli Anni Novanta e neppure con la Russia di Putin di 10 anni fa. Quella di oggi è molto più brutale e irresponsabile. E se otterrà ciò che chiede, sarà molto pericolosa”.
Nel suo libro scrive che la sconfitta militare di una potenza nucleare non è immaginabile. Dunque, come possiamo immaginare che finirà in Ucraina?
“La sconfitta strategica sì è impossibile, ma la sconfitta militare locale no. È stata possibile nella Prima guerra cecena. La stessa Urss fu sconfitta in qualche modo in Finlandia, in Corea o in Afghanistan. Certo, con la guerra in Ucraina, Putin ha sbandierato più volte la minaccia nucleare. Poi ha mostrato il missile Oreshnik, un’arma non nucleare, ma comunque spaventosa. Da quando è arrivato Trump, ha abbassato i toni in attesa dei suoi primi passi e, ora che ha visto i suoi primi passi, sembra avere abbandonato lo spauracchio dell’atomica. Adesso le minacce sono dirette contro l’Europa. La propaganda, la retorica, la diplomazia, sanno essere molto flessibili. Fino a due mesi fa, gli Stati Uniti erano il male assoluto. Ora lo sono i Paesi europei. La fine della guerra dipenderà interamente dalla resistenza ucraina che dipende a sua volta dal sostegno straniero. Trump ha detto a Zelensky che non “aveva più carte”. Ma è vero solo in parte. C’è anche una carta estrema, quella del crollo del fronte ucraino, che non è impossibile vista la carenza di personale e di munizioni. Se a bandiera russa sventolasse su Kiev, Odessa o Kharkiv, o se queste città venissero distrutte dai missili russi, Trump sarebbe pronto a passare alla storia come il presidente sotto il quale Kiev è caduta sotto Mosca. E l’Europa?”.
Putin punta a issare la bandiera su Kiev?
“Per lui il risultato più positivo sarebbe l’annessione di parte del territorio ucraino e un regime fantoccio o amico a Kiev che riconosca che la vera capitale è Mosca così come fa Minsk. Il modello è sempre quello della divisione dell’Europa in sfere d’influenza. Ma la questione è dove debba finire quest’area d’influenza. Dire che dopo l’Ucraina, il prossimo obiettivo saranno i Baltici o la Polonia, è forse esagerato, ma non del tutto. I falchi promuovono una provocazione in territorio Nato per testare l’articolo 5 e dimostrare che nessuno interverrebbe. Solo allora la Nato cesserebbe di esistere. È un’idea pericolosa, non sostenuta dalla maggioranza della classe dirigente, ma che circola”.
E dopo la fine del regime di Putin, che cosa dobbiamo aspettarci? Il caos? O è possibile almeno un “disgelo” visto che, come lei scrive nel saggio, la Russia non conosce “primavere”?
“È esattamente il motivo per cui ho scritto il mio libro, per sfatare il mito che al crollo di Putin crollerà la Russia. Per spiegare che non possiamo immaginare la fine del regime di Putin usando il modello del crollo del regime sovietico, sebbene Putin stesso usi questo spauracchio dentro e fuori il Paese. Minaccia che, senza di lui o un suo successore, la Russia si dissolverà come l’Unione Sovietica e ci sarà il rischio di un conflitto civile tra parti che posseggono armi nucleari. Ma è chiaro che la dissoluzione della Russia moderna non è possibile. Sotto l’Urss, tutte le Repubbliche sovietiche sapevano di far parte di un’unione che avrebbero potuto abbandonare. Veniva insegnato a scuola. Ed era chiara a tutti una certa statualità del territorio a cui appartenevano. Ma, cosa più importante, l’Urss è crollata perché è fallita economicamente. Le élite e le popolazioni delle Repubbliche speravano che, senza l’Unione, avrebbero avuto cibo, vestiti, automobili. Ma ora non c’è nulla di simile. E non ci sono le premesse neppure per il ripetersi dei terribili anni Novanta. Perciò ho scelto come esempi regimi molto duri e repressivi, ma che avevano mantenuto i confini aperti e che avevano economie di mercato. Per ricordare che il crollo del regime non necessariamente comporta il crollo del Paese o della sua economia. La fine di Putin o della sua cerchia di potere sarà molto più indolore rispetto al crollo dell’Urss”.