GERUSALEMME – È un altro tabù che cade nell’America di Donald Trump: gli Stati Uniti stanno trattando direttamente con una organizzazione che considerano terroristica, Hamas. A Doha, nelle scorse settimane, l’inviato Usa per gli ostaggi, Adam Boehler, ha avuto colloqui con rappresentanti del gruppo armato palestinese per parlare dei rapiti a Gaza ma anche di un accordo complessivo per una tregua duratura. La notizia è stata diffusa da Axios e confermata dalla stessa Casa Bianca. «Boehler ha il mandato e l’autorità per parlare con chiunque, ci sono vite americane in gioco. Israele è informato», ha spiegato la portavoce Karoline Leavitt. L’ostaggio americano che si ritiene sia ancora vivo è Edan Alexander, apparso in un video pubblicato a novembre.
Hamas è nella lista delle organizzazioni terroristiche del dipartimento di Stato Usa dal 1997, e Washington non ha mai autorizzato ufficialmente negoziati diretti. Gli esperti di sicurezza notano che il cambio di paradigma potrebbe facil…
GERUSALEMME – È un altro tabù che cade nell’America di Donald Trump: gli Stati Uniti stanno trattando direttamente con una organizzazione che considerano terroristica, Hamas. A Doha, nelle scorse settimane, l’inviato Usa per gli ostaggi, Adam Boehler, ha avuto colloqui con rappresentanti del gruppo armato palestinese per parlare dei rapiti a Gaza ma anche di un accordo complessivo per una tregua duratura. La notizia è stata diffusa da Axios e confermata dalla stessa Casa Bianca. «Boehler ha il mandato e l’autorità per parlare con chiunque, ci sono vite americane in gioco. Israele è informato», ha spiegato la portavoce Karoline Leavitt. L’ostaggio americano che si ritiene sia ancora vivo è Edan Alexander, apparso in un video pubblicato a novembre.
Hamas è nella lista delle organizzazioni terroristiche del dipartimento di Stato Usa dal 1997, e Washington non ha mai autorizzato ufficialmente negoziati diretti. Gli esperti di sicurezza notano che il cambio di paradigma potrebbe facilitare un accordo, ma rischia di incentivare i rapimenti perché i gruppi terroristici sanno che ora l’America è disposta a trattare. L’amministrazione Trump si muove del resto in un vuoto: i colloqui tra Israele e Hamas sul cessate il fuoco sono finiti su un binario morto dopo la scadenza della prima fase dell’intesa. Il governo Netanyahu vorrebbe prolungarla, gli americani hanno avanzato una nuova proposta per ulteriori 42 giorni. Finora Hamas l’ha rifiutata, almeno in pubblico.
L’ostacolo di tutte le trattative per una soluzione duratura del conflitto resta il disarmo del gruppo, la cui necessità è resa evidente dai risultati delle indagini sul 7 ottobre che in questi giorni stanno accendendo uno scontro durissimo tra il governo Netanyahu e le agenzie di sicurezza israeliane, in particolare lo Shin Bet. Il rapporto dell’intelligence interna indica tra le cause dell’attacco anche le politiche di appeasement di Netanyahu, convinto che i soldi del Qatar avessero in qualche modo ammansito il gruppo. Il premier invece accusa lo Shin Bet di non essere stato in grado di intercettare la minaccia imminente. La tensione è tale che Ronen Bar, capo dell’agenzia, è stato estromesso dal team negoziale sugli ostaggi ed è sotto pressione perché si dimetta, cosa che fin qui ha rifiutato di fare.
Dall’indagine emergono dettagli anche sulle difficoltà che aveva l’intelligence israeliana a raccogliere informazioni a Gaza, con i propri agenti o reclutando spie. La notte prima del 7 ottobre, una fonte sul terreno considerata “di valore”, come si dice in gergo, cioè affidabile, mentì quando gli fu chiesto come interpretare i segnali che si stavano accumulando, per esempio il fatto che 45 operativi di Hamas avessero attivato schede sim israeliane sui cellulari. Un’altra “fonte” disse di non essere a conoscenza dei preparativi e altre ancora non risposero.
Viene fuori che lo Shin Bet aveva problemi con la human intelligence a Gaza già da diversi anni, per via dei confini chiusi che avevano ridotto la capacità di muoversi nella Striscia. E perché l’uccisione di un capo di Hamas, nel 2017, aveva messo in guardia Yahya Sinwar, che scatenò una vera caccia all’uomo contro tutti i palestinesi della Striscia sospettati di lavorare per Israele.