Tre mesi dopo la caduta di Assad, la Siria si ritrova davanti allo spettro della guerra civile. La regione costiera di Latakia, dove si sono nascosti i fedelissimi del dittatore decaduto e dove si concentra la minoranza alawita, è insorta contro i nuovi padroni sunniti del Paese appena uscito da un regime cinquantennale. La reazione delle forze governative è stata durissima.
Ci sono decine di cadaveri a terra a Banyas, Latakia e Jable. L’Osservatorio siriano per i diritti umani parla di «134 civili alawiti, tra cui 13 donne e 5 bambini giustiziati per strada dagli agenti di sicurezza di Damasco», che vanno a comporre un bilancio provvisorio di 229 morti. Numeri e circostanze che sono tutte da verificare. Ma a riprova della gravità del momento, a Bab al-Hawa sono stati avvistati blindati turchi diretti verso la costa ribelle.
È il primo vero test sulla tenuta del governo del presidente Ahmed al-Sharaa, l’ex qaedista leader del gruppo sunnita Hayat Tahrir al-Sham che nel dicembre sc…
Tre mesi dopo la caduta di Assad, la Siria si ritrova davanti allo spettro della guerra civile. La regione costiera di Latakia, dove si sono nascosti i fedelissimi del dittatore decaduto e dove si concentra la minoranza alawita, è insorta contro i nuovi padroni sunniti del Paese appena uscito da un regime cinquantennale. La reazione delle forze governative è stata durissima.
Ci sono decine di cadaveri a terra a Banyas, Latakia e Jable. L’Osservatorio siriano per i diritti umani parla di «134 civili alawiti, tra cui 13 donne e 5 bambini giustiziati per strada dagli agenti di sicurezza di Damasco», che vanno a comporre un bilancio provvisorio di 229 morti. Numeri e circostanze che sono tutte da verificare. Ma a riprova della gravità del momento, a Bab al-Hawa sono stati avvistati blindati turchi diretti verso la costa ribelle.
È il primo vero test sulla tenuta del governo del presidente Ahmed al-Sharaa, l’ex qaedista leader del gruppo sunnita Hayat Tahrir al-Sham che nel dicembre scorso ha guidato la presa di Damasco. Ma la Siria è una polveriera come raccontano l’insurrezione, il sanguinoso intervento per reprimere chi ancora risponde a gerarchi del vecchio regime e l’imposizione del coprifuoco a Latakia, Tartus e Homs, la terza città della Siria per popolazione.
Il ministero della Difesa annuncia anche operazioni militari a Qardaha, la città natale di Bashar al Assad, «contro i lealisti che hanno tradito i nostri compatrioti».
La situazione è precipitata giovedì, la vigilia del primo venerdì del Ramadan, quando a Jabaleh le pattuglie governative sono state assaltate. «Imboscate pianificate e premeditate contro le nostre postazioni e i checkpoint da parte di diversi gruppi di assadisti», sostiene Mustafa Kneifati, un ufficiale delle forze di sicurezza a Latakia. In questi primi scontri - secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, che fa base a Londra ma ha parecchi contatti sul terreno - hanno perso la vita 48 persone: 16 governativi, 28 pro-Assad e 4 civili.
La risposta non si è fatta attendere. In queste ore circolano filmati, la cui autenticità è stata verificata da diverse agenzie di stampa internazionali, in cui compaiono i famigerati barili-bomba, per anni usati dalla dittatura contro i gruppi sunniti: questa volta sono i miliziani sunniti filo-governativi che li utilizzano contro gli alawiti, come si vede in un filmato girato all’interno di un elicottero dove un uomo a volto coperto fa scivolare fuori due barili esplosivi.
Gli abitanti delle città infiammate dalla violenza riferiscono di decine di esecuzioni di massa: le vittime sono persone ritenute legate al regime decaduto. «A entrare nelle case e uccidere gli alawiti - afferma il direttore dell’Osservatorio, Rami Abdel Rahmane - sono stati membri delle forze di sicurezza e anche stranieri».
La Turchia ha sostenuto la rivoluzione siriana e ora vuole che Sharaa, che da combattente si faceva chiamare al Jolani, mantenga il controllo del Paese. Obiettivo opposto quello dell’Iran, storico alleato di Assad, che potrebbe avere ancora influenza sui generali rimasti.
Da Damasco sono stati inviati mezzi blindati, unità dell’esercito e anche elicotteri. A Beit Ana i locali hanno visto colpi di artiglieria e razzi sparati dagli elicotteri su uomini armati, presumibilmente legati al generale Suhail al-Hassan, soprannominato “la tigre” e descritto come “il militare favorito di Assad”. I capi della comunità alawita denunciano uccisioni indiscriminate di civili e, su Facebook, chiamano a protestare pacificamente contro i raid degli elicotteri.
Sana, l’agenzia di stampa statale della Siria, riporta che è stato arrestato a Jableh il generale Ibrahim Huweija, l’ex capo dell’intelligence dell’aviazione «responsabile di moltissimi crimini durante il dominio di Hafez al-Assad», padre e predecessore di Bashar al-Assad. «È la prima volta che i fedeli di Assad agiscono in modo coordinato e pianificato», osserva Charles Lister, direttore del programma antiterrorismo del Middle East Institute.
A Tartus c’è ancora la base navale russa e dal Cremlino giunge un appello alla calma. «Siamo preoccupati - ha detto la portavoce del ministro degli Esteri Maria Zakharova - invitiamo tutti i leader siriani a fare il possibile per porre fine al massacro. Confermiamo la posizione di Mosca a sostegno della sovranità e dell’integrità territoriale della Siria». A Mosca, da dicembre, vive in esilio Bashar al-Assad insieme con sua moglie Asma.