WASHINGTON – Da una parte Donald Trump comincia a mettere un po’ di pressione su Vladimir Putin, minacciando nuove sanzioni contro la Russia se non accetterà di discutere la pace; dall’altra però torna ad attaccare Kiev, dicendo che si fida più di Mosca con cui lavora meglio. Resta da capire se si tratta della tattica negoziale del bastone e la carota, finalmente applicata anche al Cremlino, oppure dell’abituale imprevedibilità del capo della Casa Bianca, che nel frattempo scrive all’Iran per riaprire il negoziato nucleare, ma poi lo mette in guardia sulle gravi conseguenze imminenti che rischia di subire, se non accetterà la sua offerta di dialogo.
La giornata di ieri è cominciata con questo messaggio, pubblicato di prima mattina da Trump sul social Truth: «Sulla base del fatto che la Russia sta assolutamente “martellando” l’Ucraina sul campo di battaglia in questo momento, sto seriamente prendendo in considerazione sanzioni bancarie su larga scala, più altre sanzioni e tariffe su Mosca, fino a quando non verrà raggiunto un cessate il fuoco e un accordo di risoluzione finale sulla pace. Russia e Ucraina, sedetevi al tavolo subito, prima che sia troppo tardi. Grazie!».
Tono e sostanza sembravano annunciare una svolta, perché Trump non si era mai rivolto prima a Putin così. Dietro le quinte, anche i suoi collaboratori più stretti hanno notato la netta differenza nel trattamento di Mosca e Kiev, e si chiedevano se era la tattica giusta per avviare un difficile negoziato. Da una parte, infatti, ha subito concesso a Putin l’esclusione di Zelensky dalla Nato e l’impossibilità di recuperare i territori occupati, mentre dall’altra ha accusato il presidente ucraino di essere un dittatore e aver scatenato la guerra, umiliandolo poi nell’Ufficio Ovale. Ma forse il Cremlino non ha risposto come si aspettava, alzando la posta del negoziato, invece di ringraziare per le aperture. Allora il capo della Casa Bianca ha deciso di alzare la voce, chiarendo che ha il margine per usare il bastone anche contro la Russia.
Qualche ora dopo però Trump ha parlato dall’ufficio ovale, dando l’impressione di fare marcia indietro: «Credo a Putin quando dice di volere la pace. Trovo più difficile trattare con l’Ucraina che con la Russia, e l’Ucraina non ha le carte». La pressione quindi è tornata tutta su Zelensky. Ai giornalisti che gli chiedevano perché gli ha tolto gli aiuti militari e di intelligence, negando a Kiev le difese aeree di cui avrebbe bisogno per impedire a Putin di colpirla, ha risposto così: «Devo sapere che vogliono un accordo. Non lo so se. Se non vogliono, ce ne andiamo, perché noi vogliamo che lo facciano».
Poi è andato anche oltre, giustificando il fatto che Putin sta approfittando della sospensione degli aiuti Usa all’Ucraina per colpirla: «Penso stia facendo quello che farebbe chiunque altro. Perciò sta colpendo più forte di quanto non abbia mai fatto prima. E penso che probabilmente chiunque in quella posizione farebbe la stessa cosa adesso». Quindi se Zelensky vuole salvarsi, e tornare a ricevere l’assistenza americana, durante i colloqui della settimana prossima in Arabia la delegazione ucraina dovrà firmare l’accordo sulle terre rare e indicare il percorso con cui intende arrivare alla tregua e alla pace. Quanto all’Europa, resterà emarginata perché «non sa come mettere fine alla guerra. Io invece sì».
Trump ha poi aperto anche il fronte iraniano, rivelando che giovedì ha inviato una lettera alla guida suprema Khamenei, invitandolo al dialogo: «Preferisco raggiungere un accordo con l’Iran sul suo programma nucleare». Poi però ha avvertito: «Se non negozierà, sarà molto brutto per loro. L’Iran non può avere armi nucleari. Ci sono altre opzioni disponibili».