BUENOS AIRES – I social in Argentina sono invasi da video girati nei supermercati. Non mostrano scaffali vuoti o beni di consumo particolari: si focalizzano sui prezzi. L’Argentina, in un anno, è passata da essere un Paese estremamente economico a uno estremamente caro. Nelle testimonianze sui social ci sono turisti increduli che arrivano dal vicino Cile o dalla Germania che riprendono i prezzi altissimi della merce esposta nei supermercati. O ancora argentini che – durante una vacanza a Parigi fanno la spesa mostrando i prezzi talvolta più economici delle capitali europee.
Oggi l’Argentina è il Paese più caro di tutta l’America Latina: il caffè in un bar del centro di Buenos Aires costa l’equivalente di 3,5 euro, un litro di latte al supermercato 2,20 e una lattina di Coca-Cola 1,70. Se prima si poteva cenare in un ristorante di Buenos Aires con circa 15-20 euro a persona, oggi con quella cifra si può al massimo pranzare con un menù fisso nei bar e nelle caffetterie. Mentre gli affi…
BUENOS AIRES – I social in Argentina sono invasi da video girati nei supermercati. Non mostrano scaffali vuoti o beni di consumo particolari: si focalizzano sui prezzi. L’Argentina, in un anno, è passata da essere un Paese estremamente economico a uno estremamente caro. Nelle testimonianze sui social ci sono turisti increduli che arrivano dal vicino Cile o dalla Germania che riprendono i prezzi altissimi della merce esposta nei supermercati. O ancora argentini che – durante una vacanza a Parigi fanno la spesa mostrando i prezzi talvolta più economici delle capitali europee.
Oggi l’Argentina è il Paese più caro di tutta l’America Latina: il caffè in un bar del centro di Buenos Aires costa l’equivalente di 3,5 euro, un litro di latte al supermercato 2,20 e una lattina di Coca-Cola 1,70. Se prima si poteva cenare in un ristorante di Buenos Aires con circa 15-20 euro a persona, oggi con quella cifra si può al massimo pranzare con un menù fisso nei bar e nelle caffetterie. Mentre gli affitti, che fino allo scorso anno erano regolati da una normativa statale, sono più che quintuplicati. Anche se le retribuzioni sono aumentate dall’inizio del governo Milei, lo stipendio minimo oggi è di 290 euro, ma con i prezzi attuali se si guadagnano meno di 1000 euro è impossibile arrivare a fine mese.
Fino allo scorso anno i prezzi in Argentina erano infinitamente più bassi del vicino Cile, oggi è il contrario: nel 2024 gli argentini che hanno visitato il Cile sono aumentati del 78%. E non per turismo: i centri commerciali cileni da mesi sono invasi da argentini che spendono centinaia di euro in vestiti, tecnologia o oggetti di uso domestico, che in Cile oggi costano fino a un 70% in meno rispetto all’Argentina.
Da anni ormai l’Argentina affronta una crisi economica profonda, con l’inflazione che lo scorso maggio è arrivata fino al 300%. E, proprio per questo, gli argentini nel novembre del 2023 hanno eletto Javier Milei, il candidato “anarco-capitalista” che in campagna elettorale aveva promesso - motosega alla mano - di abbassare l’inflazione per uscire dalla crisi economica. A oltre un anno dalla sua elezione, Milei, fra un inizio difficile e molte proteste di piazza, sta portando a termine, con ogni mezzo, ciò che ha promesso: l’inflazione si è abbassata e sta continuando a farlo. Attualmente è all’84%, il valore più basso raggiunto dal 2020. La medicina però è stata amara: a parte l’aumento dei prezzi, il governo di Milei ha tagliato brutalmente la spesa statale. Nel fine settimana il presidente ha preso la parola di fronte al Congresso per festeggiare una pietra miliare: il licenziamento di 40mila dipendenti pubblici. Tra questi ci sono stati tagli considerati “politici”, come tutti quelli che hanno preso di mira le strutture che si occupano della conservazione della memoria storica della dittatura militare.
Oggi l’Argentina è un Paese completamente diviso a metà lungo una spaccatura che a queste latitudini si definisce “grieta”. Secondo gli ultimi sondaggi, oltre il 50% della popolazione sostiene il presidente. Ma su Milei la gente non ha mezze misure: c’è chi lo descrive come il salvatore della Patria o chi come il peggior disastro mai capitato. Mateo, che ha 50 anni e gestisce un almacén nel quartiere del Microcentro, sostiene: «Questo governo finalmente ci ha dato stabilità. Prima, in base all’oscillazione dell’inflazione e al valore del peso, dovevo continuamente cambiare i prezzi nel negozio. Ogni giorno ci svegliavamo senza sapere quanto sarebbe costata una bottiglia di latte o il pane. Ora non succede più». Mentre Marcela, 41 anni, che gestisce un chiosco di fiori, dice: «Ogni giorno aumentano le persone costrette a vivere per strada. Nel quartiere la fila per la mensa popolare è sempre più lunga».
A dominare la politica argentina nell’ultimo mezzo secolo sono stati i peronisti: il movimento che porta il nome del ex dittatore Juan Domingo Perón ha dato vita a un modello di Stato dove tutto è stato nazionalizzato e dove i costi pubblici gravavano sulle casse statali. Da una parte in positivo, garantendo il diritto di studio e alla salute a tutti i cittadini, ma dall’altra in negativo, con enormi sprechi. Basti pensare che i sussidi statali, nati su iniziativa dei governi peronisti, coprivano gran parte delle spese di acqua, elettricità, benzina e trasporti pubblici per tutti, indipendentemente dal reddito.
«Tagliare i costi pubblici in Argentina era necessario per ristabilire un modello economico più equilibrato», spiega Guido Zack, docente e direttore economico di Fundar. Ma con i tagli voluti dal governo Milei si è raggiunto un disequilibrio nel senso opposto. «La vera domanda da porsi è se questo sia un cambio sostenibile per l’Argentina. E la sensazione è che non lo sia», assicura Zack. Se con i governi peronisti lo Stato era fin troppo presente, con quello di Milei sembra essere sparito, abbandonando le fasce più povere della popolazione. Milei infatti ha attaccato l’istruzione e la sanità pubblica, le mense popolari e ha ridotto le pensioni. Nonostante tutto questo però, almeno metà del Paese continua ad avere una fiducia incrollabile nel presidente. Come sostiene Emilia, ex insegnante di 62 anni, che mentre si trova in fila al supermercato dice: «Ora tutto è caro, ma sono certa che nei prossimi mesi la situazione migliorerà e verremo ripagati di questo sforzo».