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Russi all’attacco nel Kursk, in crisi le truppe di Kiev: onda di missili sul Donbas

(reuters)

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Riconquistati tre villaggi nella regione occupata, da cui i battaglioni di Zelensky potrebbero decidere di ritirarsi
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KIEV – C’è un nuovo girone nell’inferno del Donbass: venerdì notte i russi hanno attaccato Dobropillya, nelle retrovie di Pokrovsk, con i missili balistici Iskander, con i lanciarazzi Tornado e i droni Shahed. Cenere e fumo, macerie e rottami: tra i palazzi anneriti e le auto bruciate ci sono 11 morti e una cinquantina di feriti. Sette erano bambini. Hanno centrato e sventrato otto palazzi a 5 piani e un centro commerciale, negozi e decine di auto. Nelle retrovie gli abitanti rimasti in città nonostante il pericolo vivono fianco a fianco dei soldati nei turni di riposo dalla prima linea. È una convivenza inevitabile e pericolosa: spie compiacenti passano ai russi le coordinate, e Mosca fa fuoco. Mentre i soccorritori cercavano di salvare i feriti, i russi hanno lanciato su di loro un nuovo attacco «vile e disumano», dice il presidente Zelensky ribadendo che «Mosca non ha cambiato i piani».

Ma ci sono altri incubi per lo stato maggiore e la presidenza. Nel Nord, a molti chilometri…

KIEV – C’è un nuovo girone nell’inferno del Donbass: venerdì notte i russi hanno attaccato Dobropillya, nelle retrovie di Pokrovsk, con i missili balistici Iskander, con i lanciarazzi Tornado e i droni Shahed. Cenere e fumo, macerie e rottami: tra i palazzi anneriti e le auto bruciate ci sono 11 morti e una cinquantina di feriti. Sette erano bambini. Hanno centrato e sventrato otto palazzi a 5 piani e un centro commerciale, negozi e decine di auto. Nelle retrovie gli abitanti rimasti in città nonostante il pericolo vivono fianco a fianco dei soldati nei turni di riposo dalla prima linea. È una convivenza inevitabile e pericolosa: spie compiacenti passano ai russi le coordinate, e Mosca fa fuoco. Mentre i soccorritori cercavano di salvare i feriti, i russi hanno lanciato su di loro un nuovo attacco «vile e disumano», dice il presidente Zelensky ribadendo che «Mosca non ha cambiato i piani».

Ma ci sono altri incubi per lo stato maggiore e la presidenza. Nel Nord, a molti chilometri di distanza dalle trincee insanguinate del Donbass, cala rapidamente il sipario sulle conquiste nella regione russa di Kursk. La situazione a Sudzha è critica. Diecimila soldati di Kiev rischiano l’accerchiamento, se tenteranno di difenderla.

Mentre scriviamo, poi, sui cieli ucraini già volano decine di droni nell’ennesima notte che si annuncia insonne: da qualche giorno i russi hanno intensificato gli attacchi alle infrastrutture energetiche critiche. Se cancellando gli aiuti e silenziando l’intelligence il presidente Trump voleva dimostrare a Zelensky di non poter fare a meno dell’America; se voleva convincerlo ad accettare un accordo con Mosca senza porre troppe condizioni, i russi si sono assunti il compito di renderlo subito evidente. In realtà non è chiaro se la capacità difensiva di Kiev sia azzoppata: lo scrivono i giornali inglesi citando anonime fonti militari ucraine, e i media ucraini lo riportano. Sono informazioni incerte con opinioni contrastanti su un argomento delicato che costituisce il fulcro della strategia di Trump — forzare la mano a Kiev — contestata dai democratici e dall’Europa. Ma l’accelerazione russa è incontestabile.

Nel Kursk i russi hanno liberato tre villaggi, Nikolaevka, Staraya e Novaya Sorochina, all’estremità settentrionale della testa di ponte ucraina, nella zona di Pogrebki di cui Kiev ha perso recentemente il controllo. Ma penetrano le linee anche a sud di Sudzha, a Kurilovka, minacciando di tagliare la logistica. Le principali roccaforti ucraine — Sudzha, Basovka e Novenkoye — sono sotto attacco feroce. A terra restano centinaia di corpi di soldati di entrambi. I russi tentano di raggiungere l’autostrada che collega Sumy e Sudzha rifornendo le forze ucraine avanzate. Parlando con i giornalisti, alcuni comandanti ucraini dicono sia arrivato il momento di ritirarsi, ma l’ordine non c’è. Anzi, lo stato maggiore ucraino ribadisce che Sudzha è «saldamente sotto controllo» e non c’è nessuna ritirata.

La situazione è difficile, non ancora critica. Per tentare di catturare Sudzha, ieri un plotone di un centinaio di incursori russi si è infilato nella conduttura del gas che collegava la Russia all’Europa, in un tubo di 140 centimetri di diametro, ed è sbucato in città. È il gasdotto che Zelensky fece chiudere a inizio gennaio, non rinnovando il contratto con Mosca. Tolto il gas, ci sono entrati i soldati russi con le maschere per sopportare i residui irrespirabili. Avevano fatto lo stesso anche in un altro gasdotto chiuso ad Avdiivka, ma stavolta gli ucraini li hanno scovati.

Alle otto di mattina del 6 agosto 2024, quando gli incursori ucraini sorpresero le guardie di frontiera russe al valico di Sudzha conquistando in pochi giorni 1.200 chilometri quadrati nella regione di Kursk, il presidente Zelensky presentò l’operazione come «la creazione di una zona cuscinetto» che avrebbe protetto Sumy allontanandola dal fronte. Ma era chiaro che fosse molto di più. Era una rivincita dopo il fallimento della controffensiva dell’estate precedente; era la dimostrazione che Kiev non stesse lentamente soccombendo in un logorante attrito di trincee; era manna per il morale, il tentativo di allentare la pressione devastante sul Donbass. Era, soprattutto, l’arma negoziale che Zelensky ha rivendicato nella conferenza stampa per i tre anni dall’invasione: «La regione di Kursk ci darà l’opportunità di uno scambio con i nostri territori. Sono sicuro che quando si parlerà di integrità territoriale, e di alcuni passi da compiere, sarà di nostro aiuto». Mosca non ha intenzione di lasciargli giocare la carta.

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