GERUSALEMME – Gli europei si smarcano da Trump sul piano per il dopoguerra a Gaza e scelgono di sostenere la proposta egiziana approvata dalla Lega araba , che prevede la ricostruzione della Striscia in cinque anni per un costo di 53 miliardi di dollari, e senza spostare i palestinesi. I ministri degli Esteri di Francia, Germania, Italia e Regno Unito considerano il piano del Cairo «realistico. Potrebbe portare a un miglioramento rapido e sostenibile delle catastrofiche condizioni di vita dei palestinesi che vivono a Gaza».
È il riconoscimento dello sforzo fatto da Paesi alleati della Ue come Egitto e Giordania per mettere in campo un’iniziativa in risposta alla Riviera ipotizzata da Trump. Ma è anche un modo per ricompattare il fronte europeo diviso dal dossier ucraino. Riguardo al disarmo di Hamas, che gli israeliani considerano non negoziabile, gli europei ribadiscono che la fazione armata «non deve più governare Gaza né essere una minaccia per Israele. Sosteniamo esplicitamente i…
GERUSALEMME – Gli europei si smarcano da Trump sul piano per il dopoguerra a Gaza e scelgono di sostenere la proposta egiziana approvata dalla Lega araba , che prevede la ricostruzione della Striscia in cinque anni per un costo di 53 miliardi di dollari, e senza spostare i palestinesi. I ministri degli Esteri di Francia, Germania, Italia e Regno Unito considerano il piano del Cairo «realistico. Potrebbe portare a un miglioramento rapido e sostenibile delle catastrofiche condizioni di vita dei palestinesi che vivono a Gaza».
È il riconoscimento dello sforzo fatto da Paesi alleati della Ue come Egitto e Giordania per mettere in campo un’iniziativa in risposta alla Riviera ipotizzata da Trump. Ma è anche un modo per ricompattare il fronte europeo diviso dal dossier ucraino. Riguardo al disarmo di Hamas, che gli israeliani considerano non negoziabile, gli europei ribadiscono che la fazione armata «non deve più governare Gaza né essere una minaccia per Israele. Sosteniamo esplicitamente il ruolo centrale dell’Autorità Palestinese».
La proposta egiziana prevede la creazione di un governo tecnico che per sei mesi supervisioni la gestione degli aiuti umanitari e dell’enclave per poi passare i poteri all’Anp, tenendo fuori Hamas. A Bruxelles, nessuno si illude che sia un passaggio facile, considerato lo stato di discredito in cui versa l’autorità di Abu Mazen, ma l’anziano presidente si è detto disposto a tenere elezioni entro un anno, e questo potrebbe consentire l’avvio delle riforme.
Gli americani, invece, hanno mandato segnali contrastanti. Per il dipartimento di Stato il piano del Cairo «non soddisfa le aspettative» perché insiste nel considerare Gaza abitabile. Ma l’inviato per il Medioriente, Witkoff ha detto che si tratta di «un primo passo in buona fede» di cui è necessario «discutere ancora». Witkoff dovrebbe arrivare nella regione questa settimana per provare a sbloccare i negoziati sul cessate il fuoco.
Intanto l’apertura di un canale diretto tra gli americani e Hamas ha creato tensioni con il governo Netnayahu, che teme di dover pagare il prezzo politico di una trattativa che non ha gestito. Le posizioni tra le parti restano distanti. Hamas dice di vedere «indicatori positivi» per la seconda fase, Israele nega che ci siano stati progressi ma annuncia che lunedì la delegazione ripartirà per Doha per riprendere i colloqui. Ieri migliaia di israeliani sono tornati in piazza per chiedere la liberazione immediata di tutti gli ostaggi.
A Tel Aviv c’era Anat Anfrest, la mamma di Matan, giovane soldato che è stato brutalmente torturato da Hamas. La famiglia ha ricevuto un altro «video scioccante» del ragazzo in prigionia. «La mano destra non funziona, gli occhi e la bocca non sono simmetrici, il naso è rotto e c’è una seria incertezza sulle condizioni delle gambe. I dottori dicono che il danno è irreversibile».