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Londra celebra il ritrovato ruolo Ue: “Il premier Starmer come Churchill”

La copertina dell'Economist 

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Dopo Brexit, il laburista guida la risposta europea a Trump a insieme all’Eliseo. E l’Economist gli dedica un’iconica copertina
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LONDRA – Una settimana “trasformativa”: così l’Economist descrive quello che è successo negli ultimi giorni a Keir Starmer, disegnandolo in copertina con il sigaro in bocca e le dita a forma di vu in segno di vittoria. Il simbolismo è chiaro: “Winston Starmer”, recita il titolo accanto all’immagine, paragonando il premier laburista a Churchill. Davanti al disimpegno di Donald Trump nei confronti dell’Ucraina, dell’Unione Europea, della stessa Nato, per tacere delle aperture del presidente americano a Vladimir Putin, il settimanale britannico vede nell’odierno inquilino di Downing Street un leader determinato a difendere la democrazia e a salvare l’Europa dalle minacce di un tiranno, come fece il suo celebre predecessore, passato alla storia per lo slogan “non ci arrenderemo mai” nell’ora più buia della Seconda guerra mondiale, e poi capace di vincerla.

Perché l’aggettivo “trasformativo”? Per il fatto che Starmer, dopo avere riportato trionfalmente il Labour al governo nelle elezioni …

LONDRA – Una settimana “trasformativa”: così l’Economist descrive quello che è successo negli ultimi giorni a Keir Starmer, disegnandolo in copertina con il sigaro in bocca e le dita a forma di vu in segno di vittoria. Il simbolismo è chiaro: “Winston Starmer”, recita il titolo accanto all’immagine, paragonando il premier laburista a Churchill. Davanti al disimpegno di Donald Trump nei confronti dell’Ucraina, dell’Unione Europea, della stessa Nato, per tacere delle aperture del presidente americano a Vladimir Putin, il settimanale britannico vede nell’odierno inquilino di Downing Street un leader determinato a difendere la democrazia e a salvare l’Europa dalle minacce di un tiranno, come fece il suo celebre predecessore, passato alla storia per lo slogan “non ci arrenderemo mai” nell’ora più buia della Seconda guerra mondiale, e poi capace di vincerla.

Perché l’aggettivo “trasformativo”? Per il fatto che Starmer, dopo avere riportato trionfalmente il Labour al governo nelle elezioni del luglio scorso, era stato il bersaglio di continue critiche non solo tra l’opposizione conservatrice ma pure in campo progressista. Per cominciare, zero carisma e scarsa oratoria: niente a che vedere con Churchill, da questo punto di vista, e nemmeno con Tony Blair, per citare un esempio più recente. E poi piccoli scandali, promesse non mantenute, cerchiobottismo, decisioni controverse, nessuna visione globale sulla direzione da dare al Regno Unito.

Di colpo, messo di fronte a un Trump che rischia di dividere l’Occidente, abbandonare Kiev e compiacere Mosca, il premier britannico è diventato un altro. Ha offerto ingenti aiuti all’Ucraina e solidarietà al suo presidente Volodymyr Zelensky. Ha indetto un summit a Londra per formare una “coalizione dei volonterosi” in grado di fare a meno dell’America. Ha cercato contemporaneamente di non spezzare il legame con gli Stati Uniti.

In teoria è il ruolo che gli spetta, come leader di un Paese con armi nucleari, membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, storico alleato di Washington e a capo del Commonwealth, l’organizzazione che riunisce le ex-colonie del British Empire, vale a dire due miliardi di persone, un quarto dell’umanità (fra queste c’è il Canada, che Trump vorrebbe inglobare negli Usa e che ha tuttora re Carlo come Capo di Stato). In pratica, l’abilità con cui Starmer ha interpretato la parte ha sorpreso molti.

Come spiegare la “trasformazione” da leader poco convincente a nuovo Churchill? Si intravedono tre ragioni. Una è l’innegabile intelligenza del primo ministro britannico, che da avvocato dei diritti umani, procuratore generale, capo dell’opposizione, ha sempre fatto le mosse giuste: si può essere un leader di valore anche senza avere un carisma churchilliano. La seconda è che Starmer ha cambiato la squadra del suo governo ristretto, inserendo un paio di fenomenali veterani dell’era Blair: Jonathan Powell, ex-capo di gabinetto e artefice della pace in Irlanda del Nord, nominato consigliere per la sicurezza nazionale; e Peter Mandelson, più volte ministro e guru del blairismo, nominato ambasciatore a Washington. Si dice siano stati loro a suggerire al premier di tirare fuori dalla tasca, durante il colloquio con il presidente alla Casa Bianca, l’invito del re a Trump per una visita di stato, l’iniziativa che lo ha almeno momentaneamente ammansito. E la terza ragione è che un’altra “ora più buia” della storia ha tirato fuori il meglio da Starmer, come talvolta accade.

Naturalmente il premier britannico non è solo nel guidare l’Europa in questo momento drammatico: con lui c’è anche Emmanuel Macron. La differenza è che il presidente francese si avvia alla fine dell’ultimo mandato, mentre Starmer è all’inizio del primo, con la possibilità di governare ancora a lungo. L’ironia della sorte vuole così che a unire il continente nella sfida sull’Ucraina sia il premier del Paese che dal continente, per così dire, è uscito: ma chissà che non sia il primo passo per rimangiarsi in futuro la Brexit. Non per nulla il primo ad affermare in un famoso discorso, nel lontano 1946, che bisognava formare “gli Stati Uniti d’Europa”, fu proprio Winston Churchill.

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