L’agonia dei soldati di Kiev nella disfatta del Kursk: “Salvateli, fate qualcosa”
dal nostro inviato Paolo BreraKIEV - Muoiono per non restituire ai russi la Russia occupata. Sbaragliati nei villaggi, stanati nei boschi, resistono come possono o fuggono in rotta. Li massacrano. Li catturano. Lottano per non abbandonare il poco che resta sotto controllo ucraino dei 1.200 km2 conquistati ad agosto nella regione di Kursk, a nord di Sumy: ne sono rimasti solo 288 km2, 40 in meno solo ieri.
I soldati russi riconquistano villaggi, piantano bandiere. Resistere è una missione che Kiev considera così strategica da avere schierato diecimila dei suoi migliori soldati, ma rischiano di essere accerchiati e decimati. La via di fuga è controllata dai droni russi: «Sciamano continuamente, in un quarto d’ora ne vedi 7 o 8», dice il sergente capo della 47a Brigata “Magura”, Oleg Chaus. Per salvarsi, o per essere riforniti, bisogna percorrere «cinque chilometri completamente sotto tiro».
L’agonia è atroce. Lo Stato maggiore ucraino non commenta. Sabato diceva che la situazione è «sotto controllo», ma sui so…
KIEV - Muoiono per non restituire ai russi la Russia occupata. Sbaragliati nei villaggi, stanati nei boschi, resistono come possono o fuggono in rotta. Li massacrano. Li catturano. Lottano per non abbandonare il poco che resta sotto controllo ucraino dei 1.200 km2 conquistati ad agosto nella regione di Kursk, a nord di Sumy: ne sono rimasti solo 288 km2, 40 in meno solo ieri.
I soldati russi riconquistano villaggi, piantano bandiere. Resistere è una missione che Kiev considera così strategica da avere schierato diecimila dei suoi migliori soldati, ma rischiano di essere accerchiati e decimati. La via di fuga è controllata dai droni russi: «Sciamano continuamente, in un quarto d’ora ne vedi 7 o 8», dice il sergente capo della 47a Brigata “Magura”, Oleg Chaus. Per salvarsi, o per essere riforniti, bisogna percorrere «cinque chilometri completamente sotto tiro».
L’agonia è atroce. Lo Stato maggiore ucraino non commenta. Sabato diceva che la situazione è «sotto controllo», ma sui social si levano ira e disperazione. Si implora di salvarli: «La Brigata 80 chiede aiuto, sono a 40 chilometri dal confine senza supporto, fate qualcosa!». Il comando invia altre riserve a consolidare posizioni che si sgretolano. Zelensky non ordina la ritirata, non rinuncia allo scambio di territori coi russi: è l’unica carta in un negoziato che Trump gli impone sfilandogli i jolly dal mazzo. Niente più intelligence Usa, niente denaro né armi. Ma il Kursk non cade per questo. Crolla per la pressione: Putin ha ordinato di sottrargli quella carta.
I canali ucraini e il monitoraggio di DeepState confermano la disfatta. «Hanno catturato Martynivka, Mala Loknia e continuano ad avanzare. La cosa più importante ora è la vita di chi sta resistendo fino alla fine». È un momento difficile e doloroso: «Quanto durerà prima che riconquistino tutto?», si chiedono. I russi attaccano da ogni direzione. A nord ieri hanno conquistato il bastione avanzato, Malaya Loknya, e i paesi nei dintorni: Loknya, Cherkasskoye Porechnoye e Kositsa. Era un fortino, ma è crollato in rotta. Hanno sfondato i ponti tagliando la ritirata con le bombe plananti. Poi hanno inseguito le colonne ucraine coi droni d’attacco. Gli ucraini sono fuggiti lasciandosi dietro persino un tank Abrams. Gli incursori russi alle loro calcagna sono già a Bogdanovka, alle porte di Kazachya Lokna.
Anche Sudzha è nella morsa. I bombardamenti sono feroci e i russi sono nei sobborghi. Da est ieri hanno liberato Makhnovka, Mikhailovka e Mirnyi. Combattono per entrare in città e ci sono riusciti con una missione suicida da film: un plotone di un centinaio di uomini si è infilato nel gasdotto a secco che fino a tre mesi fa portava il metano russo in Europa attraversando l’Ucraina. I social russi trasudano di racconti epici e fotografie: accucciati nel tubo di 145 centimetri hanno camminato sottoterra per sei giorni «senza mangiare», combattendo la «claustrofobia nella puzza irrespirabile» dei residui di metano, 16 chilometri dopo sono sbucati a Sudzha. Qualcuno non c’è arrivato vivo, gli altri hanno preso alle spalle gli ucraini sapendo che non ne sarebbero mai usciti vivi. «Scovati ed eliminati», dice Kiev.