La vera arma segreta che ha permesso agli ucraini di fronteggiare l’invasione russa è un tablet, identico a quelli che usiamo ogni giorno. Grazie a un software speciale, sullo schermo vengono condivise informazioni e immagini raccolte dai droni e dalle squadre di fanti, in modo che anche i reparti più piccoli abbiano la conoscenza totale del campo di battaglia: sanno dove sono gli amici e i nemici. Una rete prodigiosa, che funziona attraverso i satelliti di Starlink.
È la realtà della guerra moderna: ogni strumento militare tecnologico ha bisogno di scambiare quantità colossali di dati e può farlo soltanto tramite i ripetitori orbitanti, che coprono pure le zone più irraggiungibili. Per questo senza i dispositivi di Elon Musk le forze di Kiev precipiterebbero in una crisi irreversibile: salterebbero le comunicazioni, spezzando la catena che trasmette gli ordini, impedendo di coordinare le azioni, azzerando la capacità di garantire il sostegno dell’artiglieria e di utilizzare i me…
La vera arma segreta che ha permesso agli ucraini di fronteggiare l’invasione russa è un tablet, identico a quelli che usiamo ogni giorno. Grazie a un software speciale, sullo schermo vengono condivise informazioni e immagini raccolte dai droni e dalle squadre di fanti, in modo che anche i reparti più piccoli abbiano la conoscenza totale del campo di battaglia: sanno dove sono gli amici e i nemici. Una rete prodigiosa, che funziona attraverso i satelliti di Starlink.
È la realtà della guerra moderna: ogni strumento militare tecnologico ha bisogno di scambiare quantità colossali di dati e può farlo soltanto tramite i ripetitori orbitanti, che coprono pure le zone più irraggiungibili. Per questo senza i dispositivi di Elon Musk le forze di Kiev precipiterebbero in una crisi irreversibile: salterebbero le comunicazioni, spezzando la catena che trasmette gli ordini, impedendo di coordinare le azioni, azzerando la capacità di garantire il sostegno dell’artiglieria e di utilizzare i mezzi hitech. Il meccanismo di comando e controllo si dissolverebbe in poche ore, provocando lo sgretolamento dell’esercito.
Oggi si ritiene che gli ucraini dispongano di 40 mila terminali Starlink e ogni alternativa appare velleitaria: l’Europa ha un drammatico ritardo in questo settore. Lo dimostra il confronto con l’offerta di Oneweb, gestito dalla franco-britannica Eutelstat: ha 630 satelliti in orbita bassa contro i settemila di Musk; offre una banda di 150 megabits al secondo contro 200; ogni terminale costa circa 10 mila dollari contro 589. La portavoce di Eutelstat, Joanna Darlington, ha dichiarato che ci sono molti dispositivi pronti alla consegna e che la copertura sul Vecchio Continente è già competitiva con quella del colosso americano. Gli esperti sono scettici e in ogni caso ci vorrebbero almeno due mesi per ricostruire una rete di trasmissioni a ridosso del fronte: un tempo sufficiente a far dilagare le truppe di Putin in tutta l’Ucraina.
In queste ore sono stati avviati contatti con altri operatori europei di servizi satellitari, come la spagnola Hisdesat, la lussemburghese Ses e la britannica Viasat. Quest’ultima è stata colpita da un assalto hacker russo durante l’esordio dell’offensiva contro l’Ucraina, che ha mandato in tilt o obbligato a spegnere gran parte delle utenze esistenti nel Paese. Perché negli scenari bellici non basta avere le infrastrutture, ma bisogna pure riuscire a farle funzionare in situazioni ostili. L’Ue si è posta il problema, ma con la lentezza tipica delle iniziative di Bruxelles: la costellazione IrisSquare sarà disponibile nel 2030 con 300 satelliti. Per quella data Starlink conta di averne 40 mila.
I capricci di Elon Musk sono solo scosse d’assestamento rispetto al terremoto provocato dalle scelte dell’amministrazione Trump. Il blocco della trasmissione d’intelligence, che ha indebolito lo scudo ucraino contro i raid missilistici di Mosca, sta limitando pure la possibilità di compiere incursioni in territorio russo usando i razzi Himars e i missili Atacms, ordigni a lungo raggio americani. E porta gli stati maggiori europei a interrogarsi sulla “sovranità limitata” intrinseca agli armamenti acquistati dagli Usa. L’ex ministro della Difesa britannico, il conservatore Ben Wallace, ha dichiarato al Financial Times che se fosse stato ancora al suo posto avrebbe commissionato subito una «valutazione della nostra dipendenza e vulnerabilità rispetto ai partner internazionali, inclusi gli Stati Uniti».
Si tratta di una questione che non è mai stata presa in considerazione. Tutte le apparecchiature militari americane non vengono vendute direttamente dalle aziende ma dal governo di Washington, che può stabilire limitazioni: per anni è stata negata all’Italia e alla Francia la possibilità di armare i droni Predator e Reaper. C’è poi un secondo problema: a chi appartiene il software che gestisce le macchine? Sulla proprietà di quello del supercaccia F35, il mezzo da combattimento più evoluto del pianeta, un anno fa è stato trovato un accordo tra Lockheed e Pentagono, ma gli alleati restano esclusi.
Nell’impianto di Cameri (Novara), l’unico in Europa dove si assemblano questi jet stealth, solo il personale americano può entrare nell’area dedicata a inserire l’anima informatica del velivolo. Il timore è che se la nostra aviazione o quella olandese o norvegese volessero un giorno compiere missioni non in linea con la politica statunitense, come ad esempio quelle che finora hanno protetto i cieli del Baltico, la Casa Bianca possa paralizzare gli F35 bloccandone da remoto il cervello elettronico. Un’eventualità considerata assurda fino a un mese fa, che adesso viene analizzata con inedita concretezza e spinge a guardare con diffidenza ogni aereo, missile o radar comprato sull’altra sponda dell’Oceano. La spaccatura è così profonda che a Londra si ipotizza addirittura di rivedere il patto “Five Eyes”, che dal 1946 condivide con Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda ogni informazione segreta: un trattato che finora non era mai stato messo in discussione.