Una telefonata a Donald Trump per chiedergli di ripristinare l’intelligence americana all’Ucraina. I preparativi per un altro summit della “coalizione dei volonterosi” disposti a fornire truppe per una forza internazionale di pace a Kiev. E due diplomatici britannici espulsi dalla Russia con l’accusa di essere spie. Kier Starmer continua a essere al centro della partita europea per mettere fine alla guerra. In molteplici ruoli: mediatore fra la Casa Bianca e il presidente ucraino Zelensky; leader della difesa continentale davanti alle minacce di Mosca; bersaglio occidentale numero uno del Cremlino, ora che l’avversario principale, gli Stati Uniti, sembrano diventati, sotto la guida di The Donald, amici se non alleati di Putin.
Sono tutti dei «giorni più lunghi», ovvero complicati e drammatici, quelli che sta vivendo il premier britannico in questo periodo. D’altra parte, grazie alle “giornate particolari” che ruotano attorno al conflitto in Ucraina, i consensi interni e la statur…
Una telefonata a Donald Trump per chiedergli di ripristinare l’intelligence americana all’Ucraina. I preparativi per un altro summit della “coalizione dei volonterosi” disposti a fornire truppe per una forza internazionale di pace a Kiev. E due diplomatici britannici espulsi dalla Russia con l’accusa di essere spie. Kier Starmer continua a essere al centro della partita europea per mettere fine alla guerra. In molteplici ruoli: mediatore fra la Casa Bianca e il presidente ucraino Zelensky; leader della difesa continentale davanti alle minacce di Mosca; bersaglio occidentale numero uno del Cremlino, ora che l’avversario principale, gli Stati Uniti, sembrano diventati, sotto la guida di The Donald, amici se non alleati di Putin.
Sono tutti dei «giorni più lunghi», ovvero complicati e drammatici, quelli che sta vivendo il premier britannico in questo periodo. D’altra parte, grazie alle “giornate particolari” che ruotano attorno al conflitto in Ucraina, i consensi interni e la statura internazionale di Starmer sono in ascesa, come ha sottolineato l’Economist definendolo un «nuovo Churchill». Quella di ieri si è sviluppata in tre direzioni strettamente interconnesse.
Lunedì Downing Street ha reso nota una ennesima telefonata del premier a Trump, avvenuta durante il weekend. Starmer ha auspicato che un risultato positivo dei colloqui in Arabia Saudita fra Usa e Ucraina “permetta a Washington di riprendere a condividere con Kiev le informazioni” del suo spionaggio, specie quello elettronico, in pratica i satellite-spia, cruciale per difendersi dai bombardamenti russi. Hanno discusso anche l’accordo sulle “terre rare” che Trump esige da Zelensky come pegno per la ripresa dell’assistenza militare. Fonti britanniche rivelano inoltre che Starmer avrebbe “allenato” e consigliato il presidente ucraino su come comportarsi con gli interlocutori americani nel negoziato di Riad, dopo il recente disastroso incontro-scontro con Trump e Vance alla Casa Bianca.
Intanto i portavoce del premier fanno trapelare che «una ventina di Paesi» parteciperanno al vertice di sabato indetto da Londra per creare la forza internazionale con cui garantire la sicurezza dell’Ucraina dopo un’eventuale fine delle ostilità: oltre a Regno Unito e Francia, secondo lei indiscrezioni anche l’Australia è pronta a offrire soldati. Altri contribuiranno in diversa maniera.
Ma Starmer insiste per avere pure un “backstop” Usa, un sostegno militare americano. E Mosca si oppone alla presenza di truppe europee. L’espulsione di due diplomatici britannici dalla Russia è un monito in tal senso: per il Cremlino, ormai il nemico sono gli inglesi. Un tempo erano soprattutto gli americani a venire espulsi nella guerra delle spie, ora nel mirino ci sono i James Bond, veri o presunti, della realtà.