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Dalle ricchezze minerarie alla posizione strategica: ecco perché Trump “vuole” la Groenlandia

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Dopo la vittoria dei sovranisti si aprono nuovi scenari per l’isola
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Nuuk – La Groenlandia ha scelto: vuol essere sovranista e indipendentista, con un occhio di riguardo agli affari interni. I partiti vincitori sono entrambe di centrodestra: ma Demokratii, il partito che ha incassato più voti è anche quello che più guarda all’Europa. A lungo scettico sul divorzio dalla Danimarca e ora è a favore di un distacco, sì, ma graduale. Naleraq che si è piazzato subito dietro, secondo partito del Paese, è invece sostenitore di un referendum sulla secessione immediata e anche il più aperto a una collaborazione con gli Stati Uniti di Donald Trump.

Il fattore Trump

L’attenzione del Presidente americano ha pesato molto sulla scelta degli elettori. L’interesse di The Donald risale al 2019 quando per la prima volta propose di acquistare l’isola più grande nel mondo. Al suo secondo mandato si è fatto più aggressivo: “Sarà nostra in un modo o nell’altro” ha ripetuto pure durante il discorso sullo stato dell’Unione. Ok, ma perché tanta brama di mettere le mani su un’is…

Nuuk – La Groenlandia ha scelto: vuol essere sovranista e indipendentista, con un occhio di riguardo agli affari interni. I partiti vincitori sono entrambe di centrodestra: ma Demokratii, il partito che ha incassato più voti è anche quello che più guarda all’Europa. A lungo scettico sul divorzio dalla Danimarca e ora è a favore di un distacco, sì, ma graduale. Naleraq che si è piazzato subito dietro, secondo partito del Paese, è invece sostenitore di un referendum sulla secessione immediata e anche il più aperto a una collaborazione con gli Stati Uniti di Donald Trump.

Il fattore Trump

L’attenzione del Presidente americano ha pesato molto sulla scelta degli elettori. L’interesse di The Donald risale al 2019 quando per la prima volta propose di acquistare l’isola più grande nel mondo. Al suo secondo mandato si è fatto più aggressivo: “Sarà nostra in un modo o nell’altro” ha ripetuto pure durante il discorso sullo stato dell’Unione. Ok, ma perché tanta brama di mettere le mani su un’isola ghiacciata al 90 per cento e abitata da appena 57 mila persone? Le ragioni sono molteplice. Ma la principale consiste nelle sue ricchezze.

Le risorse dell’isola

Oggi territorio autonomo della Danimarca la Groenlandia vive principalmente di pesca, la sua industria più importante: mentre il 30 per cento del suo budget è determinato dai finanziamenti annuali a fondo perduto ricevuti da Copenaghen. Il Paese, però, a lungo colonia ma autonomo dal 1979 con facoltà di decidere delle sue risorse (ma non di scegliere una propria politica estera) cela nelle sue viscere almeno 17 minerali fondamentali per la green economy insieme a idrocarburi le cosiddette “terre rare”. Finora l’accesso a quelle sue riserve è stato limitato dalla difficoltà d’accesso a quei tesori. Ora proprio quei cambiamenti climatici che l’inquilino della Casa Bianca continua a negare, potrebbero a breve rendere le cose più facili. Permettendo, con lo scioglimento sempre più rapido dei suoi ghiacciai.

La competizione con la Cina

Il Dragone ha mostrato interesse per questa parte di mondo fin dai primi anni 2000. Investendo in Groenlandia attraverso l’australiana ETM, Energy Transition Minerals che nel 2007 si accaparrò un terreno a Kvenefjeld, culla del più grande giacimento d’uranio non sfruttato al mondo, dal valore potenziale di 6 miliardi di dollari. I 1300 abitanti di quell’area, allevatori di pecore, si ribellarono: e le elezioni 2021 furono vinte dall’attuale coalizione anche in virtù dell’opposizione all’estrazione di uranio. Ora però, Etm fa causa al governo: vuole 11,2 miliardi di euro – nove volte il budget annuale dell’isola - per i mancati guadagni.

Il passaggio a Nord Ovest e la sicurezza nazionale

Trump però ha di recente parlato della necessità di annettere o acquistare l’isola perché «strategica alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti». I motivi sono due. Uno militare: con lo scioglimento dei ghiacci si aprirebbe infatti anche il mitico “passaggio a Nord Ovest”, collegamento tra Asia ed Europa passando per il Mar Glaciale Artico. Eventuali sottomarini nucleari che volessero attaccare gli Stati Uniti dalla Russia potrebbero passare da lì. C’è poi la questione commerciale. Pechino già nel 2018, aveva ipotizzato una “via della seta polare” con tanto di infrastrutture cinesi lungo la strada, per consegnare più rapidamente i suoi prodotti all’Europa. Questo rende la base militare americana di Pituffik, nell’estremo nord del Paese, estremamente importante. Nel 1951 un accordo di difesa con la Danimarca garantì agli Stati Uniti il diritto di costruire e mantenere lì alcune basi militari. Ora Washington vuole evidentemente di più.

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