NUUK (Groenlandia) – «Non siamo per l’indipendenza immediata. Vogliamo prima gettarne le basi». Quando all’una di notte di martedì è stato chiaro che a sorpresa Demokraatit, il partito conservatore “social-liberale” du Jens-Frederik Nielsen aveva vinto le legislative groenlandesi — lillipuziane elezioni locali che l’interesse di Donald Trump per le risorse minerarie dell’isola ha precipitato sul palcoscenico globale — la prima affermazione del giovane leader che fino a quel momento aveva intrattenuto gli ospiti intonando melodie alla chitarra dal piccolo palco del Café Killut, è stato un chiaro messaggio al presidente degli Stati Uniti: «Groenlandia First».
Ex campione di Badminton, già ministro del lavoro e delle risorse minerarie nel 2020, a 33 anni appena è il trionfatore di queste elezioni. Le sue posizioni moderate sulla secessione gli hanno fatto ottenere 4.850 preferenze personali: straccia…!-->!-->
NUUK (Groenlandia) – «Non siamo per l’indipendenza immediata. Vogliamo prima gettarne le basi». Quando all’una di notte di martedì è stato chiaro che a sorpresa Demokraatit, il partito conservatore “social-liberale” du Jens-Frederik Nielsen aveva vinto le legislative groenlandesi — lillipuziane elezioni locali che l’interesse di Donald Trump per le risorse minerarie dell’isola ha precipitato sul palcoscenico globale — la prima affermazione del giovane leader che fino a quel momento aveva intrattenuto gli ospiti intonando melodie alla chitarra dal piccolo palco del Café Killut, è stato un chiaro messaggio al presidente degli Stati Uniti: «Groenlandia First».
Ex campione di Badminton, già ministro del lavoro e delle risorse minerarie nel 2020, a 33 anni appena è il trionfatore di queste elezioni. Le sue posizioni moderate sulla secessione gli hanno fatto ottenere 4.850 preferenze personali: stracciando il premier uscente Múte Egede, fermo a 3.276. Portando il suo partito al 29,9: su di 20 punti rispetto al 2021, mentre l’ex maggioritario Inuit Ataqatigiit è crollato al 21,4: giù di 15. Che il vento del Nord fosse cambiato è stato evidente fin dalle prime proiezioni dopo la chiusura dei seggi. Il verdetto di villaggi remoti come Siorapaluk, l’insediamento più a nord del mondo, 31 elettori appena, ha mostrato subito che gli ambientalisti di centrosinistra al governo sarebbero stati penalizzati. Il governo centrale considerato a quelle latitudini poco interessato ai problemi locali. Lontano quanto quella Danimarca di cui è parte, sia pure con l’autonomia, l’isola più grande del mondo.
Certo, Trump non sarà contento: i suoi amici di Naleraq, sovranisti filoamericani i cui leader erano già andati alla Casa Bianca, ha ottenuto il 24,5: raddoppiando le preferenze: ma piazzandosi secondi. Non sono dunque nella posizione di scegliere con chi allearsi. Sì, perché i membri dell’Inatsisartut, il parlamento locale, vengono nominati col proporzionale. Le trattative spettano ora a Nielsen: che ha vinto 10 seggi su 31 lì dove la maggioranza è 16. E pazienza se i sovranisti sono politicamente i più affini: li allontana la cruciale questione di quando indire il referendum sull’indipendenza. Finora Naleraq ha sostenuto di volerlo in fretta, mentre Demokraatit è attendista: vuol prima rilanciare l’economia. Ma l’alleanza non è impossibile. Ce lo ha confermato davanti ai seggi l’influencer Qupanuk Olsen, mezzo milione di follower su TikTok, candidata sovranista: «Seguiremo la volontà del popolo. Vogliamo il referendum immediato, ma siamo realisti. Per noi già indirlo entro la fine della legislazione nel 2029 sarebbe un ottimo risultato. Saremo nazione pienamente sovrana entro 10 anni». Ma intanto pure il leader dell’ex maggioranza Egede si rimette in gioco: «Rispettiamo il risultato delle elezioni. Sono pronto a dialogare con i vincitori», dice alla stampa.
Di sicuro, l’attenzione di Trump e quella consequenziale dei media di mezzo mondo che hanno invaso la piccola Nuuk, 18 mila abitanti appena, ha innervosito gli elettori, spingendoli ad arroccarsi. Ce lo ha detto subito dopo aver votato Nanuq Siku, 66 anni: «Mai visti tanti giornalisti. Per noi le elezioni erano una sorta di festa in famiglia, dove magari si discute e litiga ma poi ci si abbraccia. Questa volta c’è più tensione. Troppa attenzione da parte degli stranieri non va bene. Vuol dire che sta accadendo qualcosa di grave».
In realtà davanti al Godthab Sport Hall, centro sportivo dove martedì è stato allestito l’unico seggio della capitale, l’atmosfera è stata gioiosa. La fila composta, mentre i sei partiti in gara, come da tradizione, offrivano dolcetti, caffè e gadget agli elettori. Il voto seguito pure dai bambini delle elementari, arrivati con le loro maestre tenendosi la mano, per una straordinaria lezione di democrazia. Quella, appunto, di un Paese in cerca d’identità che ancora non marcia sulle proprie gambe, nonostante le ricchezza celata nelle sue viscere. Bisognosa di partner che non siano troppo rapaci e ne comprendano l’esigenza di trovare un equilibrio sostenibile fra trivellazioni e quei cambiamenti climatici che in pochi anni rischiano di stravolgerne il territorio.