Ferrandino sull’inchiesta Huawei: “Se ho firmato qualcosa l’ho fatto in buona fede”
di Giuliano FoschiniDelle disavventure giudiziarie di Giosi Ferrandino, ex europarlamentare del Partito democratico, sindaco di Ischia, si è detto molto: arrestato nel 2015 per corruzione (22 giorni in carcere, tre mesi ai domiciliari) è stato poi assolto da tutte le accuse. Ed eletto, dagli stessi suoi compagni di centrosinistra, a simbolo di una giustizia che non sempre funziona. Oggi però il nome di Ferrandino torna in una nuova indagine: non è indagato ma sarebbe stato oggetto di pressioni dai lobbisti di Huawei.
«Mi crede se io dico: non mi ricordo?».
Ma come non ricorda?
«Non mi ricordo di averli mai conosciuti questi signori. Il nome di Ottati non mi dice niente. E anche i miei assistenti parlamentari, quando sono stato a Bruxelles - quello degli assistenti è un giro molto stretto, sono professionisti particolari, si conoscono tutti - ecco anche loro non credo abbiano mai avuto a che fare con questi signori».
Mai ricevuto regali?
«Mai».
Un tablet, un telefonino?
«No».
Un biglietto per una partita …
Delle disavventure giudiziarie di Giosi Ferrandino, ex europarlamentare del Partito democratico, sindaco di Ischia, si è detto molto: arrestato nel 2015 per corruzione (22 giorni in carcere, tre mesi ai domiciliari) è stato poi assolto da tutte le accuse. Ed eletto, dagli stessi suoi compagni di centrosinistra, a simbolo di una giustizia che non sempre funziona. Oggi però il nome di Ferrandino torna in una nuova indagine: non è indagato ma sarebbe stato oggetto di pressioni dai lobbisti di Huawei.
«Mi crede se io dico: non mi ricordo?».
Ma come non ricorda?
«Non mi ricordo di averli mai conosciuti questi signori. Il nome di Ottati non mi dice niente. E anche i miei assistenti parlamentari, quando sono stato a Bruxelles - quello degli assistenti è un giro molto stretto, sono professionisti particolari, si conoscono tutti - ecco anche loro non credo abbiano mai avuto a che fare con questi signori».
Mai ricevuto regali?
«Mai».
Un tablet, un telefonino?
«No».
Un biglietto per una partita di calcio?
«Mai andato allo stadio».
C’è però una lettera firmata anche da lei per spingere la tecnologia 5G. Certo, non c’è il nome di Huawei, ma sembra fare riferimento proprio alla compagnia cinese.
«Anche quella lettera non la ricordo. Non credo di averla mai firmata ma in questi casi, devo ammettere, ci può essere confusione. Voglio dire: può accadere che un collega parlamentare ti chieda di firmare un appello, una richiesta, o magari lo facciano gli assistenti autonomamente. È successo in decine di occasioni. Quando si tratta di discussioni sulle nuove tecnologie, com’era nel caso del 5G tra l’altro, non penso ci fosse nulla di male. Però devo dire che non mi viene in mente nulla. Piuttosto un caso come questo pone un problema più ampio».
La regolamentazione delle attività di lobby all’interno del Parlamento europeo.
«A Bruxelles si fanno delle cose che, con le leggi italiane, ne arresterebbero uno ogni giorno. Attenzione: non parlo di corruzione, intendiamoci! Ma di un livello di interazioni con i lobbisti molto alto. Si discute di ogni provvedimento, spesso si scrivono le cose insieme, ma lo si fa in perfetta buona fede e tutto alla luce del sole. I lobbisti hanno il loro badge, ciascuno di quegli incontri deve essere registrato».
Secondo le accuse non funzionava sempre così: incontri non censiti e soprattutto nessuna indicazioni di regali che valgono più di 150 euro, come il regolamento sulle lobby imporrebbe.
«Io regali non ne ho mai ricevuti, di questo sono certo. Lobbisti, invece, ne ho incontrati sempre tanti. Io, sia chiaro, come tutti. Ma questi di Huawei proprio non me li ricordo...».