L’offensiva ucraina nella regione di Kursk è stata un errore militare e una scommessa politica molto azzardata, tanto che adesso rischia di trasformarsi in un boomerang. Lo scorso agosto il presidente Zelensky ha lanciato l’attacco oltre il confine anche per impadronirsi di una pedina da usare sul tavolo dei negoziati e scambiarla con parte dei territori occupati dai russi. Nelle ultime ore sta accadendo l’esatto contrario: sta diventando un elemento sfruttato da Mosca nella trattativa imposta dalla Casa Bianca.
La testa di ponte ancora presidiata dall’esercito di Kiev ormai è ridotta a una manciata di chilometri. E Donald Trump ha pensato bene di cavalcare la situazione: ha detto che migliaia di ucraini sono «completamente circondati dai russi e si trovano in una pessima posizione, molto vulnerabile. Ho chiesto con forza al presidente Putin di risparmiare le loro vite. Ci potrebbe essere un massacro orribile, mai visto dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Che Dio li perdoni……
L’offensiva ucraina nella regione di Kursk è stata un errore militare e una scommessa politica molto azzardata, tanto che adesso rischia di trasformarsi in un boomerang. Lo scorso agosto il presidente Zelensky ha lanciato l’attacco oltre il confine anche per impadronirsi di una pedina da usare sul tavolo dei negoziati e scambiarla con parte dei territori occupati dai russi. Nelle ultime ore sta accadendo l’esatto contrario: sta diventando un elemento sfruttato da Mosca nella trattativa imposta dalla Casa Bianca.
La testa di ponte ancora presidiata dall’esercito di Kiev ormai è ridotta a una manciata di chilometri. E Donald Trump ha pensato bene di cavalcare la situazione: ha detto che migliaia di ucraini sono «completamente circondati dai russi e si trovano in una pessima posizione, molto vulnerabile. Ho chiesto con forza al presidente Putin di risparmiare le loro vite. Ci potrebbe essere un massacro orribile, mai visto dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Che Dio li perdoni…».
Il Cremlino ha subito colto l’occasione, sostenendo di essere pronto ad accettare la richiesta di Trump: «Se si arrenderanno, garantiamo che avranno la vita salva e saranno trattati con dignità». Sulla scia, l’ex premier Medvedev ha sottolineato che si tratta di un approccio molto umano da parte della Russia: «Ma se i nazisti ucraini si rifiuteranno di deporre le armi, verranno distrutti in modo sistematico e senza pietà».
Il quartiere generale di Kiev però smentisce l’analisi del presidente americano: «Non c’è alcuna minaccia di accerchiamento delle nostre unità. Le abbiamo già trasferite in postazioni più favorevoli». Chi ha ragione? È difficile reperire informazioni dalla regione di Kursk che non siano filtrate dalla propaganda. Di sicuro, le truppe ucraine non sono fisicamente circondate: il territorio tra loro e la frontiera non è stato occupato dai nemici. Allo stesso tempo, però, la ritirata non sarà facile.
Tutte le strade che collegano la testa di ponte con l’Ucraina vengono colpite senza sosta dai russi: è stato questo fuoco di sbarramento ad avere soffocato l’offensiva, impedendo il flusso di rifornimenti e rinforzi. L’autostrada H7 che unisce Sumy a Sudzha è diventata un cimitero di veicoli carbonizzati, devastati dai velivoli teleguidati o dalle bombe plananti sganciate dagli aerei. Decisiva è stata una nuova arma, che le fabbriche russe hanno prodotto in grandi numeri: i droni pilotati tramite un cavo in fibra ottica, lungo anche dieci-venti chilometri, e quindi immuni dai disturbatori di frequenze. Gli ingegneri di Kiev hanno escogitato diverse contromisure, senza però riuscire a fermare la pioggia di ordigni proseguita giorno e notte.
Questi fattori condizionano anche il ripiegamento dei reparti. Fonti americane hanno parlato di tremila soldati intrappolati. Quelle ucraine sostengono che solo poche centinaia di combattenti siano ancora impegnate su quel fronte: la ritirata sarebbe cominciata da oltre due settimane. Sarebbero rientrati prima gli uomini delle brigate d’élite, i veterani più addestrati, lasciando a presidiare le trincee i fanti reclutati con la leva obbligatoria assieme a piccole squadre di incursori. Davanti a loro sono schierate le migliori unità russe: paracadutisti; fanti di marina; il gruppo Vostok formato dai reduci della Wagner; le teste di cuoio del Gru, l’intelligence militare.
La fuga sarebbe avvenuta soprattutto a piedi, di notte, passando dai boschi per cercare di non farsi avvistare dai grandi droni ricognitori Zala che scrutano l’oscurità con visori all’infrarosso. Il problema per Kiev sono i mezzi: una quantità significativa di blindati e cannoni potrebbe finire nelle mani del nemico. Già ora il bilancio della battaglia – basato solo sui danni documentati con foto o video – mostra il più alto livello di perdite ucraine in tre anni di guerra: 632 veicoli contro 712 russi. Sono rimasti sul campo 66 tank e 222 cingolati IFV, che avrebbero potuto irrobustire la resistenza nel Donbass.
Quella di Kursk si è dimostrata una mossa sbagliata dal punto vista militare, che ha inghiottito risorse umane e materiali preziosi perché Kiev fatica a trovare rimpiazzi. Ha avuto però un importante effetto psicologico: nello scorso agosto ha risollevato il morale degli ucraini e per oltre sei mesi gli ha dato la speranza che il conflitto potesse avere un esito diverso. Una prospettiva spazzata via dall’insediamento di Donald Trump.