CHISINAU – “Nel febbraio 2022, quando sembrava che Kiev stesse per cadere, avevo i bagagli pronti e calcolavo quante ore ci sarebbero volute per raggiungere il confine. Adesso penso che dovrei iniziare a fare una valigia”. Chisinau, capitale della Moldova, ex repubblica ovietica. Galina parla davanti a un tè fumante, mentre il cellulare si illumina a ogni breaking news da o sull’Ucraina. Sono passate quasi due settimane da quando gli Stati Uniti hanno pubblicamente scaricato l’Ucraina insieme al suo presidente Volodomyr Zelensky, bullizzato in mondovisione durante l’ultimo disastroso incontro allo Studio Ovale. Dopo il summit di Gedda il barometro della politica statunitense sembra segnare schiarite e nuove aperture e anche in Moldova si ricomincia a respirare, ma ong, associazioni, media e persino il governo iniziano a fare i conti con i finanziamenti di Usaid improvvisamente congelati. I 22 milioni messi a disposizione solo nel 2023, ha detto il presidente Donald Trump, “sono soldi …
CHISINAU – “Nel febbraio 2022, quando sembrava che Kiev stesse per cadere, avevo i bagagli pronti e calcolavo quante ore ci sarebbero volute per raggiungere il confine. Adesso penso che dovrei iniziare a fare una valigia”. Chisinau, capitale della Moldova, ex repubblica ovietica. Galina parla davanti a un tè fumante, mentre il cellulare si illumina a ogni breaking news da o sull’Ucraina. Sono passate quasi due settimane da quando gli Stati Uniti hanno pubblicamente scaricato l’Ucraina insieme al suo presidente Volodomyr Zelensky, bullizzato in mondovisione durante l’ultimo disastroso incontro allo Studio Ovale. Dopo il summit di Gedda il barometro della politica statunitense sembra segnare schiarite e nuove aperture e anche in Moldova si ricomincia a respirare, ma ong, associazioni, media e persino il governo iniziano a fare i conti con i finanziamenti di Usaid improvvisamente congelati. I 22 milioni messi a disposizione solo nel 2023, ha detto il presidente Donald Trump, “sono soldi sprecati per finanziare la propaganda di sinistra”. “Io lo ascoltavo e non riuscivo a crederci – dice Galina - Ma un pezzo di Paese ha cominciato a festeggiare”.
Un Paese diviso
Se l’Ucraina è vaso di coccio fra vasi di ferro, la Moldova è a stento un bicchierino, per di più spaccato, fra riferimenti culturali, linguistici, storici diversi. Lo dicono anche i secondi e terzi passaporti che quasi tutti hanno in tasca: rumeno, per lo più, ma anche russo, ucraino, bulgaro, turco. Persino la Chiesa ortodossa è divisa fra chi guarda al Patriarcato di Mosca e chi a quello di Bucarest. Con una popolazione sostanzialmente uguale a quella della Sicilia e un’estensione di poco maggiore, territorialmente la Moldova è un fazzoletto stretto tra la Romania e l’Ucraina, con la Russia sempre più vicina. “Sono ricominciate le incursioni su Odessa. Da lì a Chisinau sono 200 chilometri. Dal confine 40”, recitano tutti e tutto d’un fiato nella capitale. In pochi credono in un’occupazione reale dell’intero Paese, ma il rischio di uno scivolamento nell’orbita di Mosca per i più è pericolo concreto.
Lo zoccolo duro degli europeisti
“E c’è anche chi li aspetta come liberatori”, dice Galina. Non solo in Transnistria, lingua di terra che si è proclamata unilateralmente indipendente e dove l’epoca sovietica non sembra ancora finita. Anche nelle enclavi russofone del Sud e del Nord – Balti, seconda città della Moldova, Comrat, capoluogo della Gagauzia autonoma, che si tiene strette anche le sue origini turche – non sono poi così disperati per la piega che hanno preso gli eventi.
“Per loro la Russia vuol dire soprattutto benessere. Si sono fatti mangiare la testa dalla propaganda”, spiega Igor Ciurea. Trentacinque anni, fondatore del Laboratory of Initiatives for Development, ong messa in piedi grazie a fondi UsAid, in passato assistente del gruppo parlamentare dell’attuale premier Maia Sandu, sogna da futuro politico. Ma sembra mancargli ancora la malizia e alla fine non riesce a nascondere quello che in una chiacchierata con un coetaneo del Sud o del Nord sarebbe campo minato: “Noi siamo un pezzo di Romania, alla fine una riunificazione sarebbe una cosa sensata”. E quei territori che rumeni non si sentono potrebbero scegliere una strada diversa? “Mai. La Moldova è una”.
Il cuore filorusso della Moldova
Il campus dell’università di Balti, seconda città del Paese, mantiene la struttura e qualche residuo simbolo di epoca sovietica, ma è un gioiellino. Le lezioni sono in larga parte in rumeno, ma in cortile, nelle classi e nelle pause si parla russo. “All’inizio della guerra – riconosce la professoressa Ina Odinokaya del dipartimento di Giurisprudenza – qui c’è stata tensione. Non abbiamo mai avuto liti o scontri, ma abbiamo dovuto lavorare per tenere tutto fuori dall’aula”. In tutte le università della Moldova, la politica è formalmente bandita dalle facoltà. Però basta passeggiare per i viali o entrare in caffetteria per inciampare in una conversazione. “Ad accusare noi di essere degli idioti completamente plagiati dalla propaganda sono canali, giornali e associazioni finanziati da Ue e UsAid”, dice Nikolaj, mentre addenta un panino. Accuse speculari, due mondi che non si parlano.
“Se vuoi studiare legge qui devi pagare, l’università costa l’equivalente di 600 euro l’anno, più o meno un mese di stipendio medio”, spiega Nicoleta. “Non tutti se lo possono permettere”. Dal rettorato confermano. Solo le carriere umanistiche sono gratuite. Diritto e economia, le facoltà più gettonate, sono a pagamento, con solo cinque borse di studio complete l’anno, più qualche agevolazione per i vulnerabili.
Elezioni e referendum, una ferita ancora non rimarginata
Sognare è lusso di alcuni e l’ennesima frattura in un Paese in cui il referendum sull’inserimento in Costituzione dell’ingresso in Ue come obiettivo strategico, convocato lo stesso giorno delle presidenziali, più che unire ha frammentato persino le forze europeiste. “Anche nel blocco proUe, molti partiti hanno sostenuto che si trattasse di una mossa per far convergere i consensi su Sandu e non si sono poi impegnati più di tanto. C’è chi addirittura ha fatto campagna per l’astensione”, spiega Cornelia Cozonac, fondatrice e direttrice di Anticoruptje, portale di giornalismo investigativo nato grazie a finanziamenti europei e statunitensi, che negli ultimi anni ha tirato fuori più di uno scandalo su socialisti e democratici che si sono avvicendati al governo. Il cammino verso l’Europa è segnato da tempo, un nuovo referendum – sosteneva il blocco progressista del fronte pro-Ue, che alla presidente rimprovera la scarsa attenzione per la spesa sociale – è sostanzialmente inutile.
Propaganda filorussa, guerra ibrida e oligarchi
Nel frattempo, la macchina della propaganda filorussa, oliata da milioni di rubli, ha dato forza, strumenti e mezzi a partiti, formazioni e media tradizionalmente pro-Mosca. Due settimane prima delle elezioni, l’Agenzia anticorruzione ha denunciato di avere “evidenze” su 130mila persone pagate per destabilizzare politicamente e mediaticamente il Paese. Fatta eccezione per Ilan Shor, oligarca filorusso in esilio dopo una condanna in contumacia a 15 anni per riciclaggio, accusato di aver finanziato la campagna di guerra ibrida, le indagini per l’individuazione dei responsabili sono ancora in corso.
Dalle urne è uscito un Paese non solo spaccato, ma anche disinteressato – in particolare i giovani - alla disputa in corso. Il sì ha vinto di misura con lo 0,4 per cento, più o meno 13mila voti, la presidente Sandu anche e è stata costretta al ballottaggio con l’ex procuratore generale Aleksandr Stoianoglo, del partito socialista filorusso, e dalle periferie sono arrivati risultati preoccupanti. Nella Gagauzia autonoma, i sì hanno raggiunto a stento il 5 per cento. Una sorpresa è stata l’indipendente Transnistria, dove hanno toccato quota 30 per cento. “Ma per votare bisognava uscire. I seggi sono stati allestiti lungo la sponda ovest del fiume. Ci è andato solo il 30 per cento”. Determinanti sono stati i voti della diaspora, i moldavi all’estero, che con quasi il 77 per cento di sì hanno ribaltato i risultati elettorali che inizialmente hanno visto affermarsi il No. Un cavallo di battaglia per i filorussi che regolarmente ormai chiamano la gente in piazza.
La disillusione dei giovani moldavi
Ma il problema vero è che alle urne ci sono andati a stento la metà degli aventi diritto. Motivo? Secondo l’ultimo rapporto Cespi, corruzione, inefficienza e tagli allo stato sociale, insieme a un’inflazione galoppante hanno progressivamente eroso la fiducia dei moldavi nelle istituzioni. Per l’Institute for Public Policy moldavo solo il 3,3% dei cittadini dichiara “molta fiducia nel governo” e il 20,4% “si fida in modo indiretto”. Ancor più basse le percentuali di chi crede nel Parlamento (2,9% e 17,5%), nella giustizia (1,3% e 13,9%), nel Centro nazionale anticorruzione (2,8% e 15,6%), o nella Procura generale (2,3% e 14,7%). Sono le istituzioni pilastro del processo di integrazione, quelle su cui Bruxelles ha più lavorato e che formano il discorso pubblico. Ma sono fragili. “La gente inizia a essere tanto impegnata a capire come arrivare a fine mese che a quello che fanno è poco interessata”, spiega Doina, giovane professionista della comunicazione.
La potenziale miccia della crisi energetica
Fa freddo a Chisinau. L’ultima neve è caduta qualche giorno fa, a dispetto dei pendagli bianchi e rossi che ornano porte di casa e edifici e vengono indossati “sempre a sinistra, sul lato del cuore” nei primi giorni di marzo per salutare la primavera che arriva. In edifici, case e hotel, oltre ai necessari termosifoni sono spuntate stufe o radiatori elettrici nuovi di zecca, alimentati da pannelli solari. È il segno discreto della crisi energetica, trasformata ufficialmente in stato d’emergenza il 16 dicembre scorso. Scaduto il contratto con Gazprom, spirato il 1 gennaio, l’Ucraina ha vietato il transito del gas russo attraverso il proprio territorio e per la Moldova è stato un disastro. Già dal dicembre 2022, il governo aveva deciso di interrompere gli acquisti di gas da Mosca, allineandosi alle posizioni europee,ma il 90% del Paese è rimasto dipendente dall’elettricità prodotta in Transnistria, dove le centrali funzionano principalmente al gas che Gazprom ha continuato a fornire in virtù di rapporti commerciali e politici mai interrotti.
Nella piccola regione indipendente, lo stop ha significato una settimana di coprifuoco, ordinanze per invitare la popolazione a concentrarsi tutta nella stanza più calda, città paralizzate fin quando sono arrivate le navi russe. Nel resto del Paese, si è sopperito con elettricità prodotta in Romania. Un altro sprint per l’inflazione, a dispetto dei prezzi calmierati, e la miccia che ha acceso proteste di piazza contro la presidente, il governo, il carovita.
Il voltafaccia di Usaid e la pezza Ue
Braci che potrebbero diventare incendio con il blocco degli aiuti statunitensi. L’Ue ha promesso di metterci una pezza. Il 3 marzo scorso, nel mezzo della crisi strategica e diplomatica provocata dal repentino cambio di orientamento Usa sull’Ucraina, il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa si è precipitato a Chinisiau per promettere l’arrivo entro la fine di aprile di una prima tranche da 300milioni di fondi per transizione energetica e innovazione, che si aggiungono ai 60 messi a bilancio nel 2025 per aumentare le capacità di difesa, dopo i 37 erogati l’anno scorso. Ma rimpiazzare i finanziamenti statunitensi, diretti per lo più a media, società civile, associazioni, potrebbe non essere semplice. Il potenziale arrivo di una nuova ondata di profughi dall’Ucraina, è l’ennesima variabile che potrebbe far saltare il banco.
Il limbo dei rifugiati ucraini
“Un argomento delicato”, taglia corto Olesya Tabarcea, fondatrice e manager di una clinica giuridica che offre supporto legale e sociale a Balti e oggi lavora anche grazie al supporto dell’ong palermitana Ciss. I rifugiati ucraini non sono gli unici beneficiari, “ma su di loro – spiega – si concentra gran parte del lavoro”. E lì al Nord sono rimasti i più poveri, chi per vulnerabilità, fragilità o mancanza di risorse non ha potuto proseguire verso l’Europa o anche solo la capitale, gli ultimi. “Li supportiamo nelle pratiche per i sussidi, quelli che possono avere qui e quelli che dovrebbe erogare l’Ucraina, i problemi legali, o di ricongiungimento, inserimento scolastico”. Anche l’assistenza sanitaria è un problema. In Moldova per i servizi specialistici l’assicurazione è obbligatoria, ma non c’è ancora formula che permetta ai rifugiati di averne una.
Il fiume di disertori che ingrossa le rotte illegali
Soprattutto se tali non potrebbero essere: dall’inizio della guerra il fiume di disertori e giovani uomini che si rifiutano di andare al fronte si è ingrossato, così come sono salite le tariffe sulle rotte illegali. “Si arriva a pagare fino a 15mila euro. Le rotte sono principalmente di terra, ma c’è anche chi attraversa a nuoto i fiumi per riuscire a entrare. Molti non riemergono”, spiega Ion Bambuleac, giovane avvocato, che con il collega Roman Ceban si occupa per lo più di assistenza ai rifugiati. “Ucraini certo, ma anche di altre nazionalità. Fra le nostre assistite c’è una giovane madre del Rwanda che da sei anni cerca di avere un permesso di soggiorno”. Per chi la guarda dai Sud del mondo, la Moldova è una porta d’Europa. Le rotte più lunghe, più rocambolesche arrivano fino a lì, anche se partono da lontano: Cuba, Sudan, Burundi, Bangladesh, India. “È un Paese di transito, nessuno programma di restarci, molti rimangono incastrati”. Chi può segue il sogno europeo che solo i network degli ingressi informali garantiscono, ma le tariffe sono alte. E non è raro che qualcuno per pagare il debito finisca a fare da capitano su una carretta carica di migranti che parte da Smirne o da driver su un’auto che dai Balcani tenta di raggiungere a Trieste.
"La Moldova sta diventando un Paese per pochi”
“Cosa succederà adesso? È difficile capirlo”, dice Bambuleac. Ripulita in fretta e furia dai simboli del passato sovietico, Chinisiau a quarant’anni dal crollo del muro veste la livrea da grande capitale. Ma le Tesla, Lamborghini, Ferrari e altre auto di lusso che sfrecciano sui boulevard del centro hanno per lo più targhe europee o ucraine e le vetrine delle agenzie immobiliari raccontano che la casa è sogno di pochi. “La Moldova sta diventando un Paese in cui pochi possono vivere decentemente – dice Ceban – ti sembra normale che un attico a Chinisiau sia stato messo in vendita a più di un milione di euro? E lo hanno comprato”. Per molti comprare casa è sogno impossibile. Un appartamento di 70 mq in un quartiere residenziale arriva a costare 80mila euro o più, quasi il doppio se è più grande o moderno, per affittare un monolocale in zona università ce ne vogliono almeno 400. Lo stipendio medio è di 600. Nei gazebo che popolano i tanti parchi della città, un caffè arriva a costare l’equivalente di un euro. “Per l’Europa la Moldova è l’ultimo avamposto per contrastare la Russia, per Mosca il cortile di casa – ragiona l’avvocato Bambuleac – il Paese è spaccato, ma forse il problema vero è che nessuno sa bene cosa sia davvero la Moldova. Io? Ai confini non ci credo. Mi interessano gli esseri umani”.