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Ucraina, Putin risponde all’appello Usa ma prende tempo sulla tregua

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Il presidente russo loda l’omologo americano: “Fa tutto il possibile per le nostre relazioni”. Si dice pronto a risparmiare i soldati ucraini nel Kursk, però soltanto se si arrenderanno
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Che non si dica che Vladimir Putin non vuole la pace. Anzi, è pronto a risparmiare la vita dei soldati ucraini nella regione di Kursk. O almeno così vuol far credere. «Se deporranno le armi e si arrenderanno, sarà loro garantita la vita», ha detto ieri intervenendo al Consiglio di sicurezza russo. Una risposta, ha specificato, all’appello di Donald Trump che «sta facendo tutto il possibile per ripristinare almeno qualcosa di ciò che è stato distrutto dalla precedente amministrazione» e che gli aveva chiesto di «risparmiare i migliaia di soldati ucraini completamente circondati dall’esercito russo».

Che l’accerchiamento sia uno dei tanti alibi sollevati da Putin per respingere elegantemente una tregua che non vuole, smentito però da Kiev e analisti militari, è un dettaglio che Trump sembra ignorare dando il destro, ancora una volta, al presidente russo di presentarsi come lo “Zar buono” che tiene a bada i “boiardi cattivi” come l’ex leader Dmitrij Medvedev che vorrebbe che i solda…

Che non si dica che Vladimir Putin non vuole la pace. Anzi, è pronto a risparmiare la vita dei soldati ucraini nella regione di Kursk. O almeno così vuol far credere. «Se deporranno le armi e si arrenderanno, sarà loro garantita la vita», ha detto ieri intervenendo al Consiglio di sicurezza russo. Una risposta, ha specificato, all’appello di Donald Trump che «sta facendo tutto il possibile per ripristinare almeno qualcosa di ciò che è stato distrutto dalla precedente amministrazione» e che gli aveva chiesto di «risparmiare i migliaia di soldati ucraini completamente circondati dall’esercito russo».

Che l’accerchiamento sia uno dei tanti alibi sollevati da Putin per respingere elegantemente una tregua che non vuole, smentito però da Kiev e analisti militari, è un dettaglio che Trump sembra ignorare dando il destro, ancora una volta, al presidente russo di presentarsi come lo “Zar buono” che tiene a bada i “boiardi cattivi” come l’ex leader Dmitrij Medvedev che vorrebbe che i soldati ucraini fossero «tutti annientati metodicamente e senza pietà». In realtà, l’offerta di resa ai soldati ucraini e le rinnovate lusinghe a Trump sono soltanto fumo negli occhi per prendere tempo. Putin non ha alcuna fretta di fare concessioni e di accettare un accordo che non sia alle sue condizioni.

Militarmente, non ha alcun bisogno di una cessazione delle ostilità in un momento in cui l’esercito russo ha iniziato a riconquistare il territorio nella regione russa di Kursk che era sotto il controllo ucraino dallo scorso agosto e ha l’iniziativa anche nel Donbass. Ogni minima conquista territoriale nell’est dell’Ucraina è, certo, avvenuta al costo di enormi perdite umane, ma nel breve periodo la Russia riesce a reintegrarle allettando nuove reclute con lauti contratti e incentivi o reclutando manodopera estera. Al contrario, l’Ucraina meno popolosa fa fatica a mobilitare nuove truppe.

Economicamente, al netto delle rivendicazioni propagandistiche, anche un’analista indipendente come Aleksandra Prokopenko sostiene che Putin abbia risorse per sostenere lo sforzo bellico per almeno un altro anno senza che i conti crollino. Il peso delle sanzioni occidentali e lo sforzo bellico hanno sì causato un’economia surriscaldata insostenibile sul lungo periodo, con inflazione elevata, carenza di manodopera ed esportazioni in calo, ma i tecnocrati russi sono per ora in grado di gestire il contraccolpo. Anzi,c’è chi teme che, se il conflitto finisse, finirebbe anche la crescita record dovuta a “un’economia di guerra”. Neppure le minacce di Trump di imporre nuove sanzioni fanno presa in un Paese che in tre anni d’isolamento ha oramai trovato alternative all’Occidente. Infine, politicamente, grazie a repressione e propaganda, Putin non corre neppure il rischio di rivolte popolari per porre fine al conflitto o di complotti per spodestarlo.

Putin, in conclusione, non ha alcun motivo reale di sedersi al tavolo delle trattative a meno che non si tratti di sottoscrivere la resa di Kiev. Il suo obiettivo finale in Ucraina resta invariato: riconoscimento delle conquiste territoriali, uno status permanentemente neutrale, un cambio di presidente tramite elezioni, assenza di truppe occidentali e garanzie militari. Come sostengono anche valutazioni classificate dell’intelligence statunitense visionate dal Washington Post: «Non si è discostato dal suo obiettivo massimalista di dominare l’Ucraina». E se non otterrà ciò che vuole dai negoziati, è fiducioso di poter continuare a combattere per almeno un altro anno e mezzo e ottenere ciò che vuole sul campo di battaglia.

Non può però respingere la proposta di cessate il fuoco di Trump senza rischiare di mandare in fumo le promettenti prospettive di normalizzazioni delle relazioni bilaterali. Perciò finge di accettare, ma ponendo paletti e sollevando «questioni» e «sfumature». La prova di equilibrismo ora sta nel riuscire a trascinare i negoziati sui termini della tregua il più a lungo possibile, mentre continua l’assalto al fronte, senza innervosire troppo Trump impaziente com’è di giungere a un accordo. Il portavoce di Putin, Dmitrij Peskov, non a caso insiste: «C’è ancora molto da fare, ma il presidente ha mostrato solidarietà con la posizione di Trump. Ci sono sicuramente alcuni motivi per un cauto ottimismo». Il politologo indipendente Aleksandr Baunov l’ha chiamata «finta conformità». Resta da capire se il trucco resisterà anche durante l’annunciata telefonata fra Putin e Trump.

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