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È possibile passare da armi Usa a sistemi europei? Il nodo dei doppioni e delle consegne lente

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Il presidente del Consiglio Ue Costa ha tracciato un percorso che porta al potenziamento dell’industria bellica del continente. Ecco una mappa di possibili alternative alla difesa americana. E le criticità da superare
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Un riarmo europeo acquistando solo dalle industrie nazionali? Non è una scelta immediata, ma potrebbe diventare una prospettiva futura. Lo ha riconosciuto nell’intervista pubblicata da Repubblica lo stesso Antonio Costa, l’ex premier socialista portoghese oggi presidente del Consiglio europeo: “A breve termine dovremo comprare le armi di cui abbiamo bisogno dove sono disponibili. Ad esempio in Europa, Stati Uniti, Corea del Sud o Giappone. A lungo termine, però, i nostri investimenti dovrebbero essere più decisamente indirizzati verso le industrie dei nostri Paesi”.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha subito proposto un catalogo bellico alternativo al Made in Usa: caccia Rafaele francesi al posto dei Lockheed Martin F35 e missili terra-aria italo-francesi SAMP-T in sostituzione dei Patriot. Una sortita che si inserisce nel dibattito in corso nelle cancellerie dell’Unione per capire come ridurre la dipendenza dai militari americani nei settori chiave dei grandi conflitti.

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Un riarmo europeo acquistando solo dalle industrie nazionali? Non è una scelta immediata, ma potrebbe diventare una prospettiva futura. Lo ha riconosciuto nell’intervista pubblicata da Repubblica lo stesso Antonio Costa, l’ex premier socialista portoghese oggi presidente del Consiglio europeo: “A breve termine dovremo comprare le armi di cui abbiamo bisogno dove sono disponibili. Ad esempio in Europa, Stati Uniti, Corea del Sud o Giappone. A lungo termine, però, i nostri investimenti dovrebbero essere più decisamente indirizzati verso le industrie dei nostri Paesi”.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha subito proposto un catalogo bellico alternativo al Made in Usa: caccia Rafaele francesi al posto dei Lockheed Martin F35 e missili terra-aria italo-francesi SAMP-T in sostituzione dei Patriot. Una sortita che si inserisce nel dibattito in corso nelle cancellerie dell’Unione per capire come ridurre la dipendenza dai militari americani nei settori chiave dei grandi conflitti.

La priorità più sentita sono i missili contraerei a lungo raggio, di cui sono disponibili poche batterie e in modelli spesso datati. Germania, Olanda, Spagna, Polonia, Grecia, Romania, Svezia hanno adottato il Patriot statunitense, prodotto da Lockheed Martin e Raytheon: Berlino ne ha fatto addirittura il pilastro del programma “Sky Shield” per proteggere il continente, con un nuovo impianto che verrà inaugurato tra un anno. L’alternativa, indicata anche da Macron, è il Samp-T italo-francese: un sistema che impiega i missili Aster del consorzio europeo MBDA e di cui è pronta una versione in grado di abbattere pure i micidiali ordigni balistici.

Il problema sono i ritmi di produzione: oggi Lockheed costruisce circa 600 missili Patriot l’anno; MBDA non riesce a soddisfare le richieste di Aster. Il consorzio europeo ha preparato un piano di potenziamento ma aprire nuove catene di montaggio è molto complesso, tra burocrazia delle autorizzazioni e difficoltà tecniche. Finora è riuscita a ridurre i tempi per le consegne, che restano però superiori a un anno.

Nessuna opzione per i missili d’attacco in profondità: gli Usa offrono il Tomahawk mentre l’unica arma continentale - l’MBDA Storm Shadow-Taurus-Scalp adottato da Parigi, Berlino, Roma e Londra – non viene più costruita da anni. Ci sono due nuovi ordigni in corso di progettazione ma saranno pronti tra almeno cinque anni: troppo, tanto che si sta pensando di riaprire la catena di montaggio dello Storm Shadow, che ha esordito quasi trent’anni fa.

C’è poi un problema nei velivoli da trasporto strategico, quelli che possono trasferire rapidamente reparti e mezzi a migliaia di chilometri. Francia, Germania, Spagna e Belgio schierano un centinaio Airbus A400 che imbarcano un carico massimo di 37 tonnellate mentre il Pentagono ha 222 Boeing C17 Globemaster con una stiva da 75 tonnellate e un’autonomia superiore. L’A400 infatti è propulso da motori a turboelica; il C17 da reattori ed è grande il doppio.

Scarso pure il numero di radar volanti, decisivi per il controllo a lunga distanza non solo del cielo ma pure di terra e mare. La Francia ha acquistato i Boeing E3 statunitensi, l’Italia un mix di CAEW israeliani e di strumenti americani e molti Paesi stanno prendendo in considerazione il nuovo Boeing E7 WedgeTail mentre la sola proposta Ue è quella della svedese Saab con il GlobalEye, installato su un jet canadese Bombardier. Il confronto tra le prestazioni però mostra capacità diverse: il radar americano controlla un raggio di 600 chilometri, quello svedese arriva a 350.

Quanto ai caccia, c’è minore urgenza perché Italia, Germania e Spagna hanno gli intercettori Eurofighter totalmente europei. Il Lockheed Martin F35 è l’unico della Quinta Generazione, con un sistema elettronico senza pari: una spugna di informazioni, che resta invisibile ai radar. Inoltre non esiste nulla per sostituire sulle piccole portaerei come le italiane Cavour e Trieste la versione F35B a decollo corto e atterraggio verticale. C’è da dire però che la nuova serie dell’Eurofighter, costruita pure negli impianti torinesi di Leonardo, avrà un radar veramente avanzato e vola a velocità doppia rispetto al jet statunitense. Il Rafale francese finora invece non è stato adottato da altre aviazioni dell’Unione.

Nel campo dei mezzi corazzati, l’Europa sta già correndo ai ripari. Il consorzio franco-tedesco KNDS continua a vendere le ultime varianti del Leopard II germanico; quello italo-tedesco formato da Leonardo e Rheinmetall alla Spezia tra un anno consegnerà i primi esemplari dei nuovissimi Panther e i cingolati da combattimento Lynx.

Questa breve carrellata mostra già quali sono i difetti dell’Unione: ci sono troppi doppioni, che provocano uno spreco di risorse nello sviluppo e fanno aumentare i prezzi. La competitività sui mercati internazionali è frenata da questo fattore, che condiziona pure la rapidità nel garantire le consegne: sempre più spesso le dinamiche aziende turche e sudcoreane ottengono contratti nella Ue soprattutto proponendo forniture più veloci.

La sfida europea è integrare le aziende, quanto meno attraverso programmi di collaborazione, e orientarle verso lo sviluppo di un solo sistema d’arma per ogni categoria. L’esempio più assurdo sono i due supercaccia di Sesta Generazione in corso di progettazione: uno franco-tedesco; l’altro italo-britannico-nipponico. Strumenti del genere hanno bisogno di venti-trenta miliardi di euro per essere realizzati ed è incredibile che non si riesca a definire accordi comuni.

Senza cambiare il Dna dell’industria militare europea si rischia di dilatare i tempi e i costi dell’ipotetico riarmo, aggiungendo all’onere di un impegno economico socialmente molto difficile da sostenere anche quello di non vederne i risultati prima di un decennio.

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