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La manovra politica di Netanyahu dietro la rottura della tregua: “Ha ripreso la guerra per salvarsi”

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Ben-Gvir rientra nel governo, dopo aver lasciato a gennaio denunciando lo "scandaloso" accordo con Hamas. Ora il primo ministro sa di avere i numeri per far passare la legge di bilancio e per uscire indenne dalla crisi provocata dal suo tentativo di licenziare il capo dei servizi segreti
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RAMALLAH – A poche ore dal massiccio attacco israeliano su Gaza che ha spezzato la tregua e causato la morte di più di 400 persone, tra cui molte donne e bambini, Netanyahu incassa un risultato politico. Itamar Ben-Gvir, il più estremista dei leader israeliani, è tornato ad appoggiare il suo governo: ne era uscito il 19 gennaio scorso, dimettendosi dall’incarico di ministro della Sicurezza nazionale in polemica proprio con il cessate il fuoco, da lui considerato “un regalo ad Hamas”. Questo aveva ridotto di molto la consistenza della coalizione di governo, solo per una manciata di seggi rimasta maggioranza alla Knesset.

Ora, con Potere ebraico di nuovo dalla sua parte, Netanyahu sa di avere i numeri per far passare la legge di bilancio in discussione al parlamento la prossima settimana e per uscire indenne dalla tempesta interna provocata dal suo tentativo di licenziare il capo dei servizi segreti e dallo scandalo del cosiddetto Qatargate. Ed è opinione diffusa, sia tra i palesti…

RAMALLAH – A poche ore dal massiccio attacco israeliano su Gaza che ha spezzato la tregua e causato la morte di più di 400 persone, tra cui molte donne e bambini, Netanyahu incassa un risultato politico. Itamar Ben-Gvir, il più estremista dei leader israeliani, è tornato ad appoggiare il suo governo: ne era uscito il 19 gennaio scorso, dimettendosi dall’incarico di ministro della Sicurezza nazionale in polemica proprio con il cessate il fuoco, da lui considerato “un regalo ad Hamas”. Questo aveva ridotto di molto la consistenza della coalizione di governo, solo per una manciata di seggi rimasta maggioranza alla Knesset.

Ora, con Potere ebraico di nuovo dalla sua parte, Netanyahu sa di avere i numeri per far passare la legge di bilancio in discussione al parlamento la prossima settimana e per uscire indenne dalla tempesta interna provocata dal suo tentativo di licenziare il capo dei servizi segreti e dallo scandalo del cosiddetto Qatargate. Ed è opinione diffusa, sia tra i palestinesi sia tra gli israeliani, che il calcolo politico sia la vera ragione per cui ha deciso di violare l’accordo sulla tregua.

“Le giustificazioni ufficiali sul fatto che Hamas non sta collaborando al rilascio degli ostaggi non reggono, anzi sono fasulle”, afferma Mohammar Orabi, direttore di Wattan, un media indipendente basato a Ramallah. “Netanyahu ha lanciato gli attacchi su Gaza soprattutto per sistemare la crisi interna. Ha il pieno sostegno degli Stati Uniti, che quindi vanno considerati corresponsabili del massacro. L’obiettivo del premier israeliano è di condurre un negoziato armato, una trattativa sotto il fuoco, ma così finirà per far morire i rapiti”.

Anche su Haaretz, il quotidiano progressista israeliano, Amos Harel firma un articolo che va nella stessa direzione. “Non c’è altro modo di spiegarlo”, scrive. “Israele ha consapevolmente violato l’accordo con Hamas perché non voleva rispettare i termini che si era impegnato a rispettare due mesi fa”. In particolare, il ritiro completo dell’Idf dal corridoio Philadelphi lungo il confine con l’Egitto: era previsto per la fine della fase uno, invece i soldati sono ancora lì.

Sullo sfondo della crisi interna, lo scontro violentissimo tra Netanyahu e Ronen Bar, il direttore dello Shin Bet, l’agenzia di intelligence interna. Il premier lo vuole licenziare perché non si fida più di lui, cosa che non è mai successa nella storia dello Stato ebraico, e infatti il procuratore generale solleva dubbi e considera illegittima la manovra del premier. Sui motivi alla base dell’astio di Netanyahu nei confronti di Bar ci sono diverse teorie in Israele. Lo Shin Bet sta investigando sul fallimento della sicurezza nell’assalto del 7 Ottobre. E di sicuro ha un peso il Qatargate, l’indagine su tre consiglieri di Netanyahu accusati di aver ricevuto soldi dal Qatar. Un’altra circostanza imbarazzante per il premier di Israele.

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