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Telefonata Trump-Putin, una pausa negli attacchi a centrali e raffinerie che fa comodo a tutti

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La tregua di 30 giorni agli attacchi contro le infrastrutture energetiche in Ucraina può far respirare la rete di produzione e distribuzione dell’elettricità ormai allo stremo
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Un piccolo passo verso la pace, ma comunque significativo perché aiuterà un settore vitale per entrambi i Paesi. Per gli ucraini la pausa negli attacchi contro le infrastrutture energetiche potrebbe essere molto importante: la rete di produzione e distribuzione dell’elettricità è allo stremo. Proprio lunedì sono cominciati nuovi razionamenti della corrente, con interruzioni programmate in diverse città, inclusa la capitale: i black out pianificati sono stati concentrati sulle utenze delle fabbriche non legate alla costruzione di armi e su quelle commerciali: negozi e supermarket si sono dotati da tempo di gruppi elettrogeni. Le abitazioni invece vengono salvaguardate: nei palazzoni sovietici delle periferie come nelle torri lussuose del centro senza corrente si fermano acqua, riscaldamento e ascensori.

In un mese senza raid i tecnici ucraini, che ormai sono diventati maestri nelle riparazioni d’urgenza, potranno fare molto per ripristinare gli impianti danneggiati e le linee ad…

Un piccolo passo verso la pace, ma comunque significativo perché aiuterà un settore vitale per entrambi i Paesi. Per gli ucraini la pausa negli attacchi contro le infrastrutture energetiche potrebbe essere molto importante: la rete di produzione e distribuzione dell’elettricità è allo stremo. Proprio lunedì sono cominciati nuovi razionamenti della corrente, con interruzioni programmate in diverse città, inclusa la capitale: i black out pianificati sono stati concentrati sulle utenze delle fabbriche non legate alla costruzione di armi e su quelle commerciali: negozi e supermarket si sono dotati da tempo di gruppi elettrogeni. Le abitazioni invece vengono salvaguardate: nei palazzoni sovietici delle periferie come nelle torri lussuose del centro senza corrente si fermano acqua, riscaldamento e ascensori.

In un mese senza raid i tecnici ucraini, che ormai sono diventati maestri nelle riparazioni d’urgenza, potranno fare molto per ripristinare gli impianti danneggiati e le linee ad alta tensione: i lavori per le turbine distrutte nelle centrali invece richiedono anni e un investimento valutato in trenta miliardi di dollari. In pratica, il Paese potrà riprendere fiato ma non risolvere i guasti profondi provocati da una serie infinita di raid: l’ottanta per cento del sistema energetico è stato colpito.

Ci sono installazioni bombardate più volte. Per tutto il 2024 i russi le hanno prese di mira praticamente senza sosta. Tra marzo e maggio sono riusciti a ridurre di nove gigawatt la capacità delle centrali ucraine, colpendo quelle termiche, quelle idriche e persino i pannelli solari: in pratica, il Paese è rimasto con un terzo dell’energia che aveva prima della guerra. Ci sono stati solo 2,3 gigawatt disponibili mentre la necessità era cinque volte superiore. Ma i generali di Putin non si sono fermati. Il 26 agosto è scattato l’attacco più massiccio con duecento missili, che hanno fatto piombare anche Kiev nell’oscurità. Tutta l’estate è stata terribile, con blackout improvvisi e servizi che andavano in tilt, incluse metropolitane e tram.

Gli ucraini non si sono arresi: grazie anche alle donazioni internazionali, dallo scorso giugno è cominciata la costruzione di nuovi generatori, piccoli e decentrati per rendere più difficili gli assalti. Alcuni sono vere e proprie fortezze, con spessi muri di cemento armato che proteggono pure i trasformatori. Sono state anche messe in funzione centrali fotovoltaiche per 1500 megawatt. Fondamentale per la sopravvivenza sono state le forniture di elettricità dall’Europa, che dal novembre 2023 hanno raggiunto 1,7 gigawatt, contribuendo a compensare le perdite soprattutto nelle regioni occidentali.

Bersagliati pure gli impianti degli idrocarburi. La raffineria di Kharkiv, ad esempio, ha subito quattro incursioni: lunedì venti droni Shahed l’hanno bersagliata per due ore. Ma su questo fronte sono stati i russi a ricevere i colpi più duri. Gli sciami di velivoli teleguidati a lungo raggio costruiti dagli ucraini sin dalla metà del 2023 si sono diretti soprattutto contro l’industria petrolifera di Mosca. Una scelta dettata anche dalla limitata potenza distruttiva di questi ordigni, che trasportano in media trenta chili di esplosivo: sufficienti a scatenare un incendio nelle cisterne di carburante ma non a penetrare obiettivi militari.

Praticamente ogni notte l’intelligence militare di Kiev, il Gur, ha preso di mira una raffineria o un deposito petrolifero: sono stati così minacciati sia i rifornimenti di combustibile per le truppe impegnate nell’invasione, sia l’esportazione di greggio che nonostante le sanzioni continua ad alimentare l’economia russa.

Le ondate di droni ucraini hanno raggiunto anche installazioni distanti 1350 chilometri dalla frontiera e venerdì scorso i nuovi missili “Long Neptune” si sono abbattuti contro una raffineria di Tuapse, nel distretto di Krasnodar a 450 chilometri dal confine. Proprio l’ingresso in azione di questa nuova arma, molto più veloce e con un profilo di volo che sfugge ai radar, può avere convinto Putin a formulare la proposta di tregua.

Nel documento diffuso dalla Casa Bianca si parla di un cessate il fuoco relativo a «energia e infrastrutture», indicate in maniera distinta, dove con il secondo termine si possono includere i ponti. La prima missione dei “Long Neptune” è avvenuta a poca distanza dal viadotto di Kerch, l’arteria strategica che collega la Crimea alla Russia, già danneggiata da un attentato nell’ottobre 2022. E oggi i generali del Cremlino temono che il prossimo obiettivo dei missili ucraini possa essere proprio il ponte, un’opera simbolo voluta dal nuovo Zar dopo l’annessione della Crimea.

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