Vladimir Putin non cede, eppure Donald Trump festeggia «l’intesa». La seconda attesissima telefonata tra il leader del Cremlino e il presidente statunitense si conclude con uno stop di 30 giorni agli attacchi alle infrastrutture energetiche, ma quanto questo risultato sia lontano dall’obiettivo iniziale di un cessate il fuoco totale in Ucraina lo dimostrano le sirene antiaeree e le esplosioni udite a Kiev in nottata e la tentata incursione ucraina nella regione russa di Belgorod.
I due presidenti iniziano a parlare alle 10 ora di Washington, le 17 a Mosca. Per Putin è una data importante: l’11° anniversario dell’annessione della Crimea. Arriva al Cremlino dopo aver ricordato al Congresso dell’Unione degli industriali e imprenditori che i Paesi occidentali hanno imposto alla Russia «più sanzioni che a tutti i Paesi del mondo» e che, seppure le revocassero, troverebbero altri modi di «mettere i bastoni tra le ruote». Una risposta alle minacce di Trump, ma anche un messaggio agli ol…
Vladimir Putin non cede, eppure Donald Trump festeggia «l’intesa». La seconda attesissima telefonata tra il leader del Cremlino e il presidente statunitense si conclude con uno stop di 30 giorni agli attacchi alle infrastrutture energetiche, ma quanto questo risultato sia lontano dall’obiettivo iniziale di un cessate il fuoco totale in Ucraina lo dimostrano le sirene antiaeree e le esplosioni udite a Kiev in nottata e la tentata incursione ucraina nella regione russa di Belgorod.
I due presidenti iniziano a parlare alle 10 ora di Washington, le 17 a Mosca. Per Putin è una data importante: l’11° anniversario dell’annessione della Crimea. Arriva al Cremlino dopo aver ricordato al Congresso dell’Unione degli industriali e imprenditori che i Paesi occidentali hanno imposto alla Russia «più sanzioni che a tutti i Paesi del mondo» e che, seppure le revocassero, troverebbero altri modi di «mettere i bastoni tra le ruote». Una risposta alle minacce di Trump, ma anche un messaggio agli oligarchi che vorrebbero la pace. Gli fanno notare che, stando al suo portavoce Dmitrij Peskov, dovrebbe essere già al telefono con Trump. «Non ascoltatelo!». Si fa aspettare, come sempre.
È la Casa Bianca a segnalare l’inizio della conversazione, il Cremlino ad annunciare che è terminata. È andata «bene», concordano il vicecapo dello staff della Casa Bianca Dan Scavino e fonti russe citate da Cnn. È durata un’ora e mezzo, dicono a Washington. Macché: due ore e 28 minuti, sostiene il conduttore tv Evgenij Popov. «La più lunga telefonata tra i presidenti di Usa e Russia nella storia», dice. Kirill Dmitriev, l’inviato putiniano per la cooperazione economica, alimenta l’attesa: «Sotto la leadership di Putin e Trump, il mondo è diventato un posto più sicuro. Storico! Epico!».
I due comunicati vengono pubblicati a distanza di pochi minuti. Quasi asettico il Cremlino che parla di «scambio di opinioni franco e dettagliato», più ottimista quello della Casa Bianca che festeggia «l’inizio del movimento per la pace» e quasi trionfale Trump che sul social Truth loda una «conversazione molto buona e produttiva». Putin ringrazia Trump, si dice aperto a «una soluzione globale, sostenibile e a lungo termine», ma alle sue condizioni: «Eliminare le cause profonde della crisi» e tener conto degli «interessi della Russia nella sicurezza». Non solo rispedisce al mittente la proposta di tregua, ma per attuarla torna a chiedere «un controllo» lungo «l’intera linea di contatto», lo stop alla mobilitazione e al riarmo di Kiev e indirettamente le dimissioni di Volodymyr Zelensky vista la sua «incapacità di negoziare». «Condizione fondamentale dovrebbe essere la cessazione completa degli aiuti militari stranieri e la fornitura di informazioni d’intelligence a Kiev». Come gesto di buona volontà, si impegna a fermare gli attacchi alle infrastrutture energetiche per 30 giorni e annuncia uno scambio di 175 prigionieri e partite di hockey su ghiaccio tra giocatori americani e russi.
Al di là delle rivendicazioni di rito («questo conflitto non sarebbe mai dovuto iniziare»), neppure la Casa Bianca riesce a nascondere che la pace non è affatto a portata di mano come voleva far credere. Prospetta una lunga roadmap: al «cessate il fuoco energetico e infrastrutturale» (ma il Cremlino non nomina le infrastrutture), seguiranno «negoziati tecnici sull’attuazione di un cessate il fuoco marittimo nel Mar Nero, un cessate il fuoco completo e una pace permanente». I negoziati «inizieranno immediatamente in Medio Oriente». Verranno creati «gruppi di esperti». Si è parlato anche di Medio Oriente e Mar Rosso, nonché di disarmo e «normalizzazione delle relazioni bilaterali».
I commentatori certificano la vittoria di Putin che è riuscito a prender tempo senza pregiudicare il dialogo con Trump. «Una pessima notizia per l’Ucraina sempre più relegata a merce di scambio», commenta la politologa russa Tatiana Stanovaja. L’analista militare statunitense Michael Clark concorda: «C’è un vecchio detto: “Se non sei al tavolo delle trattative, sei nel menù”. E l’Ucraina è ora nel menu». Anche la portavoce della diplomazia russa Maria Zakharova raffredda gli entusiasmi. Quando in serata camion e gru iniziano a rimuovere le installazioni provocatorie piazzate davanti all’ambasciata statunitense a Mosca, si affretta a spiegare: «Sostituiamo le lampadine. Per renderle più visibili».