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A Gaza, l’odissea di 70mila disperati: “Non sappiamo dove andare”

Le ong denunciano che sono già migliaia i gazawi che hanno lasciato di nuovo le case seguendo gli ordini di sgombero dell’esercito
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MASAFER YATTA – Le stesse scene di morte, la stessa marcia per la sopravvivenza. Con la ripresa dei bombardamenti dell’Idf, una parte della popolazione di Gaza si è rimessa in cammino e le famiglie hanno perso il conto di quante volte hanno dovuto sfollare. «Mi chiamo Sami, ho 48 anni, sto andando a piedi con i miei figli nella parte occidentale di Khan Yunis, ci hanno detto di andare lì a piantare le tende, però è un suicidio perché stanno bombardando esattamente quella zona. È la decima volta, forse anche di più, che prendo la tenda, la metto nella borsa, e vado. Lo sente il drone che sta volando sopra la mia testa?». Dal telefono il suono della voce arriva a malapena, la linea è disturbata, il ronzio impercettibile. Arriva però l’ansia dei padri e delle madri costretti di nuovo a cercare un angolo sicuro per i propri bambini, in un luogo dove gli angoli sicuri non esistono.

«Sono già settantamila i gazawi che hanno lasciato un’altra volta le case, o quel che resta delle case,…

MASAFER YATTA – Le stesse scene di morte, la stessa marcia per la sopravvivenza. Con la ripresa dei bombardamenti dell’Idf, una parte della popolazione di Gaza si è rimessa in cammino e le famiglie hanno perso il conto di quante volte hanno dovuto sfollare. «Mi chiamo Sami, ho 48 anni, sto andando a piedi con i miei figli nella parte occidentale di Khan Yunis, ci hanno detto di andare lì a piantare le tende, però è un suicidio perché stanno bombardando esattamente quella zona. È la decima volta, forse anche di più, che prendo la tenda, la metto nella borsa, e vado. Lo sente il drone che sta volando sopra la mia testa?». Dal telefono il suono della voce arriva a malapena, la linea è disturbata, il ronzio impercettibile. Arriva però l’ansia dei padri e delle madri costretti di nuovo a cercare un angolo sicuro per i propri bambini, in un luogo dove gli angoli sicuri non esistono.

«Sono già settantamila i gazawi che hanno lasciato un’altra volta le case, o quel che resta delle case, per ordini di evacuazione dell’esercito israeliano», spiega Amjad Alshawa, che dirige Pingo, la rete delle ong palestinesi all’interno della Striscia. «Quelli di Beit Hanun sono venuti a Gaza City. A Khan Yunis invece la popolazione si sposta dai quartieri est a quelli a ovest della città, però dalla tendopoli ci arrivano notizie di raid aerei, quindi nessuno sa più cosa fare».

La Stricia di Gaza è tagliata in due, di nuovo. La Salah-al-din, la via principale che dopo la tregua è stata battuta da centinaia di migliaia di palestinesi, è chiusa. «La squadra della security composta da operatori americani, qatarini ed egiziani che controllava il check-point se n’è andata», riferisce Amjad Alshawa, «sono comparse le truppe dell’Idf, stanno ricosruendo il corridoio Netzarim». È notizia ufficiale, la conferma la dà lo Stato maggiore israeliano. «Nessuno può più attraversare il check point della Salah-al- din ed è un problema che si aggiunge agli altri problemi, perché i depositi di cibo e di aiuti umanitari delle ong sono quasi tutti a sud. Ancor più grave la situazione dei feriti e dei malati cronici: qui a Gaza i reparti ospedalieri sono al collasso, vorremmo trasferire dei pazienti a Khan Yunis però al momento ci è impedito. Cinque-sei persone muoiono così, ogni giorno, a causa di questa impossibilità di movimento».

Il ritorno dei soldati nel corridoio Netzarim è il preludio a offensive di terra, alla guerriglia quartiere per quartiere. Come se la tregua non ci fosse mai stata. «Ora è persino peggio di due mesi fa», spiega Alaa, una giornalista locale che si trova a Deir Al-Balah. «Sono quasi venti giorni che Israele blocca l’ingresso di cibo e medicine, le ong non hanno più materiale da distribuire, il carburante per ambulanze e mezzi di soccorso è quasi esaurito. E so di famiglie che non se la sentono di sfollare di nuovo, restano chiuse in casa pur vivendo nelle zone di combattimento, accettando un destino terribile».

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