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Consiglio europeo, i leader divisi sulla difesa. Il piano convince solo i tedeschi

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Approvate le proposte di von der Leyen ma blocco sul nodo del debito. Gli 800 miliardi di spesa militare restano sulla carta in attesa delle decisioni sugli eurobond
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BRUXELLES – Tutto rinviato. A giugno. O comunque alle prossime settimane. L’urgenza dunque è svanita. In una giornata la necessità di rispondere con rapidità alle minacce russe e al disimpegno americano si dissolve nei dubbi che diversi Paesi, tra cui l’Italia, Francia e Spagna, esprimono sul pacchetto “RearmEu” al Consiglio europeo. Basta leggere le conclusioni per capire che la difesa europea può attendere: si invita «a portare avanti rapidamente i lavori sulle recenti proposte della Commissione. Il Consiglio europeo chiede che l’attuazione delle azioni individuate nelle sue conclusioni del 6 marzo 2025 nel campo delle capacità inizi con urgenza e che si continui a lavorare sulle pertinenti opzioni di finanziamento».

Il punto è che nessuno sa quanti Stati, oltre alla Germania, attiveranno ad aprile (il termine potrebbe però slittare almeno a maggio) la clausola di salvaguardia che consente di aumentare il deficit dell’1,5%. Senza considerare che il titolo “RearmEu” sta convince…

BRUXELLES – Tutto rinviato. A giugno. O comunque alle prossime settimane. L’urgenza dunque è svanita. In una giornata la necessità di rispondere con rapidità alle minacce russe e al disimpegno americano si dissolve nei dubbi che diversi Paesi, tra cui l’Italia, Francia e Spagna, esprimono sul pacchetto “RearmEu” al Consiglio europeo. Basta leggere le conclusioni per capire che la difesa europea può attendere: si invita «a portare avanti rapidamente i lavori sulle recenti proposte della Commissione. Il Consiglio europeo chiede che l’attuazione delle azioni individuate nelle sue conclusioni del 6 marzo 2025 nel campo delle capacità inizi con urgenza e che si continui a lavorare sulle pertinenti opzioni di finanziamento».

Il punto è che nessuno sa quanti Stati, oltre alla Germania, attiveranno ad aprile (il termine potrebbe però slittare almeno a maggio) la clausola di salvaguardia che consente di aumentare il deficit dell’1,5%. Senza considerare che il titolo “RearmEu” sta convincendo pochissimo, al punto che la stessa Commissione sta valutando di cambiarlo in “Readiness 2030”, cioè pronti per il 2030. E il concetto di “prontezza” accompagna tutta la dichiarazione finale. Ma la paura in relazione all’uso delle attuali misure tocca chi, come il nostro Paese o la Francia, ha casse pubbliche già indebitate. E allora se saranno in pochi a utilizzare lo strumento messo a disposizione da von der Leyen, l’obiettivo di spesa di 800 miliardi sarà un miraggio. A quel punto cosa accadrà: «Nessuno lo può sapere», ammettono funzionari del Consiglio e della Commissione. Tanto che l’esortazione è a lavorarci ancora e a studiare altre forme di finanziamento. Formula che fa riferimento al debito comune, agli eurobond e in sostanza ad un nuovo Recovery Fund per la Difesa. Ipotesi contrastata dai cosiddetti “frugali”, compresa la Germania soddisfatta – lei che può - dalla possibilità di fare altro debito. «Il debito sostenibile – ha detto il premier olandese Schoof - è importante. E ci opponiamo agli eurobond». Ma la porta non può che rimanere aperta.

«Ogni soluzione è sul tavolo – ha ripetuto una portavoce della Commissione – ma ora sono in discussione gli strumenti più rapidamente utilizzabili». Anche se il tempo sembra ormai dilatarsi. E persino il Ppe, guidato dal tedesco Manfred Weber, lascia la porta socchiusa: «Si può ricorrere a strumenti di debito comuni se necessario, purchè siano chiaramente mirati a rafforzare la difesa europea». «Oggi – è la posizione della presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola - c’è su questo un consenso molto largo, dobbiamo esplorare diverse possibilità. Circostanze straordinarie chiamano decisioni straordinarie. Nulla sia fuori dal tavolo». Nonostante, dunque, von der Leyen abbia confermato ieri che c’è pieno accordo, che l’obiettivo è «spendere di più tutti insieme» e che questi «sono giorni decisivi per l’Europa», l’Ue si muove al rallentatore. Ipotizzando un altro summit straordinario a maggio per provare a dare una spinta concreta. Anche perché tra i temi che dividono i 27 c’è anche il principio di comprare armi “made in Europe”. Che per la Francia significa solo Ue, per altri significa tutto il Continente, comprese Gran Bretagna e Norvegia.

Tra i temi che hanno visto una sostanziale unità – al netto della posizione ungherese ormai stabilmente contraria – figura il sostegno all’Ucraina. «Continuo e incrollabile sostegno all’indipendenza, alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina», si legge nel documento finale non approvato solo da Budapest. Una linea che si basa sulla convinzione, nonostante l’ottimismo di Donald Trump, che la Russia non intenda avviare veri negoziati di pace. «Qualsiasi cessate il fuoco – ha sottolineato il segretario generale dell’Onu Guterres ospite del Consiglio europeo - è benvenuto perché salva vite, ma è essenziale che un cessate il fuoco apra la strada a una pace giusta in Ucraina».

A proposito di Trump, la Ue ha deciso di rinviare a metà aprile la reazione ai dazi americani. Per provare a non acuire lo scontro.

Quindi una ulteriore riflessione sulla necessità di recuperare competitività economica («Per abbassare il prezzo dell’energia dobbiamo utilizzare il nucleare e le rinnovabili», ha detto la presidente della Commissione) e di studiare nuove soluzioni contro le migrazioni illegali. E infine la conferma, ben accolta anche da Giorgia Meloni, che le multe alle aziende automobilistiche che non rispettano nel 2025 i target ambientali saranno in qualche modo sospese: Il Consiglio europeo invita la Commissione «a presentare, senza indugio, una proposta mirata».

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