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Diario da Gaza: “L’esercito israeliano ci dice di scappare. Sì, ma dove?”

(afp)

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La testimonianza della giornalista 22enne sfollata insieme alla sua famiglia. “Sette lavoratori delle Nazioni Unite e un ufficiale del Qatar sono stati uccisi. Anche loro devono essere considerati obiettivi militari?”
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DEIR AL-BALAH – Mio padre cerca di rimanere composto, la voce calma e lo sguardo fisso, anche se a volte sussurra qualcosa a mia madre, come se le parole non possano più essere pronunciate ad alta voce. Mia madre fa del suo meglio per mantenere la normalità, preparando quel poco cibo che ci è rimasto e riordinando, ma ci sono momenti in cui si stringe forte le mani tra di loro, cercando di non piangere. Mia sorella più piccola non capisce; ci guarda gli con occhi pieni di domande, ma l'unica risposta è il silenzio.

Israele afferma che gli attacchi sono mirati a obiettivi militari, ma la realtà contraddice questa dichiarazione. Intere famiglie sono state annientate, case distrutte con tutti i residenti dentro, come se quelli da combattere fossero bambini e donne e non soldati. Gli aiuti stati bloccati, la fame e la morte sono state di nuove imposte da un assedio soffocante.

Abbiamo ricevuto gli ordini di evacuazione, rapidi messaggi sul cellulare che ci ordinano di andarcene immed…

DEIR AL-BALAH – Mio padre cerca di rimanere composto, la voce calma e lo sguardo fisso, anche se a volte sussurra qualcosa a mia madre, come se le parole non possano più essere pronunciate ad alta voce. Mia madre fa del suo meglio per mantenere la normalità, preparando quel poco cibo che ci è rimasto e riordinando, ma ci sono momenti in cui si stringe forte le mani tra di loro, cercando di non piangere. Mia sorella più piccola non capisce; ci guarda gli con occhi pieni di domande, ma l'unica risposta è il silenzio.

Israele afferma che gli attacchi sono mirati a obiettivi militari, ma la realtà contraddice questa dichiarazione. Intere famiglie sono state annientate, case distrutte con tutti i residenti dentro, come se quelli da combattere fossero bambini e donne e non soldati. Gli aiuti stati bloccati, la fame e la morte sono state di nuove imposte da un assedio soffocante.

Abbiamo ricevuto gli ordini di evacuazione, rapidi messaggi sul cellulare che ci ordinano di andarcene immediatamente. Sì, ma dove? Non ci sono luoghi sicuri, solo spazi che aspettano di essere distrutti a loro volta. Dal cielo sono caduti volantini minacciosi, parole fredde che ci dicono che anche se saremo tutti uccisi, la mappa del mondo non cambierà. Come se le nostre anime non fossero altro che numeri marginali, come se la nostra morte non significasse nulla. E questo è chiaro: a nessuno interessa il destino dei due milioni di persone intrappolate qui. Nessuno ci vede se non come un pesante fardello nelle equazioni della politica e della guerra.

Anche se volessimo fuggire verso le “zone umanitarie,” non c’è sicurezza. Le bombe cadono indiscriminatamente, anche su quelli che si credevano posti sicuri. Le persone si muovono senza sapere dove andare, portando con sé quel poco che sono riuscite a salvare. Qui, sopravvivere significa solo cercare di prolungare la vita per qualche ora in più.

L’esercito israeliano sta avanzando in molte aree, stabilendo nuove posizioni e rendendo le strade sempre più pericolose. Salah al-Din Street, una volta una via di salvezza, è ora una linea del fronte, e anche il corridoio di Netzarim è stato di nuovo sigillato, eliminando ogni possibilità di fuga.

Israele ha ampliato i suoi attacchi, senza fare più distinzioni tra soldati e operatori umanitari. Solo ieri, sette lavoratori delle Nazioni Unite sono stati uccisi, nonostante fossero lì per missioni umanitarie. Anche un ufficiale del Qatar, che lavorava per la ricostruzione, è stato ucciso. Anche loro devono essere considerati obiettivi militari? Con quale logica giustificano l’attacco a chi cerca di salvare le vite rimaste?

La morte è ovunque, e le bombe non chiedono chi siamo prima di cadere. I luoghi un tempo considerati sicuri sono diventati cimiteri, e le strade che un tempo conducevano alla salvezza sono ora trappole mortali. Eppure, la vita resiste—nonostante l’assedio, il dolore e il numero crescente di vittime.

Ma per quanto ancora?

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